Piero Mannironi Il ricordo e una lezione
L’anno scorso la scomparsa del giornalista Una perdita per la Nuova e l’intera Sardegna
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La riunione di redazione stava per cominciare, il direttore rispose a una telefonata. Era Daniela, caporedattrice e moglie di Piero. Vedemmo il direttore sconvolto: «Non è possibile, non è possibile…». Una pausa, la voce rotta: «È morto Piero». Così, un anno fa, arrivò la notizia che gettava nella costernazione tutta la comunità della Nuova, dai giornalisti ai tantissimi lettori che avevano seguito Piero Mannironi in quarant’anni di carriera. Se n’era andato all’improvviso, a casa, accanto a Daniela e ai figli.
Empatia e coraggio. Cronista, capo della redazione di Nuoro, inviato, redattore capo, editorialista, Piero ha rappresentato, negli anni, molto più delle sue qualifiche professionali: la firma più riconosciuta e riconoscibile, la scrittura più empatica, il coraggio delle posizioni forti e non scontate.
La Nuova Sardegna oggi, su proposta dell’intera redazione, gli intitola la sala riunioni della sede centrale: il luogo dove si valutano le notizie, si confrontano le idee e alla fine si decide come sarà il giornale in edicola la mattina dopo. Negli ultimi due anni, a causa delle restrizioni imposte dal Covid, l’abbiamo frequentata raramente tutti insieme, ma la sala riunioni resta il cuore e il simbolo di quel prodotto d’ingegno collettivo che si rinnova ogni giorno.
Vogliamo ricordare Piero con due esempi del suo modo di fare giornalismo. Il primo risale al 15 ottobre 1987, quando La Nuova Sardegna annunciò una decisione che avrebbe cambiato il modo di fare informazione sui sequestri di persona: il rifiuto di pubblicare una lettera dei rapitori della giovane insegnante Cristina Berardi. In passato missive di questo tipo erano finite sui giornali, ma Piero Mannironi, con il supporto della redazione di Nuoro, stabilì insieme al direttore di allora, Sergio Milani, una linea nuova e intransigente: i “ladri di uomini” non avevano diritto di parlare a decine di migliaia di cittadini/lettori come se niente fosse.
Il rifiuto. Ecco il suo commento intitolato Perché non siamo disposti a cedere a questo ricatto: “Ci sono dei momenti, nella nostra vita professionale, nei quali siamo costretti a violare un codice deontologico, un obbligo morale, che è poi anche una convinzione profonda del nostro vivere la realtà come giornalisti. E cioè il riferire i fatti, il raccontare gli eventi, senza mai nascondere alcunché: liberi dalle catene dei pregiudizi, senza occhiali ideologici e mai accettando condizionamenti o censure. È il nostro lavoro. Ma è anche un impegno sociale, perché siamo convinti che l’informazione, e cioè la conoscenza, sia uno dei pilastri fondamentali della civiltà e della democrazia. Questa volta, con fatica, ma con grande determinazione, abbiamo deciso di non rispettare questa regola. E lo vogliamo spiegare ai lettori, perché sappiano, e possano capirci in una scelta sofferta. Prima di tutto, nel non pubblicare la lettera dei banditi che tengono prigioniera Cristina Berardi, non ci sentiamo colpevoli di omissione. In questo caso, siamo convinti di aver ubbidito alla nostra coscienza, riportando la notizia di avere ricevuto la lettera dei banditi. Senza andare oltre. Perché non vogliamo essere strumento incolpevole nell’atroce e vigliacco gioco del ricatto. Insomma, non vogliamo essere una cassa di risonanza per chi cerca di utilizzarci nel tentare una delirante azione di linciaggio nei confronti di una famiglia che vive un dramma tremendo, un dolore infinito. I banditi non possono offendere la nostra intelligenza, credendo che noi non abbiamo capito le loro intenzioni, il loro rozzo disegno di fiaccare la resistenza di un padre che, da quasi quattro mesi, vive i giorni sapendo che la vita della figlia è appesa ad un filo, nelle mani di uomini che non dimostrano di essere tali: perché non hanno un bagaglio di sensibilità, di orgoglio e di dignità. Siamo stati sempre inclini a capire, a giustificare, a trovare le motivazioni più recondite di certi fenomeni. Sarà forse un nostro limite, ma sentiamo di aver esaurito tutte le nostre risorse intellettuali e tutta la nostra fantasia. Allora abbiamo fallito? Forse. Ma di una cosa siamo certi: crediamo nella civiltà del lavoro e non in quella della violenza. E la nostra scelta di oggi nasce proprio dalla convinzione profonda che dobbiamo ubbidire prima di tutto a questo principio, troppo spesso dimenticato e rimosso in Barbagia. Per tutti questi motivi, siamo tranquilli con noi stessi e siamo convinti di avere operato una scelta giusta. I conti con la nostra coscienza li abbiamo fatti da tempo. Aspettiamo che li facciano altri sardi. Perché questa terra non muoia”.
