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CINEMA 

Cinema, Cagliari si sdoppia nel tempo

Un frame del cortometraggio "12 aprile"
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Un frame del cortometraggio "12 aprile"

Dopo una vita da giornalista e scrittore, Antonello Deidda passa alla regia con il cortometraggio presentato al Babel Festival: racconto la città in una data fatidica: 12 aprile di scudetto e di lockdown per il covid

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Dalla scrivania di giornalista alla macchina da presa da regista. Antonello Deidda, 66 anni, vive una seconda giovinezza professionale. Dopo aver lavorato prima all’Unione Sarda e poi alla Nuova Sardegna ha intrapreso la strada dello scrittore: sei libri sinora pubblicati che spaziano dalla cronaca nera ai racconti di sport. Con un denominatore comune: la maniacale attenzione per la realtà quotidiana, dettaglio ereditato dalla sua esperienza nei due quotidiani sardi.

Ora una nuova avventura, quella del regista. Ha scoperto la passione partecipando nel 2020 a Kentzeboghes, produzione del Festival cinematografico Babel dedicato alle lingue minoritarie. Un soggetto, “12 aprile”, che ha vinto il premio e che dopo una lunga lavorazione è diventato un corto proiettato nei giorni scorsi al cinema Greenwich in anteprima nella rassegna che fa da prologo appunto al Festival “Babel”. Non contento, Deidda, ha fatto il bis, e anche nel 2021 un suo soggetto ha vinto il premio e ora inizierà a lavorare per realizzare il suo secondo corto: “Arrivano i venusiani”. In entrambi i casi, la cronaca, il cinema verità, è la stella polare.

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Ma come si passa dal giornalismo alla regìa? «Quando un anno fa ho vinto il premio con il mio soggetto – spiega Deidda – non avevo alternative. Nel senso che se la storia che vuoi raccontare piace, dieci minuti dopo il riconoscimento ti viene spontaneo provare a realizzarla, a metterti dietro la cinepresa e girare il film».

Ma è facilmente immaginabile che i primi passi siano stati un pochino complicati. «Sì, non è stato facile – conferma –. Pre produzione, location, attori, adattare i dialoghi, produzione. C’è tanta roba da fare, servirebbero molte persone. Nella fase di produzione mi ha dato una grande mano il direttore della fotografia Daniele Arca, che mi ha guidato passo dopo passo. Con lui l’aiuto regista Roberto Randaccio e ringrazio per le musiche originali Stefano Tore».

E poi? Deidda fa l’elenco: «C’è tanto altro: il suono, intanto, che crea un sacco di problemi, la postproduzione con doppiaggi, sottotitoli, titoli. Il corto ha necessità di un budget discreto, e alla fine mi sono accorto che quello a disposizione non era sufficiente, ho dovuto chiedere aiuto agli amici».

Il corto “12 aprile” mette insieme due giornate importanti della vita del capoluogo della Sardegna distanti 50 anni: il 12 aprile 1970, quando il Cagliari vinse lo scudetto e il 12 aprile 2020 che segna l’avvio del lockdown a causa della pandemia.

«Proprio l’inizio delle restrizioni – racconta Deidda – mi ha fatto venire l’idea di questo soggetto. A me piace scrivere racconti utilizzando il cagliaritano, slang divertente ma magari non semplice da adattare per i dialoghi. Ma la via per realizzare il film era quella: parlare in una lingua minore e che rischia anche di essere dimenticata. Sono stati bravi gli attori: Piero Marcialis e Giampaolo Loddo, conosciutissimi nel panorama sardo, insieme a tre giovani, Federico Nonnis, Matteo Loglisci e Daniela Vitellaro. Per chi non capisce bene lo slang cagliaritano, nessun problema: la pellicola è interamente sottotitolata in italiano».

Un film in cui le due date sono legate strettamente. «C’è un artificio cinematografico spesso utilizzato. Una porta spazio-temporale. Così uno dei protagonisti si trova proiettato da una città che festeggia l’incredibile successo nel campionato 1970 alla stessa Cagliari vuota per il Covid, con le serrande dei negozi abbassate, poche auto e pochissime persone in giro. Un vero choc che porta quel giovane a pensare che davvero si stava meglio quando si stava peggio».

Antonello Deidda è molto contento del risultato anche se il percorso non è stato una passeggiata. «Una fatica fisica e mentale enorme. Ma ne è valsa la pena: ventidue minuti in cui cerco di mantenere viva l’attenzione dello spettatore. Certo, aveva ragione, ma non c’erano dubbi, Francois Truffaut, quando diceva che fare un film è come fare un viaggio in diligenza finendo nel far west. Le difficoltà si incontrano tutti i giorni e in tutti i momenti. E devi risolverle velocemente. Ma vedere poi il risultato finale e poterlo mostrare agli altri, è una soddisfazione straordinaria».


 

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