La Nuova Sardegna

Un’isola segreta nascosta negli scatti

Giacomo Mameli
Un’isola segreta nascosta negli scatti

Arriva in libreria “L’altrove in camera oscura” di Carlo Di Bella: grandi reporter in Sardegna negli anni ’50 e ’60 

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Tra pochi giorni troverete un libro di RubbettinoUniversità, lo firma un ricercatore di Storia dell’università di Cagliari, Carlo Di Bella, 42 anni, docente di Lettere alle superiori a Carbonia, allievo di Luciano Marrocu. C’è metodo già dal titolo: “L’altrove in camera oscura” (pagine 253, euro 18) con un sottotitolo che svela un mondo mai esplorato con rigore scientifico: “Fotografi e fotografie in Sardegna negli anni Cinquanta e Sessanta”, tormentati ed esaltanti anni vissuti dall’isola nel passaggio dal medioevo resistente alla modernizzazione ancora incompiuta. Non c’è di mezzo né politica né sociologia ma la riproposizione -ragionata - di immagini che hanno fatto il giro del mondo, scattate da fotografi-mito internazionali e che hanno contribuito, eccome, a far conoscere la terra dei nuraghi e i suoi problemi. I pastori protestavano ieri, i pastori protestano oggi.

Firme eccellenti. Subito i nomi per capire davanti a quali firme ci troviamo: Federico Patellani «narratore del linguaggio asciutto e professionista di fotoreportage». Per la rivista Il Tempo nel 1950 documenta l’inchiesta “Il dramma di Carbonia”, seguita da “Liandru bandito dal bel nome”, e ancora “Così si vive e si muore in Sardegna”, per chiudere con “I pastori ancora re dei nuraghi”. Carlo Bavagnoli, inviato da L’Espresso, documenta “le condizioni misere della Baronia”, titolo di apertura “L’Africa in casa”. Il terzo nome è Pablo Volta, argentino partito da Parigi, in Italia partigiano sulle Alpi Apuane, con la macchina fotografica va ad Orgosolo dopo che il ministro degli Interni Mario Scelba aveva denunciato, per vilipendio alle forze dell’ordine, Alberto Moravia e Alberto Carocci dopo un’inchiesta su “Nuovi Argomenti” del 1954. Volta «credeva di essere capitato nell’Odissea come un novello Ulisse», scrive Di Bella. C’è poi Sheldon Merritt Machlin che per “U.S. Camera” firma dieci immagini, tra il 1957 e il 1964 “Bandits d’Orgosolo” in edizione francese e, in edizione tedesca, “Die Banditen Von Orgosolo”. Nell’ordine scelto dall’autore troviamo il tedesco Wolfgang Suschitzky: nel 1948 gira il documentario “The Sardinian Project”. Era partito da Londra con due referenze: Jack Chambers «abile regista nella divulgazione scientifica e John Logan coordinatore nominato dalla Fondazione Rockefeller per dirigere le operazioni per la lotta alla malari».

L’impronta locale. Ecco il sardo Franco Pinna «i cui reportage costituiscono una forma di riscoperta immersiva e fisica di ritorno a casa in una biografia travagliata nel rapporto con le proprie radici». Nel capitolo “Altri fotografi” l’autore cita il re del fotogiornalismo, Henri Cartier Bresson, «unico fotografo Magnum a lavorare in Sardegna», presentato a Paolo Di Paolo da Costantino Nivola che riteneva Cartier Bresson «il più grande fotografo del mondo». Il fotografo Riccardo Campanelli ha detto: «Mancava allora una vera e propria scuola di reporter sardi, fui il primo free lance». Di Bresson si cita «la foto più famosa che rappresenta un’anziana donna completamente coperta di nero mentre fa un bagno di sabbia sotto il sole a Cala Luna». Alcuni nomi: Mario De Biasi, Uliano Lucas, la tedesca Marianne Sin-Pfältzer, Gian Battista Colombo, l’olandese Krin Taconys, Sebastiana Papa, l’etnomusicologo fotografo di Copenaghen Andreas Fridolin Weis Bentzon, e ancora Patellani e Janos Reismann che documentavano le inchieste di Carlo Levi. Nella ricca bibliografia non poteva mancare il sardo Tore Ligios che viene citato per “Vent’anni di fotografie in Sardegna, Su Palatu 2000-2020”.

Indagine militante.  Nella prefazione al libro, Raffaele Cattedra, ordinario di Scienze storiche all’università di Cagliari, scrive che Di Bella «ha voluto ricostruire, e decostruire, con puntualità analitica e quai filologica, l’immagine pubblica dell’isola attraverso la rappresentazione fotografica che procede dallo sguardo esterno nel ventennio 1948-1969». Rimarca «lo sguardo di indagine militante col perdurare di una visione plasmata sul mito dell’esotico primitivo e dell’orientalismo, sul fascino dell’alterità e dell’estraneità atemporale e destoricizzata dell’isola». Ed emerge «una territorialità negata di cui poche immagini di fotografi portano il segno». Cattedra rileva il ruolo sociale e politico svolto specialmente in quegli anni dalla fotografia. Lo fa citando «la riscoperta promossa dalla Fondazione di Sardegna nel 2018 con il ritorno di Gianni Berengo Gardin: sembra abbandonare e i soggetti umani e i volti del passato per riportare il suo sguardo sulle pietre nuragiche quasi a essenzializzare la mineralità antropologica e arcaica dell’isola».

Dissonanze cognitive. Di Bella parte da Carbonia dove per primo aveva osato Patellani. E dove Di Bella, prima di approdare all’università da ricercatore, si forma: «Con la maestra delle elementari Margherita Rosas e la mia professoressa di lettere delle medie, Cecilia Gaias – racconta l’autore –. La prima mi ha insegnato a scrivere, la seconda a leggere in maniera critica la realtà. La scuola pubblica è una delle ultime risorse vitali di questa realtà complicata in cui viviamo. Da insegnante spero non la distruggano e che si smetta di pensare all’istruzione come a un servizio in funzione del mercato e si pensi più alla crescita degli alunni, la cosa più preziosa che abbiamo». Di Bella dice di aver voluto scrivere il libro «per un nuovo modo di guardare realtà già note, tornare sul valore della fotografia vera. Non ero alla ricerca di clamorose scoperte».

Sono citati i falsi d’Arborea, e l’autore spiega: «I sardi tendevano, e tendono, a sposare una rappresentazione da cui si sentono legittimati in positivo o negativo. In parte tale maschera è creata dall’esterno, in parte è autoalimentata. La maggior parte delle incongruenze rilevate sono riconducibili a quanto lo psicologo sociale Leon Festinger chiamava “dissonanza cognitiva”. Ho cercato di porre domande inedite su materiali conosciuti. Ho scelto immagini già pubblicate, per individuare stereotipi e dissonanze fra la realtà raccontata e quella intuibile al di là delle fotografie».

Tempo fa, nell’introduzione al catalogo di una mostra sui fotografi Magnum nell’isola, Goffredo Fofi aveva detto: «In Sardegna il passato era dentro il presente, e della propria identità e separatezza non c’era da soffrire o da vergognarsi, altro le condizioni sociali, altro la cultura». E Birgit Wagner, studiosa di romanistica all’università di Vienna, nel trimestrale “Aut Aut” del 2011 aveva osservato: «La Sardegna, come il Mezzogiorno continentale, fa parte delle “Indie di laggiù”». Chissà quante foto di questi grandi dell’obiettivo sono rimaste nel cassetto e quanto avrebbero potuto svelarci del nostro passato recente.
 

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