Antico e moderno visti da Fo: successo al Comunale di Sassari
Stagione lirica: strano, ma apparentemente, l'accostamento fra il “Telefono” di Giancarlo Menotti e la “Serva padrona” di Giovanni Battista Pergolesi
Uno strano accostamento, ma solo in apparenza, quello del “Telefono” di Giancarlo Menotti e della “Serva padrona” di Giovanni Battista Pergolesi, titoli che costituivano la terza produzione inserita nel cartellone della stagione lirica del De Carolis, andata in scena con successo al Teatro Comunale.
È vero infatti che più di duecento anni separano i due lavori, ma va nel contempo rilevato che questi appartengono al medesimo genere comico, che sono entrambi incentrati sui ruoli vocali di baritono e soprano, che concentrano l’azione in un ambito temporale limitato e che sono concepiti con una articolazione drammaturgico-musicale fondata sulla successione di pochi numeri chiusi. Ma l’elemento che più li accomuna è il modo con cui viene declinata la relazione uomo-donna, che certifica una superiorità del genere femminile, invano contrastata, accompagnata dalla presenza di un terzo agente teatrale, che diviene strumento di avvicinamento dei due protagonisti.
Da una parte, nella “Serva padrona”, il servo muto Vespone, che si travestito da Capitan Tempesta, finto pretendente di Serpina, la quale riuscirà a far ingelosire il riottoso Uberto e a farsi sposare, e dall’altra – nell’atto unico di Menotti – il diabolico e attualissimo telefono, ostacolo insormontabile che non consente a Ben di chiedere alla sua Lucy – costantemente impegnata in innumerevoli conversazioni telefoniche – di sposarlo, ma che alla fine costituirà lo strumento di comunicazione cui Ben sarà costretto ad adeguarsi, raggiungendo però in questo modo il suo fine.
Lo spettacolo presentato al Comunale era frutto di una coproduzione realizzata in collaborazione con la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi: un allestimento nuovo di zecca, che si avvaleva delle scene, dei costumi e della regia di Jacopo Fo, ripresa a Sassari da Matteo Mazzoni. L’impianto scenico, fondato su una scena unica sottoposta – tra i due lavori – ad alcuni piccoli cambiamenti, si fonda su un praticabile sormontato da un colonnato, chiuso ai lati da due quinte.
La cifra stilistica è quella del disegno dai tratti infantili, accresciuta dai toni sgargianti dei costumi. Fo concentra la sua attenzione sui “terzi protagonisti” dei due lavori, come gli interlocutori di Lucy, che entrano ed escono dalla scena all’interno di una cabina telefonica, e Vespone, che agita sulla scena burattini di varia fattura, che fanno il verso ai due litiganti protagonisti. Gli esiti più felici si hanno nel Telefono di Menotti, dove la protagonista Aleksandra Kubas-Kruk interpreta con disinvoltura scenica e appropriatezza di fraseggio il ruolo di Lucy, e il bravissimo Filippo Polinelli quello di Ben. Nella Serva padrona invece emerge soltanto la bravura di Polinelli, padrone della scena e perfettamente a proprio agio nella dimensione del registro comico che la tradizione teatrale napoletana del primo Settecento ha costruito intorno alla tipologia del basso buffo.
Deludente invece la Kubas-Kruk nel ruolo di Serpina, soprattutto nei recitativi, dove la non perfetta conoscenza della lingua italiana ha privato la recitazione cantata di fluidità e spontaneità, e nella gestione del registro acuto, deturpato da alcuni suoni sgraziati e forzati. Buon interprete del ruolo assegnatogli da Jacopo Fo il mimo Salvatore Caruso.
La direzione di Alessandro Palumbo risulta nel complesso pertinente nel “Telefono”, mentre negli intermezzi di Pergolesi non convince del tutto, per alcuni stacchi di tempo discutibili e una generale mancanza di verve. Il dittico si replica oggi con inizio alle 16.30.
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