Sassari, una generazione dell’Azuni nella bufera della guerra
L’introduzione del secondo volume di Francesco Bua sullo storico Liceo Classico. Dal 1900 al 1925, dall’interventismo al cambiamento radicale della società
Pubblichiamo l’introduzione a “Il liceo Azuni. Storia della scuola di Sassari. Una città e cento patrie”, di Francesco Bua (Edes, 272 pagine, 22 euro)
I vissuti condivisi nel tempo della scuola evocano destini comuni, suggeriscono paradigmi generazionali in grado di condensare mezzo secolo di storia intorno alle vicende di un’unica generazione. Capita quindi d’indugiare sulla foto di una scolaresca e sappiamo che non tutti quei giovani avranno parola nella storia, ma il presente assoluto anche di un solo particolare permette di immaginarne il futuro, di sognare quasi i sogni degli altri. Per poterne parlare (...) costruiamo trame mai lineari, tratteggiando sfondi che sarà compito di chi legge completare con la propria personale ricapitolazione delle vicende narrate.
Nel primo Novecento, quando il nuovo si mischiava al decadente senso della fine, si formò una generazione di giovani che vollero essere gli artefici del proprio destino:vollero fortemente la guerra, furono protagonisti, nel dopoguerra, così del fascismo che dell’antifascismo e, dopo l’epilogo fratricida della seconda guerra mondiale, gestirono la prima stagione politica repubblicana. Un’unica generazione dunque, costretta a scelte di campo definitive o a colpevoli neutralità: ma da quel tempo lacerato, in cui le contraddizioni erano interne a un vissuto comune, interne all’esistenza stessa del singolo individuo, emergono ambiguità, omissioni, inconfessate complicità. È la fotografia di una generazione che non ha saputo o potuto fare i conti con la propria cattiva coscienza e ha lasciato in eredità ai propri figli, cresciuti sotto il fascismo, un passato rimosso che continua a riemergere, a interrogarci e a chiedere ragioni.
La scuola pare adeguarsi alla storia. In uno dei rari momenti di comune sentire tra maestri e discepoli sposò la causa della grande guerra, ma fu poi assente nel momento cruciale del ritorno dei reduci, portatori di una nuova coscienza di sé nata dalla solidarietà nelle trincee che aveva attenuato il tradizionale individualismo dei sardi. Legati, se non dagli stessi ideali, dallo stesso destino, soldati e ufficiali, i primi contadini e pastori in divisa ed ex studenti gli altri, avevano infranto le barriere sociali, imparando insieme sia l’arte della disciplina che quella del comando. Una grande occasione di cambiamento andò perduta quando, finita l’emergenza della guerra, prevalse la volontà di ritornare alla normalità di sempre e la scuola diede il suo contributo alla narrazione della guerra provvedendo a seppellire nella retorica delle commemorazioni ufficiali i propri morti. Mentre le gesta dei fratelli maggiori echeggiavano ancora all’interno delle aule scolastiche,il liceo andava infatti trasformandosi in un luogo di una memoria che oscurava le testimonianze dirette e personali dei combattenti. Le associazioni combattentistiche sorte nell’immediato dopoguerra non si limitarono a portare avanti le rivendicazioni dei reduci decisi a vedere riconosciuti i sacrifici affrontati nelle trincee, ma elaborarono programmi di riforme radicali che minacciavano interessi costituiti. Allarmata la vecchia classe dirigente che, per ragioni anagrafiche, era rimasta a gestire il fronte interno, pensò di poter affrontare la nuova realtà con gli strumenti politici di prima della guerra, appartenenti a un mondo che non esisteva più. Il conflitto mondiale aveva infatti travoltogli schieramenti politici tradizionali e messo in crisi stratificazioni economico sociali consolidate e,con queste,la complessa rete di associazioni in cui si articolava la società civile sassarese.
Il non aver preso atto che un’epoca era ormai finita,portò alla sottovalutazione dei nuovi soggetti politici che si affacciavano minacciosi sulla scena politica nazionale. Quando, con qualche ritardo, il movimento fascista approdò in Sardegna, piuttosto che rivolgere le proprie attenzioni alla conquista della vecchia classe politica, dopo il tentativo fallito di egemonizzare il movimento combattentistico, entrò in aperto contrasto col partito sardo d’azione che da quello era derivato.
Conquistato il potere, il fascismo stemprò le iniziali tendenze ribellisticheper trasformare in ideologia dominante il rispetto della gerarchia e l’obbedienza all’autorità; precetti per altro sempre praticati dalla scuola. Se questa non fu completamente fascistizzata, ma poté conservare una relativa autonomia funzionale, fu soltanto grazie all’impianto sostanzialmente liberale della riforma Gentile del 1923 e al magistero culturale e morale di non pochi docenti la cui autonomia intellettuale, in un’epoca di conformismo autoritario, costituì per molti giovani un modello alternativo a cui ispirarsi. Sono numerose e differenti le motivazioni culturali, ideali, politiche che caratterizzano la generazione del primo novecento. Per rispecchiarne, tuttavia, il sentire comune che la contraddistingue, si sono proposte nove vite esemplari:singole esistenze che, per una sorta di cogenza interiore, paiono talvolta aggrovigliarsi e poi dipanarsi perché il destino d’ognuna di esse possa compiersi.
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