La Nuova Sardegna

Jacopo Cullin dal vivo: «Rieccomi finalmente: l’astinenza è finita»

di Alessandro Pirina
Jacopo Cullin dal vivo: «Rieccomi finalmente: l’astinenza è finita»

L’attore e regista nei teatri dell’isola con “È inutile a dire” «Sold out in pochi minuti: pensavo fosse uno scherzo»

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Era più di un anno che aspettava di ritrovare il suo pubblico, si era quasi arreso all’ipotesi di abdicare per sempre agli spettacoli dal vivo. Ma mai avrebbe immaginato un successo simile, ancora prima di risalire sul palco. Dal 20 dicembre Jacopo Cullin ritorna in scena con il suo spettacolo “È inutile a dire”, in cui l’attore e regista cagliaritano porta in scena i suoi più famosi personaggi. In pochi minuti i biglietti sono andati a ruba e la produzione si è trovata costretta – in senso positivo – ad aggiungere altre date. E così sarà dal 20 al 23 dicembre a Cagliari, dove tornerà il 5 e il 6 gennaio. Il 27 dicembre al Verdi di Sassari e il 3 gennaio all’Eliseo di Nuoro.

Cullin, un’astinenza di quasi due anni: è stato difficile?

«C’è voluta pazienza. Anche se a un certo punto era finita pure quella: non vedevo più la prospettiva di tornare sul palco. E quando c’è stato l’annuncio del ritorno alla capienza del 100 per cento mi sono commosso».

Sold out in pochi minuti.

«Una soddisfazione enorme, travolgente. A Cagliari i biglietti sono finiti in 20 minuti. Quando mi hanno chiamato i miei amici per dirmelo ho pensato fosse uno scherzo. Per non parlare poi del sold out a Sassari».

Che tipo di show sarà?

«È un’analisi dei tempi che stiamo vivendo, non tanto legati al Covid, quanto ai social, ai cellulari che hanno influenzato le nostre relazioni. Ed è una analisi fatta attraverso i miei personaggi, che io metterò dentro situazioni che chiunque ha vissuto».

L’ultima volta sul palco?

«Agosto 2020, ma già con capienze ridotte. L’ultimo vero show nel maggio 2019 a Cagliari. Poi l’anno dopo stavo per partire con la tournée e il giorno prima siamo entrati in lockdown».

E la prima volta sul palco?

«La primissima fu all’asilo e non me la ricordo. Ho solo delle foto in cui sono imbronciato perché mi avevano fatto fare l’oste e io volevo essere San Giuseppe. La prima volta su un palco vero a Monserrato, a teatro. Avevo già iniziato a lavorare a Videolina e la sala di 100 persone si riempì ben oltre la sua reale capienza».

Da piccolo diceva: voglio recitare o voglio fare ridere?

«L’obiettivo è sempre stato recitare. Ma a me piaceva anche fare ridere. Mi capitava con i miei amici, ma non pensavo che avrei fatto entrambe le cose».

Si dice sempre che per un attore sia più difficile fare ridere il pubblico che farlo piangere.

«Io spesso, anche involontariamente, faccio ridere. C’è chi è più portato e chi meno. Io non ho questa grande difficoltà».

Benito Urgu, Geppi Cucciari, Pino e gli Anticorpi, La Pola, Cullin: esiste un comune denominatore della comicità sarda?

«Partiamo tutti da Benito Urgu, poi ognuno ha preso il suo ramo. Lo dico non solo per una questione anagrafica, ma perché Benito è quello che ha fatto crescere intere generazioni. È lui il nostro comune denominatore, siamo tutti cresciuti con le sue cassette».

Ha mai pensato a Zelig?

«Ci sono stato, nel 2006. Per me fu una grande soddisfazione salire sul mitico palco di viale Monza. Andò anche bene e mi chiesero di tornare. Io mi ero presentato con il personaggio di signor Tonino, ma per partecipare al programma avrei dovuto togliere il pigiama e fare me stesso. Non mi interessava, non volevo cambiare i miei personaggi, che sono persone che non sono io. Forse perché mi piace recitare».

Da Cagliari a Roma: per uno che vuole fare cinema è inevitabile lasciare la Sardegna?

«Almeno un passaggio va fatto, per conoscere l’ambiente o trovare una agenzia. In realtà, io sono rimasto 6 anni e poi sono tornato a casa: oggi si riesce a lavorare bene anche da qua».

Ha mai pensato: mollo tutto e me ne torno a casa?

«Come no? Ho passato lunghi periodi guardando il soffitto e chiedendomi perché avevo lasciato la Sardegna, dove comunque la carriera era in parte già avviata. Ma proprio nel momento in cui stavo mollando è arrivata la chiamata per “L’arbitro”».

L’incontro con Paolo Zucca è stata la svolta?

«Più che la svolta un incontro bellissimo. Ci siamo capiti quasi subito, anche se lui è uno diffidente e ho dovuto faticare per conquistare la sua fiducia. Inizialmente avrei dovuto fare un calciatore, ma gli dissi: “fammi fare il provino per Matzutzi”. E lui: “ho già l’attore”. Io insistevo: “ajò, fammelo”. L’ho convinto e ha dovuto cambiare Matzutzi».

La consacrazione con “L’uomo che comprò la luna”: vi aspettavate quel successo?

«Ci immaginavamo che sarebbe piaciuto, lo avevamo portato un po’ in giro per il mondo e avevamo avuto reazioni positive ovunque. E così è stato anche in Sardegna: eravamo talmente orgogliosi del film che lo volevamo presentare a tutti come fosse nostro figlio».

La scorsa stagione “Lolita Lobosco” con Luisa Ranieri su Rai 1: milioni di telespettatori ogni puntata e ora da febbraio iniziate a girare la seconda serie. Che sapore ha la popolarità?

«C’era il lockdown e non me la sono goduta. Mi vedeva solo il barista sotto casa ma lui mi conosceva già (ride)».

Gli obiettivi del 2022?

«Portare lo spettacolo in giro per la Sardegna e, perché no, anche altrove, perché la richiesta è davvero tanta. E poi iniziare ad avviare le pratiche per il mio primo film da regista».

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