La Nuova Sardegna

«Racconto vecchi e bambini, universi fragili»

di PIERGIORGIO PULIXI
«Racconto vecchi e bambini, universi fragili»

Lo scrittore parla del suo nuovo romanzo, “L’equazione del cuore” ambientato a Procida

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Maurizio De Giovanni è uno dei romanzieri più popolari del nostro Paese. I suoi gialli sono bestseller che scalano le classifiche e incontrano quasi sempre dei felici adattamenti televisivi. Personaggi come “Il Commissario Ricciardi” o “L’ispettore Lojacono” sono diventati dei punti di riferimento del poliziesco europeo. Eppure, il suo ultimo romanzo non è un giallo. “L’equazione del cuore” (Mondadori, 19 euro) è un romanzo sentimentale che ha per protagonista l’anziano professore di matematica in pensione Massimo De Gaudio che vive un esilio volontario nell’isola di Procida, lontano dalla figlia e da Checco, il nipotino di nove anni. Dopo la morte della moglie, Massimo è come se avesse rinunciato alla vita. Pesca con metodo e maestria e si limita a scambiare rare e asettiche telefonate con la figlia Cristina, che abita in una piccola città della ricca provincia padana.

A spezzare il ritmo della sua solitaria routine giunge la notizia di un grave incidente stradale: la figlia e il genero sono morti e il piccolo Checco è in coma. Massimo è chiamato ad assolvere i suoi doveri di padre e nonno, ma ignora che la vita ha in serbo qualcosa di molto più amaro di quello che pensa. Abbiamo avuto l’occasione di intervistare l’autore partenopeo ospite della rassegna letteraria olbiese “Tinte Fosche”. In questo romanzo la storia ruota attorno al rapporto tra un anziano e un bambino, due categorie che nei suoi ultimi romanzi sono molto rappresentate. Non si può più pensare a una casualità.

«È vero, si tratta di una mia precisa scelta. Noi raccontiamo le lesioni, le fragilità, le rotture e le crepe. Questo non soltanto nella letteratura nera, ma in generale. Ogni storia dovrebbe essere il racconto di una crepa. La Storia racconta i forti, i vincenti, chi prevale. Sta alla narrativa, invece, raccontare le sconfitte, le difficoltà. E nella narrazione dominante, chi non vince, chi non arriva primo, perde e viene dimenticato. Questa è una grande perversione sociale. Ma soprattutto queste due categorie, quella degli anziani e dei bambini, sono più soggette a questa dimenticanza collettiva, perché sono per l’appunto categorie che non possono vincere nella società odierna. L’esempio più eclatante è proprio quanto avvenuto durante la pandemia. Abbiamo perso un’intera generazione di anziani, nel silenzio più assoluto. E con loro abbiamo perso la memoria. Viviamo in un mondo in cui una donna come la Segre è costretta a vivere sotto scorta, e questo la dice lunga. I bambini hanno scontato questi due anni in maniera incredibile. Non soltanto con questa pantomima della didattica a distanza, ma soprattutto con l’abbandono sociale. I bambini e gli anziani sono stati abbandonati, e rappresentano la grande lesione di questo tempo. Questo è un tema che io sento fortissimo, e lo voglio assolutamente raccontare, perché raccontare le lesioni e le sofferenze è il nostro compito come autori».

Ha confessato che custodiva questa storia da tanto tempo. Dove è nata l’idea, e come mai ha aspettato tanto per pubblicarla?

