La Nuova Sardegna

Le tre Pietà di Michelangelo insieme per la prima volta

di Paolo Curreli
Le tre Pietà di Michelangelo insieme per la prima volta

La madre fonte di vita e la morte del figlio, momenti altissimi di arte e fede al Museo dell’Opera del Duomo spiegati dal direttore Timothy Verdon

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Tre momenti altissimi dell’arte, tre opere che continuano a parlare al mondo con inesausta potenza. Nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze la mostra: “Le tre pietà di Michelangelo”. Per la prima volta messe a confronto, vicina l’una all’altra, nella sala della Tribuna di Michelangelo del Museo, l’originale della Pietà Bandini, di cui è da poco terminato il restauro, e i calchi della Pietà Vaticana e della Pietà Rondanini provenienti dai Musei Vaticani.

L’occasione dell’apertura della straordinaria esposizione – visitabile fino al primo agosto – è l’incontro “Mediterraneo frontiera di pace 2022” tenuto a Firenze il 23 febbraio. «Abbiamo allestito la mostra grazie alla generosità del Vaticano – spiega monsignor Timothy Verdon, direttore del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze –. Vescovi, sindaci, studiosi si sono incontrati sul tema delle morti dei migranti nel Mediterraneo, una drammatica vicenda, così intensamente rappresentata dalla madre che piange il figlio morto. I fatti di questi giorni intensificano questa intuizione».

La madre fonte di vita e la morte del figlio generato, perfino la civiltà nuragica la rappresenta in un celebre bronzetto. «Un’immagine arcaica anche nel mondo predorico, la maternità archetipica delle culture del Mediterraneo – dice Verdon –. Nel senso cristiano è un doppio evento, non è citato nelle Scritture l’episodio della Pietà, ma un’immagine che troviamo all’inizio dei Vangeli: la madre col figlio in braccio, che prefigura la Pietà. Un tema dell’arte nordica che Michelangelo sviluppa già nella giovinezza con La Madonna della Scala, un bimbo muscoloso ed energico e una grande madre seduta su un blocco di pietra levigato, la pietra scartata che sarà la pietra d’angolo su cui costruire. Lo sguardo triste di Maria prefigura la Passione. Michelangelo aveva un fratello domenicano, è intriso dalla mistica, le sue Pietà sono espressione piena del mistero teologico della maternità».

C’è il rapporto che l’artista ha con la figura femminile.

«Michelangelo non conosce la madre, sarà allevato da una balia. Il suo rapporto col femminile è articolato e profondo, si colora di riflessione teologica. Maria è pienamente donna e sposa matura, è giovane bellissima e desolata, abbraccia il figlio al grembo e ricorda il parto. La sposa è la Chiesa: in talamo crucis, “talamo d’amore è la tua croce”. Una fede colta e credente alla continua ricerca di un senso profondo. Il suo rapporto col femminile da adulto è sessualmente complicato. Oggi non abbiamo più pudore sulle sue questioni personali».

Le tre Pietà, straordinariamente affiancate, raccontano il percorso artistico e di fede.

«La Pietà di San Pietro, la prima, è il lavoro di un esordiente che non aveva ancora avuto una committenza pubblica. È l’opera di un giovane che vuole emergere. La complicazione dei drappeggi è una dimostrazione di virtuosismo. Una raffinatezza unicamente fiorentina, quasi eccessiva della fine del ’400. Michelangelo è elegante come Botticelli e sentimentale come Perugino. Il sentimento umano e religioso viene oscurato dal virtuosismo. Ma è una via che non sa più come evolversi. Michelangelo la troverà dal David in poi, sarà quella della monumentalità, della “terribilità” come dicevano gli antichi».

C’è la vicenda leggendaria ma affascinante della firma?

«Vasari racconta che nessuno credeva che questo giovane fosse l’autore di un simile capolavoro e qualcuno se ne attribui la paternità: Michelangelo si introdusse di notte nella basilica per apporre la sua firma. Una storia non si sa quanto vera, ma che conferma il suo desiderio di affermazione».

Il percorso delle altre opere, la Bandini e Rondanini?

«In quegli anni è lo scultore più celebre dei suoi tempi, non deve dimostrare più niente a nessuno. Sono lavori personali, non esiste un committente. Michelangelo è anziano, lavora di notte a lume di candela. È quasi settantenne quando scolpisce la Pietà detta Bandini che custodiamo qui a Firenze, è un’opera personale anche perché pensata per la sua tomba. Al centro c’è la figura di un anziano Nicodemo, il suo ritratto, che cala Gesù nel sepolcro. Maria adesso e quasi in disparte. Pare che dal corpo di Michelangelo rinasca su quello del giovane. Nella pietà Rondanini Michelangelo ottantanovenne si esclude, ritorna la figura della Madonna, di sessantacinque anni prima, che sorregge il Cristo, i due corpi si fondono».

Un percorso intenso, c’è poi la questione della modernità del suo “non finito”?

«Non è lo stesso che vediamo negli impressionisti, che criticavano gli accademici e volevano rappresentare la realtà com’era. Lasciare un’opera incompiuta era una sofferenza, l’ideale era la finitura perfetta».

Le copie e l’originale, l’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica?

«Abbiamo scelto di esporre due copie perfette, una lezione che ho imparato in Oriente, Giappone e Corea specialmente, dove l’atteggiamento è diverso. Il pubblico coglie meglio senza venerazione l’arte, ha un dialogo più vicino, tranquillizzante e profondamente didattico».

C’è stata qualche polemica sulla non partecipazione di Papa Francesco al Mediterraneo di pace 2022, per qualcuno una critica alla presenza di Marco Minniti, presidente della Fondazione Med-Or di Leonardo, tra le maggiori società produttrici di armi?

«Non so niente di questo, so che Papa Francesco ha avuto dei problemi al ginocchio, come è stato comunicato. Sono però sempre colpito dal fiuto di questo pontefice per l’immagine mediatica, che oggi è particolarmente importante. Francesco ha capito, in questi giorni, che farsi vedere tra il popolo festante, o in altre situazioni simili, mentre arrivavano le immagini di Kiev stravolta non è una cosa rispettosa del suo ruolo».



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