La Nuova Sardegna

“Doc”, il medico che tutti vorremmo trovare

di Silvia Sanna
“Doc”, il medico che tutti vorremmo trovare

La serie tv da 7 milioni di spettatori: una storia vera, il trionfo dell’umanità e dell’empatia nelle corsie stravolte dal Covid

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C’è un bambino con i capelli ricci e lo sguardo spaventato che sfugge alla sua mamma e si siede sulla panchina della sala d’attesa del Policlinico Ambrosiano di Milano. «Io sono qui per questo – gli dice un altro paziente mostrando la ferita sul lato sinistro della fronte – e tu?» E poi: «L’ho fatto per sembrare un pirata». Il piccolo a poco a poco si scioglie, sorride e mostra i suoi grandi occhi a quel tipo simpatico.

E lì parte la prima zoomata, lo sguardo indagatore che ci accompagnerà puntata dopo puntata: è un’occhiata più potente di una tomografia assiale, uno scanner in carne e ossa che ti guarda dentro e fuori, scova il problema, fa la diagnosi e trova la soluzione. Lui è Doc, ma ancora non lo sa. Lui è Luca Argentero, alias il dottor Andrea Fanti, primario di medicina interna. E quel taglio sulla fronte lo deve a un colpo di pistola esploso dal padre di un paziente che lo incolpa della morte del figlio.

Dopo quello sparo, Doc ha perso un quarto del cervello e la memoria degli ultimi 12 anni: non sa di essere diventato primario, di essersi separato dalla moglie Agnese e soprattutto non ha idea che il suo figlio più piccolo, Mattia, sia morto dieci anni prima per un problema cardiaco. Doc non sa che quel dolore l’ha indurito, creando una scorza di distacco dal resto del mondo, spegnendo il suo sorriso. La scorza non c’é di fronte a quel bambino sulla panchina «con le pupille a punta di spillo» e che gli ricorda tanto Mattia: per questo gli regala le caramelle mou, e subito dopo spiega alla madre che convulsioni e vomiti sono dovuti alle verdure trattate con i pesticidi.

Così inizia Doc-Nelle tue mani, puntata d’esordio della prima stagione andata in onda tra la primavera e l’autunno del 2020, interrotta causa pandemia. E mentre la seconda stagione si avvia alla conclusione (l’ultima puntata andrà in onda su Rai1 giovedì 17 marzo) la terza è già in cantiere perché, dicono gli autori, sarebbe assurdo non continuare dopo un successo simile: tra 6 e 7 milioni di telespettatori a puntata, il 28% di share come media, concorrenza (compresi i più noti reality) polverizzata.

Ma qual è il segreto? È tutto nello sguardo di Doc, nella sua capacità di andare oltre esami clinici, test e parametri: è lo sguardo di un medico che parla al paziente, va oltre le cose dette sino a scoprire che dietro la malattia c’è quasi sempre un problema nascosto per pudore o per paura di ferire qualcuno. Doc-Andrea Fanti è un medico empatico, umano, che si pone mille dubbi e non si arrende mai: in fondo è la storia (vera) del suo personaggio, capace di morire e risvegliarsi con 12 anni di memoria in meno in un mondo nuovo di cui capisce poco, in cui la medicina ha fatto enormi progressi e dove non ci sono più i tasti nel cellulare ma solo schermi touch screen.

Un mondo diverso, ma nel quale Doc vuole rioccupare il posto di prima: come medico capace e come l’uomo che ricorda di essere, quando c’era ancora Mattia e il dolore non aveva anestetizzato i sentimenti. Per Doc rinascere senza una parte di cervello ha pure i suoi vantaggi: l’ex primario tutto d’un pezzo, quello del «io sono il medico, lei è il paziente, il suo nome non mi interessa», è diventato prefrontale: non trattiene il pensiero, dice sempre quello che ha in testa, nel bene e nel male.

E questo gli procurerà molti guai ma lo renderà amatissimo dalla sua squadra, medici strutturati, specializzandi e infermieri, che da un giorno all’altro se lo ritroveranno accanto con un camice scuro e un ruolo diverso, non più severo primario, ma aiuto medico gentile pronto a offrire una spalla e una birra per parlare, confidarsi, non sentirsi soli.

Nella seconda serie si scoprirà quanto l’umanità di Doc sia stata preziosa nell’affrontare il Covid che entra anche al Policlinico Ambrosiano, lasciando un lungo elenco di nomi e cognomi segnati sul vetro: persone uccise dal virus, persone che, come si ricorderà in una puntata, «un secondo prima c’erano e sembrava stessero meglio, un attimo dopo non c’erano più». È la realtà vissuta da tutti noi negli ultimi due anni, che nella serie Tv viene raccontata attraverso flash back che fotografano la paura, la corsa contro il tempo, i pazienti sulle barelle perché non ci sono più letti, le bombole di ossigeno che non bastano per tutti, le scelte obbligate tra la vita e la morte, la generosità di chi decide di lasciarsi andare per regalare la speranza a un altro. E poi c’è il presente, con gli strascichi lasciati dal Covid in molti pazienti e negli stessi medici: stress post traumatico, ansia, attacchi di panico, la difficoltà a staccare la spina dopo il lungo periodo vissuto in corsia a centomila giri. C’è bisogno di amicizia, di essere squadra.

E Doc-Andrea Fanti in tutto questo è una presenza rassicurante, che aggrega e incoraggia. L’ex primario smemorato e impulsivo è la conferma che il ruolo dà l’autorità ma non il carisma, quello è figlio della personalità. E la sua, così avvolgente, è un faro per chi gli sta intorno e un balsamo per i pazienti. I dati di share ribadiscono quello che si era intuito già dopo la prima stagione: Doc è il medico che tutti vorremmo incontrare quando entriamo in un ospedale. Con il suo sorriso gentile e lo sguardo- radar che ti scava dentro con precisione chirurgica, tira fuori timori e segreti e in un amen ti fa sentire protetto e più leggero.



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