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Beatles o Rolling Stones, essere o non essere fan?

Beatles o Rolling Stones, essere o non essere fan?

Nel divertente e interessante saggio del critico musicale Gino Castaldo l’eterna diatriba sulle due band: dal tifo da bar alle domande esistenziali

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«A prescindere da come siano andati i fatti, si ha la netta impressione che da un certo punto in poi, diatribe, rivalità, schermaglie e tutto il repertorio del presunto conflitto siano stati risucchiati dallo spirito dei tempi. Se in principio erano loro ad agire come individui responsabili delle proprie azioni, c’è un momento in cui vengono posseduti, diventano pedine di un colossale gioco giocato ai piani alti della Storia. I fatti che li riguardano diventano il calendario della trasformazione del mondo»: la consuetudine ci suggerirebbe di attribuire parole così impegnative giusto a condottieri, inventori o scopritori che hanno cambiato il corso delle cose per gli abitanti tutti del pianeta. Potrebbe insomma risultare difficile accettare che siano riferite a una decina scarsa di giovanotti, quattro dei quali, peraltro, considerati come entità unica ebbero vita piuttosto breve. E invece c’è poco da stupirsi, perché tali giovanotti sono i membri delle band rock più famose e influenti di ogni tempo e influenti, è quasi inutile sottolinearlo, ben oltre i confini strettamente artistici. Su di loro è incentrato l’ultimo libro di Gino Castaldo, uno dei decani del giornalismo e della critica musicale italiani, ovvero “Beatles e Rolling Stones. Apollinei e dionisiaci” (Einaudi, 132 pagine 14 euro), che è testo godibilissimo anche per chi non fosse fan né degli uni né degli altri, o del rock in generale. Castaldo segue le tracce che ci si poteva aspettare, considerato che il libro esce in una collana, “VS”, pensata apposta per istituire confronti, quando non contrapposizioni, tra due elementi (Oriente e Occidente, Caravaggio e Vermeer e così via): ecco quindi la storia, quasi parallela, delle due formazioni, con i Beatles che dalla provinciale Liverpool esordiscono per primi e per primi si affermano, aprendo la strada, non solo metaforicamente, ai cittadini della grande metropoli Rolling Stones. E ancora: le rispettive dimensioni dal vivo e in studio, il rapporto con le droghe, le donne («Qui la lotta si fa dura, titanica. Uno scontro al vertice, spietato, dove non si fanno prigionieri»), l’amicizia. Ma c’è un aspetto che rende il libro di Castaldo particolarmente interessante, ed è il percorso che lo stesso Castaldo rivela di aver compiuto negli anni, e che il lettore segue con lui. Il suo punto di partenza - perché mai uno avrebbe dovuto scegliere tra Beatles e Rolling Stones, se poteva godere di entrambi? - sembra in realtà il punto di approdo: dopo aver raccontato vicende e istituito paragoni, la conclusione più logica poteva cioè essere quella, salomonica, di accogliere il meglio delle due band. Questo però, come dicevamo, è il punto di partenza. Quello di approdo, in maniera molto divertita per l’autore e per chi legge, è spiazzante: l’invito infatti è a continuare a porre la fatidica domanda se siano meglio i Beatles o i Rolling Stones. Con il tempo, scrive Castaldo, «ho compreso che parlandone, anche a costo di accapigliarsi, litigare, colpire a tradimento, vengono fuori questioni essenziali, con implicazioni impensabili. Si comincia chiedendosi chi sono i migliori, una banale discussione da tifosi al bar di quartiere, e si finisce a domandarsi da dove veniamo, chi siamo, e soprattutto dove stiamo andando. Questa è la vera grandezza di due gruppi come Beatles e Rolling Stones». E allora: “Let it Be” o “Let it Bleed”? «Essere o sanguinare? Questo è il problema».

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