Il genio di Joyce nei disegni di Vittorio Giacopini
di Giacomo Mameli
“Epifanie”, quaranta racconti dello scrittore dublinese corredati dalle illustrazioni del conduttore di Pagina 3
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Si sfoglia, se è consentito dirlo, lo spartito di un concerto grafico. Note che rimandano a Gustav Mahler e Joseph Haydn. Perché – fra i quaranta racconti di James Joyce (Dublino 1882-Zurigo 1941) e le centouno illustrazioni (24 in bianco e nero e le restanti 77 a colori) del giornalista Vittorio Giacopini – ci si convince che le parole sono la musica che dà voce al linguaggio. E viceversa. Se poi queste parole sono usate da chi ha scritto capolavori mondiali come quell'Ulisse che rivive le peregrinazioni omeriche in una solo giorno dell'ebreo irlandese Leopold Blomm, è conseguente mettere nero su bianco che la scrittura di Joyce «è una metafisica della vista, che gioca sul paradosso».
Giacopini, al telefono dalla sua casa romana, definisce il dublinese per eccellenza anche «un grande chitarrista e un cantante molto portato». Aggiunge: «Da lettore e da scrittore, sono più di quarant'anni che l'occhio di Joyce è un'ossessione che mi fa compagnia» perché «il suo vedere-velato è indispensabile». Del resto dai tempi di Trieste (1905-1915) «aveva combattuto con mille problemi agli occhi – miope come una talpa, fu vittima di attacchi in irite, glaucoma, cataratta». Pagina dopo pagina di un raffinatissimo libro pubblicato da “Racconti edizioni” nella tipografia Artigrafiche La Moderna, trovate Joyce bendato anche quando legge un quotidiano forse ambientato a Roma, o attorno a una tavola imbandita da osteria. Scoprirete due capre a barbetta e col muso davvero semita con due pastori che vi appaiono profeti biblici. C'è un Joyce quasi sempre in cravattino rosso, una bandana di sbieco sugli occhi. A metà del volume l'autore ce lo raffigura, seduto su una panchina. E con occhiali a pince-nez, sullo sfondo un pentagramma con linee equidistanti, note e pause musicali, e poi un illeggibile testo di sei righe tratto da una poesia in irlandese antico, una mano sulla cassa, l'altra con le dita vicine al bordo del manico a sei corde, Se non vedete, immaginate. Sognate, canticchiate melodie da arcadia, avvertite il fantastico dell'estetica musicale.
Giacopini: «Leggendo Joyce, uno guarda il mondo coi suoi occhi, destinati a spegnersi. Scrivendo, si cerca di scrivere tramite il suo sguardo. E torna quell'immagine, quella frase: la questione chiave è la modernità, il modernismo nel senso dello shakespeariano “tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria sottile” che risuona nel Manifesto di Marx ed Engels». Per concludere: «Tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi, si dissolvono; e quelli che li sostituiscono diventano antiquati ancor prima di cristallizzarsi». Riemerge la grandezza di Joyce. Che in questo libro ha il valore aggiunto di un giornalista che si conferma un illustratore di prima grandezza.
Voce di Radio3 Rai nel programma mattutino Pagina 3, Giacopini è stato finalista con “La Mappa” al Campiello 2015, pubblica su Left col Sole 24 Ore e il Venerdì di Repubblica. Nel 1999 si era imposto con “Scrittori contro la politica”, silloge di saggi su scrittori del Novecento (George Orwell, Nicola Chiaromonte, Dwight Macdonald, Carlo Levi).
Il titolo del volume (249 pagine, euro 23) è “Epifanie”, quaranta brani in prosa, gli unici superstiti su settantuno che Joyce scrisse tra il 1900 e il 1904. Segue l'alphabetical notebook “Rubrica di Trieste” dove Joyce aveva appuntato note sull'estetica. Carlo Avolio (che ha tradotto in italiano i testi) invita il lettore a «lasciare che la parola evochi e che la letteratura si faccia carne». Enrico Terrinoni dice: «Le Epifanie sono il vero impianto teorico di Joyce. Con una lezione laica, eretica. Un mutare di forme che rivela un permutare continuo». Ed ecco perché, nelle ultime pagine, è ancora Joyce esule ad avere voce: «Mi metterò alla prova contro i potenti di questa terra. Tutto è incastonato tranne la fede nell'anima, che cambia ogni cosa e che riempie di luce l'incostanza, E benché pare che sia stato scacciato da questo paese come miscredente, non ho ancora trovato un uomo con una fede pari alla mia».