Nuova criminalità. Erano anni drammatici e sanguinosi per la nostra isola. Pochi mesi dopo, il giorno di Ferragosto del 1988, La Nuova Sardegna esce con un grande titolo a sei colonne: “La Sardegna in ostaggio”. Un farmacista rapito a Cala Gonone (il pezzo è di una giovanissima cronista, Daniela Scano), un notaio sfuggito ai sequestratori a Ghilarza. Nel commento in prima pagina, Possibile una svolta di stampo mafioso, Piero Mannironi anticipa e approfondisce un tema che sarà fondamentale negli anni successivi: l’intreccio tra il mondo del banditismo tradizionale e la nuova criminalità dai mille tentacoli e legami che vanno ben oltre le campagne barbaricine.
“Per troppo tempo – scrive Piero - non si è stati capaci di scalfire la superficie levigata di un discorso già chiuso, di un ciclo che ha esaurito il suo tempo. Dietro le invettive e i sermoni, forse, s’è sempre annidato un incolore e vigliacco senso di ineluttabilità. Se non addirittura una benevolenza nascosta. Quasi che, attraverso l’indignazione e l’orrore, si potesse in qualche modo cercare un’assoluzione. Il copione recitato tutte le volte che la vita di un uomo, di una donna o di un bambino è stata ridotta a volgare merce di scambio, ormai è consunto e sempre meno credibile. Non ha senso indignarsi o vergognarsi, se certi fenomeni sono poi archiviati nella coscienza collettiva, come un qualcosa non riferibile al divenire della storia. Senza mai porsi scientificamente e politicamente il problema del cambiamento, per rifugiarsi vigliaccamente nelle false certezze di miti cristallizzati. Per questo motivo non si può continuare a far finta di non capire, magari a nominare commissioni di indagine, incaricate di scoprire cose che tutti in fondo vedono e sanno. Come non si può continuare a riaccendere antiche polemiche sull’opportunità di una codificazione di una «linea dura» e di una «linea morbida» della reazione dello Stato. Prima di tutto si deve raggiungere la consapevolezza piena che l’insicurezza endemica vanifica qualsiasi progetto di progresso e qualsiasi iniziativa di sviluppo economico e civile. Che è l’intera Sardegna a vivere sequestrata. E forse sarebbe anche arrivato il momento di chiedersi seriamente se è proprio vero che la nostra isola sia rimasta immune da cambiamenti strutturali della malavita. Il presidente del consiglio regionale, Emanuele Sanna, una settimana dopo il sequestro De Angelis, aveva detto di non credere alla presenza di una «struttura criminale evoluta come quella mafiosa e all’intreccio tra criminalità comune e criminalità economica. Ma aveva anche detto che la Sardegna non era esente da questo rischio. Le condizioni, d’altra parte, ci sono tutte: una zona di depressione economica e culturale e la presenza di enormi finanziamenti straordinari come la legge 64, il piano delle acque e il piano trasporti. Fioriranno appalti e subappalti. Per non parlare poi di mega-progetti di cementificazione sulle coste. E non possono non sollevare perplessità e dubbi i distinguo e le disquisizioni giuridiche che la scorsa estate hanno fatto morire un decreto legge che consentiva di verificare la provenienza dei patrimoni. Per ora questi accertamenti li fanno soltanto i criminali”.
