Letteratura
Vivian Gornick e i grandi del romanzo
di MASSIMO ONOFRI
Vivian Gornick è nata nel 1935 a New York dove tuttora vive. Il suo ultimo libro tradotto per i tipi di Bompiani da Gabriella Tonoli, “La fine del romanzo”, si porta dietro sin dal titolo la...
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Vivian Gornick è nata nel 1935 a New York dove tuttora vive. Il suo ultimo libro tradotto per i tipi di Bompiani da Gabriella Tonoli, “La fine del romanzo”, si porta dietro sin dal titolo la pedagogica chiarezza di chi accoglie in qualche modo le suggestioni di quell’America nutritasi degli entusiasmi e della sincerità esistenziali dei grandi pionieri dell’Ottocento americano come Henry David Thoreau e Walt Whitman.
C’è una domanda cruciale a monte di queste felicissime pagine: può l’amore assicurare la felicità? La risposta, a valle, è in qualche modo disperante per chi all’amore crede con tutte le sue forze: la sua spinta propulsiva si sarebbe esaurita, sostituita dalle pulsioni egotistiche (se non egoistiche) di un Io sempre più spaventato, se non addirittura risentito.
Ma questo libro di Vivian Gornick incanta anche per come è scritto, per le chiavi che utilizza per entrare nella vita di figure amatissime come Clover Hooper e Henry Adams, Willa Chater e George Meredith, Jean Rhis, Jane Smiley, Andre Dubus e Richard Ford, per citarne solo alcune. Basterà una sola citazione per rendersi conto della singolarità di questo libro. La ricavo dal capitolo dedicato al rapporto tra il moralmente imbarazzante Martin Heidegger e la sua allieva Hannah Arendt. Quell’Heidegger che, nel 1933, mentre il maestro Edmond Husserl veniva cacciato in quanto ebreo dall’università, si iscriveva al partito nazionalsocialista, gli usurpava la cattedra e di quell’università diventava addirittura rettore. Quell’Heidegger nazista che mai rinnegò quella sua scelta criminale, lasciando che lei, tedesca ma ebrea, lasciasse la sua patria per diciassette anni, emigrando negli Stati Uniti, eppure pronta, fino alla fine, a giustificare in tutti i modi quel maestro amante.
Sentite qua: «La storia di Hannah Arendt e Martin Heidegger appartiene ai drammaturghi, non ai critici». Si potrebbe dire meglio?
C’è una domanda cruciale a monte di queste felicissime pagine: può l’amore assicurare la felicità? La risposta, a valle, è in qualche modo disperante per chi all’amore crede con tutte le sue forze: la sua spinta propulsiva si sarebbe esaurita, sostituita dalle pulsioni egotistiche (se non egoistiche) di un Io sempre più spaventato, se non addirittura risentito.
Ma questo libro di Vivian Gornick incanta anche per come è scritto, per le chiavi che utilizza per entrare nella vita di figure amatissime come Clover Hooper e Henry Adams, Willa Chater e George Meredith, Jean Rhis, Jane Smiley, Andre Dubus e Richard Ford, per citarne solo alcune. Basterà una sola citazione per rendersi conto della singolarità di questo libro. La ricavo dal capitolo dedicato al rapporto tra il moralmente imbarazzante Martin Heidegger e la sua allieva Hannah Arendt. Quell’Heidegger che, nel 1933, mentre il maestro Edmond Husserl veniva cacciato in quanto ebreo dall’università, si iscriveva al partito nazionalsocialista, gli usurpava la cattedra e di quell’università diventava addirittura rettore. Quell’Heidegger nazista che mai rinnegò quella sua scelta criminale, lasciando che lei, tedesca ma ebrea, lasciasse la sua patria per diciassette anni, emigrando negli Stati Uniti, eppure pronta, fino alla fine, a giustificare in tutti i modi quel maestro amante.
Sentite qua: «La storia di Hannah Arendt e Martin Heidegger appartiene ai drammaturghi, non ai critici». Si potrebbe dire meglio?
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