Giacopini, al telefono dalla sua casa romana, definisce il dublinese per eccellenza anche «un grande chitarrista e un cantante molto portato». Aggiunge: «Da lettore e da scrittore, sono più di quarant'anni che l'occhio di Joyce è un'ossessione che mi fa compagnia» perché «il suo vedere-velato è indispensabile». Del resto dai tempi di Trieste (1905-1915) «aveva combattuto con mille problemi agli occhi – miope come una talpa, fu vittima di attacchi in irite, glaucoma, cataratta». Pagina dopo pagina di un raffinatissimo libro pubblicato da “Racconti edizioni” nella tipografia Artigrafiche La Moderna, trovate Joyce bendato anche quando legge un quotidiano forse ambientato a Roma, o attorno a una tavola imbandita da osteria. Scoprirete due capre a barbetta e col muso davvero semita con due pastori che vi appaiono profeti biblici. C'è un Joyce quasi sempre in cravattino rosso, una bandana di sbieco sugli occhi. A metà del volume l'autore ce lo raffigura, seduto su una panchina. E con occhiali a pince-nez, sullo sfondo un pentagramma con linee equidistanti, note e pause musicali, e poi un illeggibile testo di sei righe tratto da una poesia in irlandese antico, una mano sulla cassa, l'altra con le dita vicine al bordo del manico a sei corde, Se non vedete, immaginate. Sognate, canticchiate melodie da arcadia, avvertite il fantastico dell'estetica musicale.
Giacopini: «Leggendo Joyce, uno guarda il mondo coi suoi occhi, destinati a spegnersi. Scrivendo, si cerca di scrivere tramite il suo sguardo. E torna quell'immagine, quella frase: la questione chiave è la modernità, il modernismo nel senso dello shakespeariano “tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria sottile” che risuona nel Manifesto di Marx ed Engels». Per concludere: «Tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi, si dissolvono; e quelli che li sostituiscono diventano antiquati ancor prima di cristallizzarsi». Riemerge la grandezza di Joyce. Che in questo libro ha il valore aggiunto di un giornalista che si conferma un illustratore di prima grandezza.
Voce di Radio3 Rai nel programma mattutino Pagina 3, Giacopini è stato finalista con “La Mappa” al Campiello 2015, pubblica su Left col Sole 24 Ore e il Venerdì di Repubblica. Nel 1999 si era imposto con “Scrittori contro la politica”, silloge di saggi su scrittori del Novecento (George Orwell, Nicola Chiaromonte, Dwight Macdonald, Carlo Levi).
Il titolo del volume (249 pagine, euro 23) è “Epifanie”, quaranta brani in prosa, gli unici superstiti su settantuno che Joyce scrisse tra il 1900 e il 1904. Segue l'alphabetical notebook “Rubrica di Trieste” dove Joyce aveva appuntato note sull'estetica. Carlo Avolio (che ha tradotto in italiano i testi) invita il lettore a «lasciare che la parola evochi e che la letteratura si faccia carne». Enrico Terrinoni dice: «Le Epifanie sono il vero impianto teorico di Joyce. Con una lezione laica, eretica. Un mutare di forme che rivela un permutare continuo». Ed ecco perché, nelle ultime pagine, è ancora Joyce esule ad avere voce: «Mi metterò alla prova contro i potenti di questa terra. Tutto è incastonato tranne la fede nell'anima, che cambia ogni cosa e che riempie di luce l'incostanza, E benché pare che sia stato scacciato da questo paese come miscredente, non ho ancora trovato un uomo con una fede pari alla mia».
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