Gian Marco Tognazzi: mi chiamo Ugo e vi farò ridere ma anche tremare
L'attore nel nuovo film di Christian De Sica "Sono solo fantasmi"
Il cinema italiano quest’anno è nel segno di Gian Marco Tognazzi. Tre film al cinema, uno in prima assoluta su Sky, due in lavorazione. Per il figlio (maschio) più piccolo del grande Ugo è un anno d’oro. Da giovedì è uscito in tutta Italia “Sono solo fantasmi”, la nuova fatica firmata Christian De Sica, che ne è anche il protagonista insieme a Carlo Buccirosso e appunto Tognazzi: una commedia in cui i tre attori, fratellastri per l’occasione, si ritrovano a Napoli nei panni di acchiappafantasmi. La settimana scorsa è stata la volta di “Gli uomini d’oro”, un noir diretto da Vincenzo Alfieri che racconta un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1996 a Torino, una rapina messa a segno da tre insospettabili - nel film Giampaolo Morelli, Fabio De Luigi ed Edoardo Leo - che si vedono sfumare l’agognata pensione in seguito all’entrata in vigore della riforma Dini. A ottobre è uscito “Se mi vuoi bene” di Fausto Brizzi, film corale con Bisio, Rubini, Insinna e appunto Tognazzi. Che il 24 novembre sarà su Sky con “Mollami” dell’esordiente Matteo Gentiloni in cui interpreta il padre della protagonista, Martina Gatti. E attualmente si divide tra due set: “Ritorno al crimine” di Massimiliano Bruno con Giallini, Gassmann e Leo e “Divorzio a Las Vegas” di Umberto Carteni con Morelli, Memphis e Andrea Delogu.
Tognazzi, partiamo da “Sono solo fantasmi”: c’è chi sostiene sia il ritorno alla commedia di un tempo.
«Sono due film in uno. Christian voleva fare un comedy horror, che in Italia non si faceva da anni. E infatti è una commedia, con le caratteristiche del personaggio un po’ cialtrone di Christian e le battute da film di Natale, ma allo stesso tempo non è la commedia del cinepanettone, perché si nutre di realismo e horror, senza farla troppo spinta per evitare di cadere nella farsa. Christian ha cercato di trovare un equilibrio tra i due generi».
C’è chi vi ha definiti i Ghostbusters italiani.
«È un paragone che non ci sta. Tempi, budget, pubblico, immaginario collettivo: tutto diverso. In America i fantasmi vengono affrontati come burloni, in Italia virano più verso il mostruoso. Nel nostro film non sono edulcorati, ci sono momenti di vero horror. Non era facile riuscire a trovare il giusto equilibrio che rendesse fluida la storia. Merito anche di Brando, il figlio di Christian, patito di film horror ed esperto di effetti speciali».
Nel film il suo personaggio si chiama Ugo.
«È la prima volta, non lo avevo mai fatto né al cinema ne a teatro. È stato Christian a volerlo. Anche lui ha un secondo ruolo in cui interpreta nostro padre e si chiama Vittorio. Mi è sembrato carino. D’altronde, se noi facciamo cinema lo dobbiamo al cognome che portiamo, alla grande scuola dei nostri padri».
Con De Sica aveva esordito nel 1984 in “Vacanze in America” di Carlo Vanzina.
«Con Christian c’è non solo conoscenza artistica e personale, ma anche riconoscenza, perché fu lui a tenermi a battesimo. Giravamo negli Usa e lui mi aiutò tantissimo. Ero acerbo, quasi un cane, senza alcuna esperienza. Lui invece era già mitico, aveva fatto “Borotalco” e trovarmelo a fianco fu eccezionale. Quante risate per don Buro».
Una settimana fa è uscito in sala anche “Gli uomini d’oro”.
«Parla di una rapina a un portavalori, un fatto di cronaca realmente accaduto, senza spargimenti di sangue. Alfieri ha saputo girare tre capitoli, in ognuno dei quali la storia viene raccontata dal punto di vista di uno dei protagonisti. La mia è una partecipazione, ma il personaggio, un sarto alla moda ambiguo con grande savoir faire, rappresenta un po’ il deus ex machina della storia. L’opera è la dimostrazione che non è vero che in Italia si fanno solo film di un certo tipo».
Perché il cinema italiano ha difficoltà a imporsi in sala?
