La Nuova Sardegna

Vinicio Marchioni: «Porto Monicelli a teatro: la mia sfida più grande»

Alessandro Pirina
Vinicio Marchioni: «Porto Monicelli a teatro: la mia sfida più grande»

L'attore in tournée in Sardegna con "I soliti ignoti" e dal 23 dicembre al cinema con "Supereroi". «Felice di lavorare ancora con Genovese»

21 dicembre 2021
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Vinicio Marchioni sulle orme di Mario Monicelli. L’attore romano porta in scena il capolavoro del grande regista toscano, “I soliti ignoti”, nella doppia veste di attore e regista. La compagnia ha concluso la sua tournée in Sardegna, prima al Teatro Massimo di Cagliari, poi all’Auditorium comunale di Sassari, dove Marchioni, da gennaio impegnato in un altro spettacolo, ha ceduto il ruolo di Tiberio a Fabio Troiano, mantenendo la regia. «Ma sarò tra il pubblico», aveva assicurato alla vigilia.

Marchioni, quando è stato il primo incontro con Monicelli?

«Ci siamo incrociati solo casualmente. Monicelli abitava nella strada in cui frequentavo il primo anno dell’accademia di recitazione. Lo vedevo fare colazione al bar ma per una sorta di timore reverenziale non ho mai avuto il coraggio di avvicinarmi. “I soliti ignoti”, invece, forse lo avrò visto la prima volta all’università. È uno dei film che fanno parte della formazione».

Perché tra tante commedie proprio “I soliti ignoti”?

«Ha dato il via alla commedia all’italiana. Era la prima volta che la tragedia entrava in una commedia, la morte di Cosimo è un po’ l’inizio di quel filone. Da quel momento senza una tragedia all’interno del film la commedia non esiste: pensiamo a “Il sorpasso” o “Brutti sporchi e cattivi”. E poi è la prima volta che “I soliti ignoti” viene messo in scena. A me interessava riportare e analizzare questa tragedia che dà il via al filone della commedia come se fosse un classico teatrale. E rileggendo la sceneggiatura originale ho riscontrato un forte impianto teatrale».

Nella sua regia dove c’è maggiore continuità con Monicelli?

«A Monicelli non mi accosto neanche lontanamente, voglio essere chiaro. Proprio perché si tratta di altri linguaggi ho cercato di non portare niente del cinema. Mi interessava solo usare i mezzi teatrali: la scena, i costumi, il testo, gli attori. E poi provare a capire quello che ne veniva fuori. Una delle sfide più grandi riguarda il fatto che il cinema ha mille location ed esiste anche grazie al montaggio. Questi due fattori non possono esserci sul palco e quindi ho usato i cambi di luce per cambiare scena o location. Riuscire a realizzare questo sul palco era uno dei miei pensieri maggiori».

Tra i personaggi come mai ha scelto quello di Tiberio?

«È stata una scelta utilitaristica. Facendo la regia dello spettacolo mi sono ricavato un ruolo meno impegnativo di quello di Peppe (interpretato da Giuseppe Zeno, ndr) per seguire di più gli attori e curare la regia. Detto questo, ogni ruolo è straordinario. Siamo otto protagonisti in scena con ruoli tutti entrati nell’immaginario collettivo».

A partire da Sassari Tiberio sarà interpretato da Fabio Troiano. È stato difficile dirigere un altro attore nel suo ruolo?

«Non è più difficile di altri. Anzi, è bellissimo vedere quanto la sensibilità di un attore può trasformare lo stesso ruolo fatto da te. In questo senso non sono per nulla possessivo. A me piace tanto lavorare con gli attori. E la presenza di Fabio porterà un’energia diversa, sarà un ulteriore arricchimento per lo spettacolo».

Dal 23 dicembre torna al cinema con “Supereroi” di Paolo Genovese con Borghi, Trinca ed Elena Sofia Ricci.

«È una storia d’amore tra i due protagonisti, Borghi e Trinca. Io interpreto il migliore amico di Alessandro. Il film racconta tutto quello che succede in una storia d’amore con le relative storie dei coprotagonisti in un arco di tempo di 20 anni. Anche perché per stare insieme per 20 anni bisogna essere dei supereroi. Sono stato felicissimo di tornare a lavorare con Paolo dopo “The place” e “Tutta colpa di Freud”: lui riesce a ricreare mondi che riescono a parlare a tutti».

Genovese è oggi uno degli esponenti della nuova commedia italiana: differenze ci sono con l’epoca di Monicelli?

«Era un’altra commedia. I personaggi di Monicelli scritti dalla penna di Age e Scarpelli facevano parte di un’Italia che usciva dalla guerra, che viveva di una grazia e una fame enorme. Si stava per ricostruire questo Paese in macerie, il futuro era tutto da creare. Nella commedia di oggi i personaggi popolano un mondo pieno di malizia, di vizi. L’umanità di oggi non ha più quello sguardo ingenuo sul futuro. Lo dico con tutti i pro e i contro».

Cosa ha rappresentato Lina Wertmüller per il cinema?

«È stata una delle grandi maestre, la più grande tra le registe. Ha creato personaggi che fanno parte del nostro immaginario e non andranno più via. Lo ha detto lo stesso Giancarlo Giannini: senza Lina non avremmo 6 o 7 film che hanno segnato la storia del cinema. Film che oggi sarebbe impossibile fare, è tutto così politically correct. Pensiamo a “Travolti da un insolito destino”: ci sarebbe ogni tipo di insurrezione. Ringraziamo il cielo di avere avuto Lina, il cui talento è stato giustamente riconosciuto a livello mondiale».

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