1985. Papa Wojtyla nel ventre della miniera di Monteponi

Papa Giovanni Paolo II con i minatori del Sulcis durante la visita del 1985 in Sardegna

La visita in Sardegna di Giovanni Paolo II. Nel pozzo P con i lavoratori che rischiano il posto

MONTEPONI – Ora sono due i pozzi di Monteponi che hanno il diritto di restare nella storia delle miniere sarde. Pozzo Vittorio, 303 metri nelle viscere della terra, è già un simbolo da oltre un secolo, da quando nel 1879 uno sciopero partito proprio da qui si propagò spontaneamente fino a raggiungere i primi grandi nuclei industriali del nord Italia. Ammirato e temuto, oggetto di racconti raccapriccianti e leggendari, ieri è stato forse per qualche attimo oscurato da un altro pozzo: il «P». Molto più giovane, appena due anni e mezzo, questo budello di Monteponi ha però già alcuni record al suo attivo: è il più profondo, ospita un impianto per il deflusso delle acque che la Samim – la società del gruppo Eni che ha incorporato tutte le miniere della zona – non esita a definire il più moderno del mondo, ed ha già ospitato un Papa.

Attorno a questo pozzo, alle sue strutture gialle e arancione fosforescenti, al suo enorme argano che sovrasta tutta la vallata, ieri era centrata l’attenzione del mondo intero. Un Papa per la prima volta è voluto andare a vedere come lavorano quegli uomini che qualcuno chiama talpe. Sono le 12,05 quando Wojtyla, pressato dal rigidissimo protocollo, esce dalla chiesetta alle spalle del grande palco. Indossa un impermeabile trasparente ma non ha ancora il casco. (...)

Col Papa scendono a meno duecento metri dal livello del mare gli uomini del suo seguito, tra cui il medico personale. Ad attendere Wojtyla una quarantina di persone. Tra loro, quasi a sorpresa, ci sono anche i segretari territoriali di Cgil, Cisl e Uil, Porcu, Ulargiu e Mura. Aspettano Wojtyla al varco, il quale non si sottrae alle domande. È un botta e risposta pacato ma incalzante, quasi un’intervista, piuttosto singolare per il posto e per il personaggio. «Santità, la Chiesa ci ha sempre dato una mano». «Ma qual è il problema più grave?». «L’occupazione, questo è ciò che ci angoscia». Seguire tutto il dialogo riesce difficile.

Si sente il Pontefice che dice: «Io conosco le miniere, ne ho visitate altre. Pensavo che quelle del Belgio fossero le peggiori, dove si lavorava in ginocchio, anche donne e bambini». «Ora la situazione è cambiata, ma lavoriamo sempre sotto terra». «Ma il vostro handicap, qual è? Perché vogliono diminuire i posti di lavoro? C’è la vostra buona volontà ma ci vorrebbe un indirizzo pratico». «Questo dipende da chi ci governa... Abbiamo avuto assicurazioni ma abbiamo tanta paura. Ci sono le nuove tecnologie, e per abbattere i costi vogliono ridurre i posti».

Wojtyla ascolta con interesse, il dialogo si fa fitto, poi, quando capisce che i problemi sono enormi e che tutti non si possono affrontare a 200 metri sotto il mare dice: «Sarebbe utile per me avere un promemoria per questi problemi specifici». Ora accanto al Papa c’è Reviglio (presidente dell’Eni) e i manager dell’Eni. Su una parete di questa sala (50 metri per 10) c’è una mappa dell’impianto. I tecnici spiegano come questo sia uno dei più moderni impianti del mondo, un gioiello di ingegneria idraulica e mineraria. (...) I minatori hanno piazzato una lapide in ricordo dell’ospite illustre, e accanto hanno sistemato una Madonna scolpita in marmo. «Oh, la Madonna, che bella cosa». La benedizione della statuetta è l’ultimo atto di questa visita.

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