Isa Barzizza, la musa di Totò folgorata dalla Sardegna
L'attrice 90enne si racconta: dai film accanto al grande attore napoletano alla decisione di vivere in Gallura
Una vita a puntate. Diva della rivista, musa di Totò, attrice e soubrette. Ma anche imprenditrice e skipper. E ancora figlia, moglie, mamma, nonna. «La mia vita è divisa in tante parti», racconta Isa Barzizza, novant’anni compiuti a novembre. Da cinque lei si è trasferita in Gallura per avvicinarsi alla sua unica figlia Carlotta, che nell’isola abita invece da quarant’anni. Una scelta maturata quando ha deciso di abbandonare le scene, quando non se l’è più sentita di portare avanti lunghe tournée da una parte all’altra d’Italia. Settant’anni di una carriera cominciata a 17 anni, nel 1947, con Erminio Macario, anche se in realtà l’aria dello spettacolo lei ha iniziato a respirarla quando era in fasce. Il padre era il maestro Pippo Barzizza, mitico direttore dell’Orchestra Cetra, popolarissima nell’Italia degli anni Trenta e Quaranta.
Signora Barzizza, quanto ha influito essere figlia d’arte nella scelta di fare l’attrice?
«A casa mia a Torino venivano cantanti, attori, artisti. Mia mamma era molto ospitale. Non so se questo mi abbia spinto, ma posso confermare che mi piaceva esibirmi da quando ero piccolina. Se lei va su Youtube c’è il “Barzizza channel”, ci sono tantissimi filmati di papà. C’è anche un documentario, “Gli anni più belli”. Papà aveva cominciato a filmare nel 1928, aveva comprato una macchina a manovella per riprendere scene familiari. In questo documentario ci sono pezzetti in cui compaio anche io. Che sapevo benissimo che lui mi riprendeva. Insomma, già recitavo. Inconsapevolmente mi esibivo. E poi organizzavo piccoli spettacoli con le mie amichette per fare un regalo alla cameriera che magari si doveva sposare. Poi a 8 anni un amico di famiglia disse a mamma e papà che al Carignano cercavano una bambina per una piccola parte in uno spettacolo di Pirandello con Elsa Merlini. Mi portarono e mi presero».
Suo padre però non era d’accordo che lei facesse l’attrice.
«Lui voleva che studiassi. Mi diceva: se lo vorrai lo potrai fare più avanti. Ho puntato i piedi, ho fatto i capricci. E alla fine sono partita in tournée come soubrette con Macario, ma con la governante appresso».
Che ricordi ha di Macario?
«Era un uomo che aveva molto successo, piaceva, divertiva. Era un grande organizzatore. Teneva le briglie di questa compagnia piena di ragazzi e ragazze con piglio quasi militaresco. Dietro le quinte non si poteva sgarrare. Arrivava anche a decurtarti la paga».
L’incontro professionale della sua vita è quello con Totò: 11 film e due spettacoli a teatro.
«Stavo facendo a teatro “Le educande di San Babila”. Venne a vedere lo spettacolo Mario Mattoli, ai tempi regista molto quotato. Fu il primo in quegli anni a pensare che Totò avrebbe potuto avere successo al cinema con film sicuramente migliori di quelli girati prima della guerra. Dopo lo spettacolo Mattoli venne in camerino e mi propose di partecipare al film “I due orfanelli” col ruolo principale della ragazza che affiancava Totò. Dissi subito sì con grande entusiasmo, anche se allora sapevo a malapena chi fosse Totò. Lui aveva un grande successo a Napoli, Roma, ma al nord era poco conosciuto. Dopo la guerra l’Italia era spezzata in due, non c’era grande comunicazione e io ero solo una ragazzina».
Quando parla di Totò le si illuminano gli occhi.
«È stato un compagno di lavoro gentile, cordiale. Non faceva pesare la sua posizione contrariamente ad altri attori. Non sempre è tutto oro quel che luccica, ma lui come persona riluceva. Certo, è sempre stato molto riservato, tanto che - nonostante abbiamo fatto insieme 11 film e due spettacoli - se dicessi che eravamo amici direi una bugia».
Oltre il teatro e il cinema arrivò anche la tv: il 3 gennaio 1954, primo giorno delle trasmissioni, la Rai mandò in onda “Osteria della posta” con lei protagonista: che effetto le fece inaugurare la televisione?
«Non fu la prima esperienza, perché per due o tre anni lavorai alla preparazione della tv. Avevo conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito, Carlo Alberto Chiesa, e accettai di lavorare per la Rai per stargli vicino. Avevo fatto 7 o 8 commedie in diretta. Esperienza bellissima, perché era come stare a teatro. Purtroppo questo materiale veniva registrato su pellicola ed è andato perso. All’inizio la Rai non aveva capito il capitale che poteva custodire. Oggi per fortuna hanno creato le Teche Rai».
