La Nuova Sardegna

«L’Iguana: il mostro e le nostre paure»

Il giallista Carlo Lucarelli parla del suo nuovo romanzo, “Léon”. Tornano i protagonisti del best seller “Almost Blue” 

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Sono trascorsi ventiquattro anni dalla pubblicazione di Almost Blue, che nel 1997 creò una nuova grammatica del genere poliziesco in Italia, dimostrando che anche gli autori nostrani potevano tessere storie thriller di altissimo livello, raccontando al tempo stesso un territorio, nel caso di Carlo Lucarelli la città di Bologna. Quel libro diede grande notorietà al suo autore. Alex Infascelli ne fece un film con Lorenza Indovina nei panni di Grazia Negro e Rolando Ravello in quelli del serial killer l’Iguana. Ma Lucarelli non aveva chiuso tutti i conti con quei personaggi. Infatti è tornato da qualche giorno in libreria con Léon (Einaudi Stile Libero, 17,50 euro), libro che segna il ritorno dell’iconica ispettrice di Polizia specializzata nella cattura di serial killer. L’incipit è folgorante: Grazia ha appena partorito due gemelle all’ospedale Maggiore di Bologna, quando un poliziotto in divisa entra in sala e la porta via di gran fretta verso una località segreta. Quando Grazia domanda cosa stia accadendo, la risposta dell’agente la gela: l’Iguana è appena scappato dalla struttura psichiatrica criminale dove era detenuto.

Sapeva da sempre che avrebbe dovuto chiudere i conti con l’Iguana e con Grazia Negro?

«È una cosa che ho imparato dopo il primo romanzo, Carta bianca, a proposito di un altro personaggio. Per quanto tu creda di aver finito la storia nel miglior modo possibile, e per te anche l’unico, ti chiedi sempre cosa succede dopo l’ultima pagina. Grazia ha avuto un suo percorso che più che risposte mi ha lasciato altre domande, e anche l’Iguana, che è stato inizialmente la causa di tutto. Il dubbio, anche questa volta, è sempre lo stesso: ho davvero chiuso i conti?» .

Da ex musicista lei ha dimostrato sempre una sensibilità particolare per la musica e per le colonne sonore dei suoi libri. Soprattutto per le storie incentrate su Grazia. Qual è stata la scintilla questa volta?

«Tutti i romanzi che hanno Grazia Negro come protagonista partono da una canzone, che incontro sempre per caso. Ho in mente l’inizio della storia, qualcosa sui personaggi, alcune scene a cui tengo e un vago sapore, ancora indistinto. Poi sento qualcosa che è come la chiavetta dell’accensione e tutto si sistema, anzi, di più: parte. In questo caso è stato “Léon”, dei Melancholia, sentito mentre guardavo X Factor alla tv. Ecco, mi sono detto, quella è la follia che voglio, ed è partito tutto. Non finisce lì, però: quando scriviamo siamo come pipistrelli, con le orecchie come radar, e nel mio caso è entrata nel romanzo tanta altra musica, come “Amandoti” di Giovanni Lindo Ferretti nella versione di Naip, o “Lost Umbrella”, assurdo pop giapponese cantato da un vocaloid, una specie di software che sintetizza la voce» .

Tra gli anni Settanta e gli anni Duemila i serial-killer erano diffusissimi – in modo particolare negli Stati Uniti – e hanno cambiato per sempre la cultura di massa, seminando paura e inquietudine per la loro psiche insondabile. Oggi, invece, sembrano quasi spariti. Perché, secondo lei? Sono venuti meno i contesti sociali, storici e ambientali che partorivano quel tipo di violenza e follia?

«Non so se sia vero che i serial killer siano spariti dalla cronaca e non piuttosto dal nostro immaginario. I progressi delle tecniche investigative e soprattutto delle banche dati hanno fatto in modo che venissero presi più facilmente e con una tale velocità da impedirgli di diventare davvero seriali. E l’inquietudine dei tempi in cui viviamo, per quanto molto più sicuri di altri, ci fanno percepire una follia più diffusa e difficilmente identificabile con un “corpo estraneo” come era quello del serial killer. Non so, è una domanda che dovrebbe essere fatta a un vero criminologo. Appena vedo Massimo Picozzi glielo chiedo…».

Grazia in questi anni è piuttosto cambiata: è costantemente scissa tra la dicotomia di “cacciatrice di mostri” e madre che vorrebbe soltanto prendersi cura delle due gemelle appena nate. Come è stato ritrovare questo personaggio così importante per il poliziesco italiano ed è stato difficile riscivolare sotto la sua pelle?

«Ci sono personaggi seriali che non cambiano e restano fedeli a sé stessi e altri che si trasformano. In effetti di solito li mettiamo in situazioni così traumatizzanti che è difficile essere sempre gli stessi, le botte della vita un po’ ti cambiano. Qui la contraddizione fondamentale di Grazia è arrivata al punto di rottura e finalmente ho capito anch’io in cosa consistesse. Pensavo fosse un’alternativa tra essere poliziotta cacciatrice di criminali e madre, poi ho parlato di questo durante la presentazione di un altro libro e una giovane donna che stava tra il pubblico si è alzata e mi ha detto che si poteva essere tutte e due, dal momento che lei dirigeva il commissariato del posto e aveva due figli. Così ho capito: Grazia non è solo una poliziotta, è il personaggio che cerca, il detective del romanzo giallo, così ossessionato e inquieto da sacrificare tutto il resto, cosa che una madre non può fare. Grazia mi è apparsa finalmente in una sua luce di follia che mi ha chiarito molte cose» .

Nel romanzo ritroviamo anche Simone, il ragazzo cieco che aiutò Grazia a risolvere il caso dell’Iguana. I due sono stati insieme per diversi anni ma la loro storia sembra essere conclusa. In questo romanzo emerge tutta la fragilità e la vulnerabilità di Simone.

«Simone mi mancava. Nei romanzi successivi ad Almost Blue aveva un ruolo più laterale, poi ho capito che per tornare alla dimensione di quel romanzo, a quel tipo di profondità, avevo bisogno della sua visione delle cose, della sua sensibilità. La voce di Almost Blue, fin dall’inizio, era la sua. Ma nel frattempo anche lui era cambiato e sostituire un senso lungo come quello dell’udito, con quello del tatto, che è il più corto, ha aperto nuove strade. E poi, dovevo fare i conti anche con lui» .

Tutti i personaggi di questa serie in realtà appaiono più fragili di vent’anni fa, quasi che la Bologna in cui si trovano a vivere, che riflette il nostro Paese, sia diventata più complessa, più fredda, più egoista.

«In questo romanzo il mio rapporto con Bologna è diverso. Di solito nei romanzi con Grazia Negro cerco di mettere la mia visione della città, le sue trasformazioni, la sua fisionomia più attuale, che è sempre diversa da quelle di poco tempo prima. Qui no. Gran parte della storia si svolge dentro la testa dei personaggi, o in luoghi ristretti come le case protette della polizia. Così ho affidato la presenza di Bologna a un personaggio particolare, un tassista, che la percorre durante le sue giornate di lavoro e ne parla. So che Bologna sembra, come tutta l’Italia, sul punto di ripartire ed essendo io un ottimista penso che diventerà finalmente la grande capitale europea della cultura che ha sempre aspirato ad essere».

L’abbandono di Grazia speriamo che sia soltanto un allontanamento temporaneo e non definitivo, perché questo libro lascia aperti ancora diversi interrogativi sul suo futuro.

«È così. Credevo di essere arrivato alla fine di tutto, ma già mi sono venute alcune domande su cosa accade dopo l’ultima pagina del romanzo».



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