La Nuova Sardegna

Gianni Amelio: «Così resiste il mio amore per il cinema»

di Alessandro Pirina
Gianni Amelio: «Così resiste il mio amore per il cinema»

Il regista a Cagliari per il premio L’Alambicco. Le tappe di un eccezionale percorso d’autore

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Prima che regista lui si definisce uno spettatore. Un amante del cinema. E da innamorato qual è soffre nel vedere la crisi che attanaglia la settima arte: sale vuote e incassi al minimo. Ma a questo momento difficile Gianni Amelio, uno dei grandi Maestri, non si vuole arrendere e presto - «appena sarà possibile», sottolinea - tornerà in sala con un nuovo film, “Il signore delle formiche” con Luigi Lo Cascio ed Elio Germano. Il suo 13esimo lavoro in una filmografia che vanta un Leone d’oro, una nomination all’Oscar e svariati David e Nastri. Una carriera che oggi a Cagliari sarà omaggiata con il premio L’Alambicco al termine di una retrospettiva di un mese a lui dedicata.

Maestro, come sta il cinema?

«Vive una grande disgrazia. Ieri sono andato in sala, come accade spesso. All’uscita ci siamo guardati negli occhi, tutti amici di lunghissima data, come se fossimo a una proiezione privata. Questo mi dà una grossa pena e mi preoccupa tantissimo per l’immediato futuro. Io speravo questo momento avrebbe avuto una durata più breve, invece si sta allungando in maniera ancora più preoccupante».

E i film in sala fanno fatica.

«Ogni mattina, per abitudine, guardo gli incassi. C’è da rabbrividire. Al di là della riuscita o meno di un film, il fatto che ci sia una sala semivuota o vuota fa male anche al buon cinema. Io non gioisco quando un brutto film va male, come incasso devono andare tutti bene».

Oggi però molti preferiscono la piattaforma.

«Io penso che in qualche modo abbia impigrito lo spettatore, perché permette di stare a casa superando anche tutti i normali fastidi: vestirsi, guidare, trovare parcheggio. Comporta delle difficoltà che si superano solo se si ama essere spettatore. Anche di grandi cose evasive. Io vado a vedere tutto quello che mi offre il mercato, ho anche la curiosità di vedere cose che non faccio o non so fare. Mi spiace molto vedere la sala vuota per una ragione come una malattia. Negli anni ’70-’80 le sale hanno iniziato a trasformarsi in sale a luci rosse e poi a chiudere. La differenza tra quel momento e oggi è che allora fu vissuto come una specie di sopruso, qualcuno toglieva una cosa bella per metterne una dozzinale. Oggi mica te la puoi prendere con la pandemia».

E nel frattempo le piattaforme fanno il picco di abbonati.

«Le piattaforme sono comode, e danno anche cose belle. Ho l’impressione che già dall’anno scorso non funzioni più il cinema per famiglie. In sala film destinati al successo fanno cifre allucinanti, film fatti per incassare milioni si fermano sotto i 100mila euro. Per il futuro - e per l’affetto e la dedizione che abbiamo per il cinema - questa è una sconfitta terribile. Poi con il mestiere che faccio i problemi aumentano. Perché è vero che come prima cosa sono uno spettatore, ma sono anche regista e voglio fare film che la gente veda».

Il suo primo film, “Colpire al cuore”, con Jean Louis Trintignant: come lo convinse?

«Stavo andando nell’ufficio di Bernardo Bertolucci. Ero in anticipo ed entrai in un bar. Accanto a me c’era Trintignant che beveva un caffè. Insieme ci siamo diretti verso l’ufficio di Bernardo senza conoscerci. Prima è entrato Trintignant, io sono rimasto fuori con il copione in mano. Dopo un po’ Bertolucci ha aperto la porta e mi ha fatto entrare. “Ti presento Trintignant, so quanto ti è piaciuto “Il conformista”, mi disse. E Trintignant: “Cos’hai in mano?”. E io: “Una sceneggiatura”. “Di cosa parla?”. Ancora io: “Sembra il figlio del Conformista”. “Hai una traduzione francese?”. “Se me la chiede gliela faccio”, gli risposi. Gliela mandai e lui subito: “Bellissima, la faremo”. Il film poi fu rimandato di un anno, chi doveva finanziarlo si ritirò e il nuovo produttore chiamò Michel Piccoli. Ma io avevo sempre il rimpianto di Trintignant. Piccoli accettò, ma poi mi chiamò Trintignant: “Sei in grado di fare il film se no devo accettarne un altro?”. Io: “Sto ripartendo”. E lui: “Allora ripartiamo insieme”».

Com’era Trintignant?

