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Hendel: «La vita senza rete»

Prima regista, poi per anni responsabile editoriale di Doc3 (lo storico spazio di Raitre per i documentari), oggi docente all’Accademia di Belle Arti di Sassari con un corso specialistico per la...

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Prima regista, poi per anni responsabile editoriale di Doc3 (lo storico spazio di Raitre per i documentari), oggi docente all’Accademia di Belle Arti di Sassari con un corso specialistico per la formazione di nuovi autori interessati al cinema del reale. La vita di Lorenzo Hendel è strettamente legata al documentario. «Mi piace così tanto – sottolinea – perché ti apre molto agli altri e ti pone in una situazione di rischio. Non c’è una situazione protetta, una sceneggiatura, un set, un piano di produzione. Si inizia a raccontare una storia che ancora non si sa come va a finire». Fragilità e incertezza non significano, però, mancanza di linee guida. Proprio Hendel con il suo nuovo libro fornisce a lettori, appassionati, studenti, registi, delle interessanti riflessioni teorico-pratiche concentrandosi in particolare, come indicato dal titolo, su un approccio specifico. Quello caratterizzato da narrazioni individuali, con personaggi che vengono raccontati in profondità: “Il documentario narrativo. Come inventare una storia vera” (160 pagine, Dino Audino Editore).

I tre paradigmi

Il volume arriva sette anni dopo un altro saggio di Lorenzo Hendel (“Drammaturgia del documentario”) in cui, nell’analizzare strutture narrative ed esperienze produttive per raccontare la realtà, classificava il documentario in tre paradigmi. Quello tematico, in cui il focus è appunto il tema illustrato secondo un modo che si può definire giornalistico, quello osservazionale, che esclude una relazione tra l’autore e i personaggi e privilegia la rappresentazione di un luogo fisico, quello narrativo, segnato dalla presenza di un’intensa storia personale. «Penso che oggi – spiega l’autore – l’approccio narrativo rappresenti la punta di diamante del documentario. Abbiamo bisogno di narrazioni puntuali e individuali per capire quello che sta succedendo intorno a noi. Di raccontare la realtà attraverso storie umane. Stando attenti anche a non usare i personaggi in modo dimostrativo, perché un personaggio non può essere visto come l’incarnazione di un problema. È una persona, complessa, con tante sfaccettature. Fare un documentario narrativo vuol dire quindi mettersi al servizio della sua storia, entrare in grande empatia con lui, capirlo, conoscerlo. Se questo non passa attraverso l’autore non arriverà mai allo spettatore».

Il pensiero di Grossman

Cosa raccontare? Come raccontare? Chi racconta? Su queste tre domande, che Lorenzo Hendel identifica come urgenze, viene sviluppata la struttura del libro. Si parte quindi dall’intercettazione di storie nella realtà, dalla capacità di capire in anticipo le «potenzialità storiogeniche di una determinata condizione umana», di riconoscere nel diamante grezzo una situazione dalla quale può generarsi una struttura narrativa potente. Il secondo passaggio diventa quindi dare forma, intagliare quel diamante senza però modificarne la natura. Un compito non facile, un’aspirazione simile a quella espressa da un grande scrittore come Grossman: «Possiamo scrivere centinaia di storie e mai nessun personaggio avrà la forza vitale di una persona reale. La bramosia di afferrare anche un solo istante di tale vitalità e ciò che mi spinge a scrivere». C’è poi una terza urgenza sul quale si sofferma l’analisi e si riferisce alla figura dell’autore nel documentario narrativo, alla percezione del regista dentro la storia.

Parola di Hitchcock

Non sono però l’oggetto e la forma del racconto a definire l’identità del documentario. Hendel trova la sua essenza nella verità della produzione: «Per questo – sottolinea – il film “My Octopus Teacher” che quest’anno ha vinto l’Oscar come miglior documentario per me non è un documentario. Racconta l’amicizia tra un sub e un polpo, ma nella realizzazione si percepisce la presenza di una troupe e poi nelle note di produzione si legge che ha richiesto dieci anni quando i polpi hanno una vita piuttosto breve». Nella sua visione Hendel allontana l’idea, anche di moda oggi, del documentario che si confonde con la finzione riprendendo meccanismi di ricostruzione e messa in scena dei film a soggetto. «Per me non soltanto sono generi diversi, vedo nel documentario un cinema di diversa natura. Hitchcock diceva che se nella finzione il regista è Dio, nel documentario Dio è il regista. Mi sembra una geniale, perfetta, linea di demarcazione. Il documentarista insegue la realtà, ma senza nessun potere di metterla in scena in anticipo».

Il lavoro a Sassari

Il documentario narrativo in questo senso rappresenta davvero una sfida per un autore che allo stesso tempo deve essere aperto alla realtà senza costruzioni a priori, proteggere la verità del racconto e dare alla realtà la forma di una storia che riesca a coinvolgere gli spettatori. Un messaggio che Lorenzo Hendel cerca di trasmettere anche ai suoi allievi di cinema documentario all’Accademia di Belle Arti di Sassari, dove insegna dal 2016. «Dico sempre a loro di avere una forte curiosità verso la vita. Di seguire la storia, una volta trovata, senza avere una precedente volontà di dimostrare qualcosa. Di conoscere bene il personaggio e cercare un arco narrativo per raccontarlo al meglio». Un’esperienza quella a Sassari che entra fortemente nel libro recentemente pubblicato, sia con il racconto di progetti portati avanti con gli studenti sia con il ricordo di alcune masterclass organizzate dall’Accademia con grandi nomi del documentario. In particolare, per l’utilità a sottolineare questo approccio narrativo, con le registe Kim Longinotto e Hanna Polak.

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