Nel 1960 un incidente stradale si portò via suo marito e lei decise di lasciare le scene.
«Io volevo fare la mamma, avevo già deciso che mi sarei presa un paio d’anni sabbatici anziché uno solo per dedicarmi alla bambina. Poi avrei potuto ricominciare. Invece, con questa tragedia non me la sono più sentita. Non ci ho pensato un attimo. È stato del tutto naturale per mia figlia. Ma non mi potevo permettere di non fare niente. E così per sbarcare il lunario ho messo in piedi una società di doppiaggio. Mi avevano offerto di assumermi in Rai come impiegata ma non mi piaceva. Preferii mettere su una società con tutti i crismi legali a cui la Rai poi poteva affidare dei lavori. Ed è andata avanti così fino al 1991: ho fatto la manager, avevo i miei dipendenti e in più facevo la direttrice del doppiaggio. È un lavoro che ho fatto molto volentieri, solo a un certo punto mi sono resa conto che passavo la vita al buio. Entravo alle 9 del mattino e uscivo la sera alle 7. Ma in quegli anni ho fatto anche tante cose che mi piaceva fare: ho imparato a portare la barca a vela e ne ho comprato una, andavo a sciare».
Nel 1991 decise però di ritornare sul palcoscenico con “Arsenico e vecchi merletti” di Mario Monicelli.
«Geppy Gleijeses conosceva bene il mio compagno degli ultimi vent’anni - anche se è già dal 2002 che purtroppo è morto - e gli disse: “ma Isa tornerebbe in scena?”. Io non avevo più cose che mi trattenessero a Roma e così decisi di fare qualcosa che mi piaceva da sempre. Anche più del cinema».
Preferisce il teatro?
«Forse perché al cinema non ho avuto la fortuna di avere ruoli in film più impegnativi. Ero stata catalogata come attrice brillante di commedie. Ho lavorato con tutti i comici di allora: Totò, Walter Chiari, Carlo Croccolo. I ruoli però erano sempre un po’ banali. A teatro invece ho avuto l’opportunità di dimostrare altro. E così l’ho fatto per altri vent’anni, fino al 2015, quando mi sono trasferita in Sardegna».
Nel suo curriculum c’è anche la fiction. In “Non lasciamoci più” è stata la mamma di Fabrizio Frizzi.
«Una persona tra le più gentili che abbia mai incontrato. Carino, cordiale, divertente. Quando ho saputo della sua morte mi sono resa conto che era venuta a mancare una persona di cui avevo un ricordo straordinario».
Cosa l’ha spinta a scegliere di trasferirsi in Sardegna?
«Io già conoscevo bene l’isola. La mia prima volta fu nel 1952 con quello che sarebbe diventato mio marito. Eravamo ad Alghero, avevamo un albergo sul mare: quell’acqua trasparente di notte sotto di me mi ha folgorato. Ricordo i ciottoli dell’Argentiera, la Pelosa ancora intatta. Sono poi tornata tante volte, per lavoro, con la mia barca a vela in Gallura, a Stintino. In una di queste vacanze mia figlia ne è stata rapita, lei voleva vivere all’aria aperta e ha deciso di trasferirsi nell’isola. E da allora sono passati 40 anni».
Com’è la sua vita in Gallura?
«Mi piace più d’inverno che d’estate. Io qui ho tutto quello che è giusto abbia una donna della mia età. Innanzitutto, stare vicino alla famiglia, alle persone che si amano. E poi potersi occupare di noi stesse, fare belle camminate. In Sardegna ho anche imparato il Tai Chi, una ginnastica perfetta per chi ha la mia età. E quando posso mi faccio accompagnare al cinema a Olbia».
Le piace la tv di oggi?
«Prima seguivo molto la politica. Ora i talk show mi hanno un po’ stufata, ne guardo solo uno se capita. Mi piaceva il cinema in tv, ma ora ho scoperto le serie: ce ne sono di bellissime. Penso a “Rocco Schiavone” tra le italiane, ma anche “Breaking Bad” o “La casa di carta”».
È nata a Sanremo, è figlia di Pippo Barzizza. Con la musica ha un forte legame. Che idea si è fatta del festival alle porte?
«Tutto viene enfatizzato, troppe polemiche, quando ci sono molte cose più serie da affrontare. Io sono una femminista, una donna libera, di sinistra, ma se penso alla frase infelice di Amadeus sul passo indietro ritengo le sia stato dato un peso eccessivo. È una frase che si presta alle più svariate interpretazioni».
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