«Il primo giorno mi prese da parte e mi disse: “Io ho fatto 60 film, di cui 18 in Italia. Tu ne stai facendo uno: guarda che devi fare il regista, perché io non sono molto intelligente e ho bisogno di qualcuno che mi dica cosa fare”. Questa fu per me una grande iniezione di fiducia. L’ultimo giorno di riprese mi ha guardato, si è tolto il golf che indossava nel film e me lo ha dato. Io ho fatto lo stesso: ci siamo scambiati le maglie come i calciatori».

Nel suo secondo film, “I ragazzi di via Panisperna”, ci sono scene girate in Sardegna.

«Il finale, l’ultimo viaggio di Majorana. Per tanto tempo si è detto che si sarebbe buttato dal traghetto da Napoli a Palermo, ma mai si è saputa la verità. Abbiamo girato sulla nave che da Civitavecchia va a Cagliari. Sempre sul traghetto c’è una scena diurna quando Majorana incontra uno dei ragazzi e gli parla della sua condizione di ebreo. È stato il mio unico contatto cinematografico con la Sardegna».

In “Porte aperte” l’incontro con Gian Maria Volonté.

«Un film difficile. Una esperienza che non si ricorda con gioia e felicità se uno guarda al momento delle riprese, che furono turbolentissime per tante ragioni. Da una parte una produzione che mi fece soffrire, dall’altra Gian Maria che arrivava da uno dei periodi più duri della sua vita. “Porte aperte” lo fece ricominciare a camminare secondo il suo passo. Era il numero uno e senza di lui il film non lo avrei fatto. Ai tempi azzardai un pensiero su di lui che credo valga ancora oggi: è l’unico attore di cui si capiscono i pensieri».

Come visse la nomination all’Oscar?

«Arrivammo prima per il festival di New York. Per Gian Maria era la prima volta in America. Ho il ricordo di questo signore - che sembrava più vecchio dell’età che aveva - con la testa rivolta verso l’alto a guardare i grattacieli. Sembrava un bambino contento quando vede qualcosa di mirabolante».

Lei è uno dei simboli della rinascita del cinema italiano: “Il ladro di bambini”, “Lamerica”. Fu difficile lasciarsi alle spalle gli anni 80?

«Si è parlato di rinascita in rapporto anche al pubblico. Quel tipo di cinema non era apprezzato fino a pochi anni prima. “Il ladro di bambini” nasce dal successo di “Porte aperte” e dalla candidatura agli Oscar. Per la prima volta avevo avuto carta bianca. Il produttore mi disse: fai quello che vuoi. E mentre lo facevo non mi rendevo conto che avrebbe potuto avere un ascolto da parte del pubblico così eccezionale. L’incasso fu pazzesco. Io ho passato tutta la mia infanzia nei cinema di Catanzaro. Sapevo che il massimo di tenitura per un kolossal era che facesse due domeniche e per questo lo mettevano nei cinema piccoli. “Il ladro di bambini” è stato nel cinema più grande di Catanzaro per 28 giorni. Gli esercenti mi diedero anche un premio».

Poi è stato il turno di “Lamerica”.

«Il film della mia vita. Potevo scegliere di fare cose più commerciali, ma decisi di fare “Lamerica” per un debito nei confronti della mia famiglia. Raccontare l’emigrazione era quasi un dovere. Come anche in “Così ridevano”, il mio film più bello. Anzi, aspettiamo il prossimo che amo molto, “Il signore delle formiche”, che racconta l’unico caso di processo per plagio».

Quando uscirà?

«Quando le sale ci vorranno».

“Hammamet”: tanti consensi ma anche critiche. Si è mai chiesto: chi me lo ha fatto fare?

«È una domanda che spesso mi fanno, e quindi ogni tanto me la faccio anche io. E non ho alcuna esitazione: lo rifarei domani mattina allo stesso modo. È un film che sarà capito fra qualche anno. Io non sono mai stato socialista né craxiano, ho sempre votato Pci nelle sue declinazioni fino a oggi – e qualche volta me ne sono anche pentito. Il craxismo non è il mio pane. Il mio non era un film su Craxi, ma su un re che perde il potere e affronta la sconfitta con l’arroganza, la violenza e il dolore che accompagnano queste cadute. Se avessi voluto fare un film su Craxi avrei raccontato la sua vita politica, non gli ultimi sei mesi».

Lei è anche scrittore: se “Politeama” diventasse un film lo vorrebbe girare lei?

«Mi piacerebbe lo facesse qualcun altro perché io non proverei alcun interesse a metterlo per immagini. Ho scelto di scrivere, non di fare un film. Mi vengono in mente le parole che mi disse Leonardo Sciascia. Il produttore voleva che partecipasse alla sceneggiatura di “Porte aperte” ma lui rifiutò e mi disse: “Amelio, mi dia delle sorprese”. Uno che scrive un libro si sente frustrato quando un film è la copia sbiadita della pagina scritta. Lui per “Porte aperte” lo aveva avvertito. Anch’io vorrei qualcuno che mi desse delle sorprese».

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