La Nuova Sardegna

Igino Panzino, mille architetture immaginarie da qui all’infinito

di Daniela Paba
Igino Panzino, mille architetture immaginarie da qui all’infinito

Mostra a Cagliari. “Le belle bandiere” racconta l’idea di una continua ricerca  sulla funzione dell’arte e sul suo rapporto con il sociale 

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Nelle belle bandiere di Igino Panzino si dispongono, secondo un ritmo razionale e cromatico, architetture immaginarie sospese nello spazio. Moduli industriali tridimensionali, segno immediatamente riconoscibile dell’artista sassarese, si posano tra campiture che dividono lo spazio della tela, oppure lo ricompongono su fondali metallici e preziosi, tra forme piatte, scandite di strisce bianche e nere, bianche e rosse, omaggio remoto alle Three flags di Jasper Johns e agli ideali del costruttivismo. La mostra a Cagliari che la Fondazione Bartoli Felter dedica a Igino Panzino - in programma fino al 5 gennaio nel Temporary Storing di via XXIX Novembre 3/5 - racconta nel titolo “Le belle bandiere”, la lunga fedeltà a un’idea di ricerca che nel progetto comprende la funzione dell’arte e quella dello spettatore, la rivendicazione del linguaggio concepito nella sua autonomia e le compromissioni inevitabili con la bellezza del segno e della materia, nel suo farsi e nel suo dispiegarsi.

Fedeltà reciproca, se è vero che la Fondazione Bartoli Felter prosegue, in questi tempi di sonnambulismo sullo stato dell’arte contemporanea sarda, la storia del rapporto tra Igino Panzino e Cagliari, iniziata negli anni Settanta nella felice stagione che vedeva protagonisti, in feconda dialettica, il dinamismo del pubblico incarnato da Ugo Ugo alla Galleria di Arte Moderna e la vitalità di spazi privati, dove spiccava per intraprendenza il cenacolo di artisti che ruotava intorno alla Galleria Duchamp, diretta allora da Angela Migliavacca. Una stagione di giovinezza che forse riverbera con velata ironia nel titolo della mostra ma allo stesso tempo afferma il rigore irrinunciabile di cinquant’anni di ricerca.

Ricerca comunque rivolta al futuro se lo spettatore, passando dalle tele singole - che pure hanno suggerito il titolo e però si trovano nella zona più interna della galleria, quella più intima e riservata - alle opere di grandi dimensioni che l’avvolgono all’ingresso, osserva qui quegli stessi moduli liberati in una tridimensionalità calda, fatta di sfumature metalliche, velate dalle ombre che lo conducono verso nuove dimensioni e definiscono lo spazio, sia esso nero come l’infinito, o bianco come la luce della ragione. Nelle grandi opere torna anche l’attitudine compositiva di Panzino, a sfondare la superficie della singola tela, rimodulare la composizione in attraversamenti pluridimensionali, aprendo oscuri interstizi al proprio interno, stagliandosi sulla superficie come un archetipo dell’architettura astratta che detta il rapporto tra pieno e vuoto.

Forme comunque pulsanti di vita racchiusa in velature rosse che sfumano nel giallo, esito di geometrica luce solare, oppure assumono forme di limpide trasparenze, come un prisma vuoto che ruota nell'intervallo dell’idea, si fa progetto e infine oggetto. Nella purezza delle geometrie modulari la percezione dello spettatore diventa esperienza di immersione visionaria, così come racconta la curatrice Alessandra Menesini: «Mentre con Gigi Cogoni che cura l’allestimento decidevamo, le tele poggiate a terra, su quali pareti appendere le opere più grandi, per dare un ritmo alla mostra, i quadri hanno assunto una forza, un’imponenza tridimensionale straordinaria». Il valore semantico del segno rivendica un duplice spazio di fruizione, quello che, da lontano, offre una lettura più composta e architettonica, quello che, da vicino, rivela forme interne, linee d’ombra nascoste in accostamenti audaci di bronzo e verde.

Nei quadri più grandi la matrice di Igino Panzino diventa scorcio di architetture industriali in bianco e nero, ferro rovente, modulo insanguinato che rinasce dal buio come testimonianza di vita che, nel suo farsi, passa attraverso il lavoro, la fatica, il dolore. Geometrie che allontanandosi nello spazio parlano una lingua antica, quella stessa che Panzino ha sperimentato nelle sculture, sempre interrogandosi sulla funzione sociale dell’arte, tornano qui come «sculture dipinte che annullano i simbolismi – scrive ancora Menesini nella presentazione –, i reticolati irregolari, la luce su certi innesti (…) Le grandi dimensioni accentuano la possanza degli elementi anarchici, pieni di angoli da cui si dipartono altre diramazioni, assimilabili, forse, ai frattali».

Suggestioni d’infinito che vengono allo spettatore dalle rotazioni delle forme, dalla qualità preziosa dei bronzi e dell’oro, richiamano alla mente le più attuali esplorazioni ai confini dell’universo e sembrano voler spingere oltre quell’esplorazione, portando in sé il segno primigenio, quella geometria pura che libera l’arte e la riconnette alla lettura del cielo sopra di noi, alla terra sotto di noi. Ed è qui che le architetture miniaturizzate di Panzino trovano il punto di contatto con la storia politica e sociale contemporanea, ribadiscono il suo rifiuto alla separazione tra le arti, il suo mettere in dialogo pittura e scultura. In attesa che passi la notte sui rapporti tra l’arte e il territorio che l’alimenta, alienata dalle istituzioni in fuga dal proprio ruolo, almeno a Cagliari, dove la politica museale oscilla tra lo sfruttamento della mostra-prodotto e la sineddoche dell’opera singola, il discorso sull’arte lascia spazio al silenzio. Un silenzio appena interrotto, in assenza della dialettica pubblico/privato, dalla Fondazione Bartoli Felter che mantiene lo sguardo vigile sul nostro contemporaneo e ospita “Le belle bandiere” di Igino Panzino, ancora il 30 dicembre dalle 17 alle 19,30 e negli stessi orari, dal 3 al 5 gennaio. Prossimo incontro con la fotografia, assente anch’essa da lungo tempo, nella mostra “La città sospesa”, di Mauro Rombi e Mimmo Caruso, dal 13 al 28 gennaio.

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