La redazione
della Nuova Sardegna
Empatia e coraggio. Cronista, capo della redazione di Nuoro, inviato, redattore capo, editorialista, Piero ha rappresentato, negli anni, molto più delle sue qualifiche professionali: la firma più riconosciuta e riconoscibile, la scrittura più empatica, il coraggio delle posizioni forti e non scontate.
La Nuova Sardegna oggi, su proposta dell’intera redazione, gli intitola la sala riunioni della sede centrale: il luogo dove si valutano le notizie, si confrontano le idee e alla fine si decide come sarà il giornale in edicola la mattina dopo. Negli ultimi due anni, a causa delle restrizioni imposte dal Covid, l’abbiamo frequentata raramente tutti insieme, ma la sala riunioni resta il cuore e il simbolo di quel prodotto d’ingegno collettivo che si rinnova ogni giorno.
Vogliamo ricordare Piero con due esempi del suo modo di fare giornalismo. Il primo risale al 15 ottobre 1987, quando La Nuova Sardegna annunciò una decisione che avrebbe cambiato il modo di fare informazione sui sequestri di persona: il rifiuto di pubblicare una lettera dei rapitori della giovane insegnante Cristina Berardi. In passato missive di questo tipo erano finite sui giornali, ma Piero Mannironi, con il supporto della redazione di Nuoro, stabilì insieme al direttore di allora, Sergio Milani, una linea nuova e intransigente: i “ladri di uomini” non avevano diritto di parlare a decine di migliaia di cittadini/lettori come se niente fosse.
Il rifiuto. Ecco il suo commento intitolato Perché non siamo disposti a cedere a questo ricatto: “Ci sono dei momenti, nella nostra vita professionale, nei quali siamo costretti a violare un codice deontologico, un obbligo morale, che è poi anche una convinzione profonda del nostro vivere la realtà come giornalisti. E cioè il riferire i fatti, il raccontare gli eventi, senza mai nascondere alcunché: liberi dalle catene dei pregiudizi, senza occhiali ideologici e mai accettando condizionamenti o censure. È il nostro lavoro. Ma è anche un impegno sociale, perché siamo convinti che l’informazione, e cioè la conoscenza, sia uno dei pilastri fondamentali della civiltà e della democrazia. Questa volta, con fatica, ma con grande determinazione, abbiamo deciso di non rispettare questa regola. E lo vogliamo spiegare ai lettori, perché sappiano, e possano capirci in una scelta sofferta. Prima di tutto, nel non pubblicare la lettera dei banditi che tengono prigioniera Cristina Berardi, non ci sentiamo colpevoli di omissione. In questo caso, siamo convinti di aver ubbidito alla nostra coscienza, riportando la notizia di avere ricevuto la lettera dei banditi. Senza andare oltre. Perché non vogliamo essere strumento incolpevole nell’atroce e vigliacco gioco del ricatto. Insomma, non vogliamo essere una cassa di risonanza per chi cerca di utilizzarci nel tentare una delirante azione di linciaggio nei confronti di una famiglia che vive un dramma tremendo, un dolore infinito. I banditi non possono offendere la nostra intelligenza, credendo che noi non abbiamo capito le loro intenzioni, il loro rozzo disegno di fiaccare la resistenza di un padre che, da quasi quattro mesi, vive i giorni sapendo che la vita della figlia è appesa ad un filo, nelle mani di uomini che non dimostrano di essere tali: perché non hanno un bagaglio di sensibilità, di orgoglio e di dignità. Siamo stati sempre inclini a capire, a giustificare, a trovare le motivazioni più recondite di certi fenomeni. Sarà forse un nostro limite, ma sentiamo di aver esaurito tutte le nostre risorse intellettuali e tutta la nostra fantasia. Allora abbiamo fallito? Forse. Ma di una cosa siamo certi: crediamo nella civiltà del lavoro e non in quella della violenza. E la nostra scelta di oggi nasce proprio dalla convinzione profonda che dobbiamo ubbidire prima di tutto a questo principio, troppo spesso dimenticato e rimosso in Barbagia. Per tutti questi motivi, siamo tranquilli con noi stessi e siamo convinti di avere operato una scelta giusta. I conti con la nostra coscienza li abbiamo fatti da tempo. Aspettiamo che li facciano altri sardi. Perché questa terra non muoia”.
