Vanessa Gravina: «Che fatica affermarsi quando sei anche bella»

L’attrice milanese al teatro Massimo di Cagliari con “Tartufo” «Oggi più che mai è più facile imbattersi in guru o profeti»

Quasi quarant’anni di carriera malgrado abbia solo 47 anni. Vanessa Gravina è uno di quei pochi casi di enfant prodige che sono riusciti a non restare meteore dello spettacolo. Nella sua carriera c’è tutto: il cinema, la televisione, il teatro. Ed è proprio con la grande prosa che in questi giorni l’attrice milanese si trova al teatro Massimo di Cagliari con il “Tartufo” di Molière al fianco di Giuseppe Cederna e Roberto Valerio, che cura anche la regia. Una pièce di grande successo targata Cedac in cui Gravina interpreta l’Elmira, la donna che con la sua bellezza e seduzione farà capitolare Tartufo, svelando al mondo la sua ipocrisia, la sua pericolosità.

Gravina, che personaggio è l’Elmira?

«Una donna ambigua e raffinata, una stratega. Una donna che deva anche incassare un uomo che si invaghisce di Tartufo, una fascinazione che scade quasi nell’amore. Ma sarà lei attraverso la seduttività - che è la stessa usata da Tartufo - a farlo capitolare. L’Elmira è un personaggio fighissimo sia dal punto di vita interpretativo che risolutivo. Molière aveva capito che l’antidoto al male era la donna. Un po’ come accaduto secoli dopo a Pirandello con le sue eroine».

Nella vita le capita di imbattersi in Tartufi?

«Purtroppo ce n’è tanti, pensiamo ai profeti nuovi, ai guru, a quelli che organizzano meeting. Tartufo è un grande manipolatore, un angelo demoniaco. Tartufo è l’emblema di quel meccanismo che si insinua nelle fragilità della società. Pensiamo a quest’epoca. Dopo il Covid si parla di soldi più di prima, conta solo il maledetto dio denaro, ma chi era povero resta povero e chi era ricco è più ricco. In questo momento arrivano falsi profeti che ti dicono: “ti salverò io”. Insomma, oggi più che mai può capitarti un tartufo».

Giuseppe Cederna ha detto di lei alla Nuova: brava e intelligente nonostante la bellezza. Essere bella è stato più un vantaggio o un ostacolo?

«Sante parole quelle di Giuseppe. Io amo stare sul palco, emozionarmi davanti al pubblico. Ma so già che quando arriverò a Roma, quando sarò a teatro tra noantri, ci sarà chi si soffermerà sul vestito, sull’aspetto. Insomma, so che dovrò fare i conti con questa cosa. Per fortuna gli anni mi stanno risparmiando da quello che è il deterioramento, ma è tostissima difendersi. Allo stesso tempo non voglio mortificare me stessa e scegliere un cliché di clausura. Altrimenti la darei vinta a questi. E così me ne frego. Sono quarant’anni che faccio questo mestiere, ho lavorato con Strehler, ho fatto molte serie che hanno fatto il botto d’ascolti, ma posso assicurare che è stata una lotta».

Il successo a 11 anni con “Colpo di fulmine” di Marco Risi con Jerry Calà: è stato faticoso gestire quella popolarità?

«C’era anche un giovanissimo Ricky Tognazzi che faceva mio padre: era veramente un ragazzo. Che dire? È stato molto difficile perché poi a quell’età non hai il retaggio e l’abitudine al fermo, all’insuccesso. Hai la paura di non piacere più. Il passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza è stato molto delicato. Avevo 19-20 anni e non ero più una enfant prodige ma non ero neanche in età da ruolo perché molto ragazzina di faccia. È stato un periodo allucinante della mia vita, ma mi sono messa a studiare e sono ricapitate le occasioni. Anzi, sono andata a cercarmele. Sono andata in Francia e ho lavorata su me stessa, mi sono fatta le ossa con tanto teatro. Ma ci vuole anche la fortuna. E in quel momento entrai in “Incantesimo”, serie Rai che andò molto bene e che lanciò anche Alessio Boni e Antonia Liskova».

A teatro ha debuttato con Strehler al Piccolo di Milano.

«Da giovanissima capitai in questa avventura. Volevano una ragazzina con esperienza professionale e scelsero me. Fu una bellissima opportunità cominciare nella mia città entrando dalla porta principale. La sera della prima fu terrificante, per me era la prima esibizione sul palco e anche la prima al piano. E avevo anche la coscienza del luogo in cui stavo: ricordo che mi tremavano i polpastrelli».

Lei è una delle protagoniste della serie “Il paradiso delle signore” su Rai 1, che dà filo da torcere a Maria De Filippi.

«Ma noi non siamo nati per quello. La Rai ha voluto creare un prodotto generalista che fidelizzasse i telespettatori, raccontando un’Italia modello. Non quella delle varie gomorre, suburre. Qui non c’è gente figa perché è tatuata o ammazza la gente. L’Italia è stata anche quella che raccontiamo noi. L’Italia del boom ricostruita dopo le ceneri, con al centro la donna che inizia ad affermare la sua personalità. Ebbene siamo riusciti ad appassionare il pubblico: ogni pomeriggio due milioni di spettatori, un milione su Raiplay. Una sfida vinta, anche perché quella era una fascia fragile con rischio di sconfitta altissima. Posso aggiungere un’ultima cosa?».

Certo.

«Sono felicissima di essere in Sardegna. Ero in astinenza. Porto Rotondo è stata casa mia per 12 anni. Ho girato tutta l’isola, da Arzachena a Teulada e Capo Spartivento, da Olbia a Lanusei e Arbatax. È una terra meravigliosa che amo».



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