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Alex Britti in concerto a Neoneli

Alex Britti in concerto a Neoneli

Il cantante: "La mia doppia vita da artista"

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Alex Britti è quel tipo d'artista che si immagina sempre con una chitarra sottobraccio. Per rendere l'idea, ha appena pubblicato un disco che è tutto solo suonato con le sei corde. Senza voce. Lo porta nell'isola dal vivo  a Neoneli (ore 22 in piazza Barigadu) insieme al suo trio e al trombettista Flavio Boltro. Una serata organizzata da festival Dromos in collaborazione col festival Licanìas. L'8 settembre a Thiesi per la festa della Madonna di Seunis, e lì con un tour diverso, quello del suo lato pop.

Un suo album interamente strumentale, il sogno di molti.

«È da un po’ che l’avevo in mente. Le reazioni da parte di chi vede la musica in un certo modo sono molto positive. Per gli altri sono matto».

Cosa l’ha spinta verso un progetto del genere?

«L’esigenza era dentro di me, in tutti i dischi ho sempre infilato uno o due brani strumentali. Stavolta volevo fare un album. Perché no? In questo periodo pazzo, di confusione artistica e anche piattume. Vedo le cose mainstream e non mi ci sento più dentro come una volta, non mi andava di stare in quel contenitore lì».

Non si è mai sentito pienamente un artista pop, ma ha saputo utilizzare quel linguaggio.

«Ho cercato sempre di farlo a modo mio. All’inizio, forse all’apice del successo dopo “7000 caffè”, tutti si aspettavano il mega spettacolo e invece ho detto “No, voglio andare a suonare da solo”. Facevo i concerti chitarra e voce con la pedaliera, tra estate e inverno ho fatto 80 date. Non mi andavano i bagni di folla con i fuochi di artificio, i filmati, lo spettacolo. Volevo tirare fuori l’artista e non il pacchetto. Poi certo, sono anche un artista pop, perché quando avevo voglia di scrivere certe canzoni, hanno funzionato, ma uno poi fa anche altro. Nell’arte non bisogna timbrare il cartellino».

Nel suo percorso a che punto si trova?

«Adesso sono sulla Roma-Civitavecchia (ride)… mi vedo in un momento in cui posso permettermi di fare quello che voglio. Lo dico in senso buono, non arrogante. Sono stato ai vertici delle classifiche, poi ho fatto un passo indietro, ho avuto cinque anni fa un figlio, mi sono fermato, ho voluto fare il papà, adesso mi rimetto in ballo. Ma non ho voglia di fare a spallate con i ragazzini, è giusto che ognuno faccia il suo. Non ho un consiglio d’amministrazione, non sono un’azienda. I miei dischi seguono correnti diverse, come faceva Miles o fuori dalla musica Picasso o Pasolini. Ho voluto giocare col pop, poi riappropriarmi del blues. Continuo a evolvermi».

In questo senso, si è concesso collaborazioni con Salmo. Quando vi siete conosciuti?

«Dopo un mio concerto a Golfo Aranci. Amici in comune sapevano che volevamo conoscerci e poi ci siamo incontrati in un bar a Olbia. Abbiamo fatto amicizia e una volta ci siamo chiusi nel suo studio praticamente per due o tre giorni. Sono uscite fuori un paio di cose come la mia canzone “Brittish” e la sua “A Dio”».

Le piace il rap?

«Quando la musica è fatta bene, spacca. Non disdegno il rap, un giorno ho sentito un pezzo di Salmo, “Estate dimmerda” e mi ha steso, l’ho messo in tutte le mie playlist. Poi non ho pensato che siccome era un rapper non lo dovessi ascoltare. La musica è un esperanto. Lui poi è un musicista, e nonostante l’aspetto duro è la persona più gentile del mondo».

Com’è essere in giro con due tour differenti?

«Nel Mojo tour porto questo disco e altre cose strument… musicali, direi. Non faccio i pezzi noti, ne porto alcuni che non sono mai entrati negli album. Nell’altro ci sono le canzoni cantate, ma anche lì molta chitarra, assoli, dove provo a fare un pop… colto». (paolo ardovino)
 

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