Nuova criminalità. Erano anni drammatici e sanguinosi per la nostra isola. Pochi mesi dopo, il giorno di Ferragosto del 1988, La Nuova Sardegna esce con un grande titolo a sei colonne: “La Sardegna in ostaggio”. Un farmacista rapito a Cala Gonone (il pezzo è di una giovanissima cronista, Daniela Scano), un notaio sfuggito ai sequestratori a Ghilarza. Nel commento in prima pagina, Possibile una svolta di stampo mafioso, Piero Mannironi anticipa e approfondisce un tema che sarà fondamentale negli anni successivi: l’intreccio tra il mondo del banditismo tradizionale e la nuova criminalità dai mille tentacoli e legami che vanno ben oltre le campagne barbaricine.
“Per troppo tempo – scrive Piero - non si è stati capaci di scalfire la superficie levigata di un discorso già chiuso, di un ciclo che ha esaurito il suo tempo. Dietro le invettive e i sermoni, forse, s’è sempre annidato un incolore e vigliacco senso di ineluttabilità. Se non addirittura una benevolenza nascosta. Quasi che, attraverso l’indignazione e l’orrore, si potesse in qualche modo cercare un’assoluzione. Il copione recitato tutte le volte che la vita di un uomo, di una donna o di un bambino è stata ridotta a volgare merce di scambio, ormai è consunto e sempre meno credibile. Non ha senso indignarsi o vergognarsi, se certi fenomeni sono poi archiviati nella coscienza collettiva, come un qualcosa non riferibile al divenire della storia. Senza mai porsi scientificamente e politicamente il problema del cambiamento, per rifugiarsi vigliaccamente nelle false certezze di miti cristallizzati. Per questo motivo non si può continuare a far finta di non capire, magari a nominare commissioni di indagine, incaricate di scoprire cose che tutti in fondo vedono e sanno. Come non si può continuare a riaccendere antiche polemiche sull’opportunità di una codificazione di una «linea dura» e di una «linea morbida» della reazione dello Stato. Prima di tutto si deve raggiungere la consapevolezza piena che l’insicurezza endemica vanifica qualsiasi progetto di progresso e qualsiasi iniziativa di sviluppo economico e civile. Che è l’intera Sardegna a vivere sequestrata. E forse sarebbe anche arrivato il momento di chiedersi seriamente se è proprio vero che la nostra isola sia rimasta immune da cambiamenti strutturali della malavita. Il presidente del consiglio regionale, Emanuele Sanna, una settimana dopo il sequestro De Angelis, aveva detto di non credere alla presenza di una «struttura criminale evoluta come quella mafiosa e all’intreccio tra criminalità comune e criminalità economica. Ma aveva anche detto che la Sardegna non era esente da questo rischio. Le condizioni, d’altra parte, ci sono tutte: una zona di depressione economica e culturale e la presenza di enormi finanziamenti straordinari come la legge 64, il piano delle acque e il piano trasporti. Fioriranno appalti e subappalti. Per non parlare poi di mega-progetti di cementificazione sulle coste. E non possono non sollevare perplessità e dubbi i distinguo e le disquisizioni giuridiche che la scorsa estate hanno fatto morire un decreto legge che consentiva di verificare la provenienza dei patrimoni. Per ora questi accertamenti li fanno soltanto i criminali”.
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