«Il problema - ahimè - è il pubblico. Quando escono 5 o 6 film alla settimana e il pubblico in modo automatico sceglie sempre quelli stranieri non si rende conto che, anche se si tratta di una scelta fenomenologica, va a penalizzare le pellicole italiane. Perché se il primo incasso non determina un successo nell’immediato le copie vengono dimezzate, e neanche il passaparola serve più. Quel film lo hai bruciato. O la gente capisce che deve dare priorità al cinema italiano oppure ogni anno continueranno a dimezzarsi i film prodotti, finché la situazione non diverrà insostenibile. Questo al di là della qualità dell’opera, al di là del cast. Oggi in Italia non abbiamo più un’industria del cinema, è più un artigianato. Fatta qualche eccezione, i budget dei film americani sono dieci volte superiori rispetto ai nostri, ma si gareggia tutti insieme. Come se fossimo loro su una Ferrari e noi su una Cinquecento».
Su Imbd, bibbia web del cinema, risulta che lei abbia girato 106 tra film e fiction. Qual è stata la svolta della sua carriera?
«Premesso che 106 mi sembrano troppi, sotto il profilo della nazionalpopolarità la fenomenologia di essere personaggio è venuta fuori con Sanremo, ma quello non era fare l’attore. Però quella popolarità arrivata con il festival mi portò a proseguire su quella strada, a ritornare sul set a fare l’assistente alla regia, a studiare con Beatrice Bracco. Mi sono chiesto se volessi essere un personaggio o fare un percorso di approfondimento. Fino a quel momento il mio era un cinema istintuale, non avevo strumenti, mi accontentavo di essere naturale. La scelta presa dopo Sanremo è stata l’unica volta in cui ho fatto veramente un passo non banale, perché quando hai successo è molto più facile cavalcare l’onda. Ma forse non era quello che volevo dalla vita».
Una scelta ripagata da successi e soddisfazioni.
«Nel 1990 con Beatrice ho iniziato a fare teatro, a lavorare sul personaggio e non a fare più solo me stesso. Quella è stata la chiave di volta. E così è arrivato il teatro, alcuni spettacoli sono diventati film. Poi è iniziato il sodalizio con Alessandro Gassmann, prima sul palcoscenico e poi al cinema: una collaborazione lunga 10 anni. E poi Pieraccioni, e ancora film sempre più seri. Il problema è che in Italia quando vieni inquadrato come attore serio fai solo film di un certo tipo, se lavori in coppia ti considerano solo in coppia, quando non lavori più in coppia è perché hai litigato. Il pubblico ragiona sempre di più con leggende metropolitane, come quando si è convinto che il cinema italiano non sia all’altezza. Io ho cercato di districarmi da questi meccanismi cercando di fare sempre qualcosa di diverso. Al cinema, a teatro, in tv non amo la ripetitività».
Che ricordi ha sul set con suo padre Ugo?
«Pochi, i ricordi sono a casa mia, a Velletri, dove Ugo riuniva quelli che lavoravano con lui intorno alla tavola. Tutta la sua vita è stata intorno alla tavola. Ecco perché anche io sono tornato in campagna e mi sono dato al vino. Ugo è stato un anticipatore del biologico, il vero antesignano del km zero. La cucina ai tempi non era di moda, ma lui ne parlava già negli anni Sessanta. L’Abbuffone, il libro di ricette di Ugo, è del 1974. Il suo cinema nasceva tutto intorno alla tavola. L’idea del film “La grande abbuffata” venne quando Marco Ferreri disse a Ugo: “a furia di mangiare così ci ucciderai”. E lo stesso vale per “Amici miei” e la supercazzola. Io il cinema lo vivevo a casa, sul set andavo solo quando magari serviva un bambino per il ruolo del figlio, ma era un gioco tra me e lui, nessuna volontà di tramandare la sua passione. Solo una volta saltai la scuola e mi presentati sul set di “Scusa se è poco” che girava con Monica Vitti e iniziai a fare l’assistente volontario. Il che mi fece venire voglia di farlo d’estate anziché starmene in giro».
A proposito di estate, suo padre le fece scoprire la Sardegna.
«È la mia seconda casa. Per vent’anni ho frequentato Porto Rotondo, era una costa agli albori, strade sterrate, portavamo l’acqua con le taniche. E poi i bagni a spiaggia Ira. E tante cotte estive che diventavano tragedie quando ritornavo in continente. Ho frequentato Porto Rotondo fino alla scomparsa di Ugo».
Negli anni Duemila l’incontro con sua moglie Valeria, di Sassari.
«Ho scoperto una Sardegna diversa, soprattutto dalla Costa che rispetto agli inizi ha avuto una espansione eccessiva. A Sassari c’è la mia seconda famiglia, facciamo riunioni conviviali tutti insieme, estese a parenti e amici. Un’usanza tutta sarda che mi ricorda molto Ugo. Amo tornare nell’isola: da Sassari a Tortolì, Bono e Bonorva, la costa di Olbia con davanti Tavolara. Ecco, quando arrivo mi sembra di sbarcare su un altro pianeta».
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