La Nuova Sardegna

L’INTERVISTA 

«Il complottismo, sintomo di una democrazia malata»

«Il complottismo, sintomo di una democrazia malata»

Donatella Di Cesare ha appena pubblicato il suo nuovo libro, “Il complotto al potere” (Einaudi, 109 pagine 12.00 euro), che ha presentato al festival Pazza Idea da poco conclusosi a Cagliari. Docente...

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Donatella Di Cesare ha appena pubblicato il suo nuovo libro, “Il complotto al potere” (Einaudi, 109 pagine 12.00 euro), che ha presentato al festival Pazza Idea da poco conclusosi a Cagliari. Docente di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, Di Cesare è una delle voci filosofiche più presenti nel dibattito pubblico. Nel suo saggio e in questa intervista spiega che il complottismo non è un delirio irrazionale o un retaggio di un oscuro passato preilluminista. E’ invece un problema politico, il sintomo di una malattia grave delle nostre democrazie.

«Il suo libro ha un evidente bersaglio polemico: una certa visione banalmente colpevolista del complottismo...

«Sì, un abbaglio pericoloso. È una visione che non coglie né le radici profonde del complottismo né le sue implicazioni politiche. Una visione che tende a vedere nel complottismo il residuo di un passato oscurantista. Roba da sciamani, che va esecrata, condannata, demonizzata. Quando invece ci troviamo di fronte al sintomo di una crisi delle democrazie occidentali».

Campione di questa visione riduttiva è, sostiene lei nel libro, Umberto Eco…

«Eco è l’esponente maggiore dell’anticomplottismo dominante. Per lui il complottismo è l’espressione di una irrazionalità profonda, il segno evidente di una regressione della civiltà. Eco parte da una critica dell’ermetismo e dello gnosticismo antichi per arrivare a mettere sul banco degli imputati quelli che considera gli ermetici e gli gnostici contemporanei, gli esponenti di una cultura postmoderna che considera irrimediabilmente minata dall’irrazionalismo: Nietzsche, Heidegger, Deleuze, Foucault, Gadamer, Derrida. Variante attuale di un oscurantismo antico, regressione della civiltà, rigurgito di uno stadio prerazionale, il complottismo viene condannato da Eco in nome del razionalismo illuministico e positivistico. Punto di riferimento tra i più autorevoli del progressismo moderato, Eco è stato in Italia l’interprete più in vista di uno spirito del tempo conformista e pacificatore, che ha rimosso dall’analisi del mondo contemporaneo ogni elemento che potesse andare nella direzione di una critica radicale del presente».

Contro il progressismo moderato di Eco lei fa invece un elogio del sospetto…

«Sono per un buon uso del sospetto. Essere diffidenti, non accontentarsi della prima versione dei fatti, verificare la attendibilità delle fonti, analizzare la realtà complessa del mondo contemporaneo scrutando dietro e oltre: sono le basi del pensiero critico. Già l’analisi marxiana del capitalismo ci aveva detto questo. Poi nel Novecento quando Paul Ricoeur ha introdotto – a proposito non solo di Marx ma anche di Nietzsche e di Freud – la formula “ermeneutica del sospetto” il sospetto come attitudine analitica è diventato una categoria filosofica. Ecco, io mi ricollego a questa linea di pensiero».

Demistificate le false ragioni della visione del complottismo elaborata dalla cultura progressista moderata, lei passa a spiegare perché, invece, il complottismo ci parla delle società contemporanee, della loro natura e della crisi profonda che le attraversa...

«Sostengo che allo stesso modo in cui il totalitarismo lo è stato nel XX secolo, così nel XXI il populismo complottista è la forma autoimmune e distruttiva che la democrazia ha assunto in un vorticoso autolesionismo. Viviamo in società senza un centro apparente, in cui è diventato difficile cogliere le articolazioni del potere. Il potere oggi è senza volto. Più che con la verità, il complotto ha a che fare con il potere. La democrazia è sempre più spesso solo rappresentazione della democrazia. Un’apparenza vuota sostituisce l’effettivo esercizio dei diritti politici. In una situazione del genere il complotto diventa lo schema interpretativo attraverso il quale viene visto il potere. Viviamo in un’epoca nella quale non sappiamo bene dove sia il potere, quale sia il potere, chi lo eserciti. Subiamo le conseguenze del potere, ne vediamo gli effetti, ma non riusciamo a capire chi siano i responsabili. Il complotto diventa il dispositivo in cui il potere si articola, si esercita, si dissimula. Il complotto è la maschera del potere nel tempo del potere senza volto. Un dispositivo caratteristico di quest’epoca. Non un retaggio del passato, come pretende il progressismo moderato. Al contrario, una peculiarità del nostro tempo».

Ma prendere coscienza di questo significa mettere in discussione il presente, e farlo in maniera radicale...

«Esatto. È proprio questo che, consapevolmente o meno, non si vuole fare: mettere in discussione il presente. Il pensiero critico accompagna il mutamento dell’ordine dato. Per chi invece vuole che niente nella sostanza cambi è molto più utile demonizzare».

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