«Ero molto spaventato. Ho aspettato tanto perché avevo paura di uscire dalla zona di conforto rappresentata dai miei gialli. So bene che un autore deve provare lealtà solo verso i personaggi e la storia. Non verso gli editori e nemmeno verso i lettori. Solo verso i personaggi. Ma avevo comunque paura. Avevo questa storia in testa da circa dodici anni. Da quando, impegnato a fare delle ricerche storiche per la serie del Commissario Ricciardi, mi imbattei nell’equazione di Dirac, un matematico inglese, giovanissimo quando scoprì quest’equazione. Era un tipo riservato, taciturno e un po’ misantropo. Ed è strano che una persona scorbutica come lui, scoprì questa formula che dice che nella fisica delle particelle due sistemi una volta entrati e rimasti in contatto per un tempo dato, non possono più - anche se separati - essere considerati come due unità distinte. Cioè, continueranno a risentire l’uno dell’altro, volenti o nolenti. Questa è un’idea che applicata alle relazioni umane è di una poesia incredibile. Il titolo nasce da questa constatazione. Così, pur col timore di sorprendere e spiazzare i lettori, anche in senso negativo, ho voluto rischiare, perché questa storia non riuscivo più a tenermela dentro».

Oltre al cambio di genere, questa storia ha la peculiarità di non essere ambientata nella sua Napoli. Dopo quattro capitoli nell’isola di Procida, il protagonista è costretto a raggiungere una fredda città senza nome del Nord Italia. «Altra zona di comfort abbandonata, è vero. Qui non c’è la mia città, dove finora avevo ambientato tutte le mie storie. Città di cui conosco il linguaggio, la ritmica, il battito. In questa storia avevo bisogno di inserire difficoltà di relazione. Avevo un personaggio che è esso stesso un’isola. La scelta di vivere a Procida non è casuale. Vuole stare solo a macerare nella propria vedovanza. La storia lo costringe ad aprirsi in qualche modo alla vita. Quindi era necessario un luogo a lui ostile, che fosse l’antitesi del posto a cui era abituato e in cui aveva messo radici. Questo è un romanzo in salita. Nel senso che Massimo, il protagonista, è costantemente messo alla prova. In realtà è la storia dello scongelamento di un cuore. Una storia di disgelo. Massimo non è stato un buon padre, e ora è costretto a cercare di essere un buon nonno per Checco, il suo nipotino».

Massimo de Gaudio. Il personaggio porta le sue stesse iniziali. Non credo che sia un caso.

«Infatti. Ho voluto dargli le mie iniziali perché non volevo disconoscerne la paternità. Volevo sentirlo. Averlo vicino. E, nonostante sia completamente diverso da me, capirne l’indole. Volevo cercarlo e trovarlo. Ma soprattutto volevo che i lettori lo riconoscessero. E che riconoscessero in lui una parte di noi che c’è sempre. Quando lui non riesce a provare dolore e invece dovrebbe, quando non riesce a sentirsi straziato e invece dovrebbe, io volevo che questo disagio - che suppongo prima o poi tutti abbiano provato - filtrasse attraverso la pagina e arrivasse al lettore. Per questo ho cercato di calarmi così a fondo nella sua solitudine».

Questa storia ha un finale che colpirà i lettori. Quando capisce che la storia deve in qualche modo finire?

«Io scrivo fino a quando vedo la storia. Contrariamente ai film o alle serie tv, dove i finali sono quasi una somma di fatti logici e hanno una struttura molto narrativa, i libri, a mio avviso, devono avere dei finali più visivi. I romanzieri scrivono finché vedono. Perché i lettori hanno facoltà di “scrivere” la pagina che non c’è, o il capitolo che non c’è. Questa è una facoltà che ha solo il lettore, mentre non appartiene allo spettatore. Questo perché il libro è scritto per metà anche dal lettore. Ed è quello che ho fatto in questo romanzo. Ho raccontato finché ho visto. Ovvero, fino a quando il personaggio si trova fermo davanti a un bivio».

In maniera molto poetica questo romanzo parla anche di matematica e fisica. Trova delle analogie tra la simmetria dei numeri e quella delle parole?

«Assolutamente sì. Così come c’è anche nella musica o in un film che scorre perfettamente. C’è in tutto una pulsazione ritmica che scandisce l’armonia universale. Massimo trova nella matematica la gioia dell’irregolarità, che è la piena espressione della vita. E questo è qualcosa di molto letterario».

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