La Nuova Sardegna

L’archivio di stato 

Un universo tra gli scaffali

Un universo tra gli scaffali

Esplorare l’Archivio di Stato significa compiere un viaggio virtuale attraverso le generazioni, la storia dei luoghi e delle persone. Nella sede di Sassari, dal 2019 nello splendido palazzo che...

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Esplorare l’Archivio di Stato significa compiere un viaggio virtuale attraverso le generazioni, la storia dei luoghi e delle persone. Nella sede di Sassari, dal 2019 nello splendido palazzo che ospitava l’antico ospedale di Piazza Fiume, vengono conservati gli atti relativi alla provincia. La documentazione si estende su quasi due chilometri e mezzo con più di 11mila faldoni, 9mila tra registri e volumi, 500 scatole e oltre 7mila mappe. Negli scaffali dell’Archivio finiscono tutti gli atti relativi a procedimenti e affari conclusi da oltre 40 anni. «Nel momento in cui il valore storico-culturale del documento prende il sopravvento su quello pratico-giuridico per il quale era stato prodotto, si entra nella Storia, si entra in Archivio di Stato», dice la direttrice dell’Archivio di Sassari Federica Puglisi.

Nell’Archivio colpiscono l’attenzione una serie di grandi cassettiere. Qui sono riposte le mappe che compongono il complesso documentario Cessato Catasto, cioè il primo Catasto dei terreni, introdotto in Sardegna in epoca sabauda. L’insieme di questa documentazione, formata da mappe e registri che descrivono il territorio, venne aggiornata sino agli anni 1924 e 1925, quando fu introdotto il Nuovo Catasto Terreni. Non più utile ai fini amministrativi, e perciò destinata alla conservazione per scopi storici, arrivò in Archivio di Stato nel 1966. Ma oltre a queste informazioni riguardanti le proprietà l’Archivio restituisce, attraverso i suoi documenti, la vita quotidiana di persone che vissero secoli fa. «Nel 1855 e nel 1866, in seguito alla soppressione di alcuni ordini religiosi, le loro proprietà furono trasferite al Demanio statale. Allo stesso modo anche i documenti, che avevano scandito la vita nei monasteri, diventarono proprietà dello Stato e per questo motivo oggi li ritroviamo qui, conservati all’Archivio di Stato come preziosa testimonianza della vita quotidiana dell’epoca – spiega la dottoressa Puglisi –. Così ad esempio possiamo apprendere quale fosse il vitto fra fine Seicento ed inizio Settecento al Convento delle Clarisse di Alghero, noto con il nome di Isabelline. Alla carta 49 del Registro delle entrate e delle uscite del Monastero si legge: “17 libre di strutto, biscotti e uova per la madre Abadessa ammalata”, mentre dalla carta 83 apprendiamo che alle suore ammalate venivano somministrate “sangria, uova e carne: sangrias y guevos y carne a las enfermas”».

Così come in un’altra zona dell’Archivio si trovano gli atti notarili che contengono donazioni, vendite, testamenti, capitoli matrimoniali e anche affidi di orfani che venivano inseriti nelle famiglie a imparare un mestiere se erano maschi o a servire e a espletare i lavori più umili se erano bambine.

Ma le sorprese non finiscono qui perché fra gli atti notarili ci sono le compravendite dei terreni di Caprera da parte di Giuseppe Garibaldi e persino il libretto della pensione annua di 10mila lire intestata alla figlia Clelia. «In Archivio abbiamo una sala studio per la consultazione dei documenti che abbiano almeno 40 anni di vita – spiega ancora Federica Puglisi – nella quale sono visibili (e fotografabili) fra l’altro le liste di leva che contengono le visite mediche di ciascun soldato e anche il loro destino (arruolato, riformato, morto in guerra) e i registri scolastici (delle elementari) di tutta la provincia che sono lo specchio della società di allora». Nonostante dal 1877 la scuola fosse diventata obbligatoria nei registri capita di leggere: “Tanto non riesce, perché è una donna e bisogna che impari a guadagnar da sé il tozzo di pane, facendo magari la bambinaia, per il quale ufficio non occorre certamente saper leggere!”. (g.g.)

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