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Interviste

Fausto Leali: «La mia carriera tra i Beatles, Mina e i reality»

di Alessandro Pirina
Fausto Leali: «La mia carriera tra i Beatles, Mina e i reality»

Il cantante 78enne reduce dal concerto di Sedini: «Amo la mentalità dei sardi: onesti e schietti. I reality? Se mi danno il doppio li rifaccio tutti»

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Martedì ha riempito la piazza di Sedini, la sua inconfondibile voce roca e potente ha accompagnato le celebrazioni della Festa del Rosario. Solo l’ultimo dei tanti concerti tenuti nell’isola. In oltre sessant’anni di carriera Fausto Leali ha girato la Sardegna in lungo e in largo. Le sue hit, da “A chi” a “Ti lascerò”, hanno fatto da colonna sonora a decine di piazze, da Olbia a Li Punti, passando per Sanluri, Bonnannaro, Abbasanta, Porto Cervo, solo per citare le prime località che vengono fuori da Google. Un diario di bordo, curato dalla R&G Music di Renato e Gianni Piccinnu, che ogni anno si arricchisce di nuove e vecchie tappe.

Leali, la prima volta nell’isola?
«Non sono molto forte con le date, ma già negli anni Sessanta, dopo il successo di “A chi” qualche data in Sardegna l’ho fatta. Il fascino della vostra terra mi prende sempre tanto».

Cosa le piace dell’isola?
«La gente. Mi piace la mentalità dei sardi. Onesta, accogliente, sanguigna, mai falsa. Vedo una grande lucidità nell’affetto che offre».

Sessantuno anni fa il suo primo 45 giri. Avrebbe mai immaginato un successo così longevo?
«Ma sai, quando parti da giovane fai un disco, poi il secondo: piccoli passi che compi senza accorgertene. Non è violento come quando vendi milioni di dischi con una sola canzone: a quel punto ti accorgi che quello che avevi fatto fino a quel momento non era niente. Ma io ho sempre mantenuto i piedi per terra. Mi sono preso le mie soddisfazioni da ragazzo, quando basta davvero poco per divertirsi. Dopo “A chi” poi mi sono trovato questo trionfo improvviso da difendere, ma per fortuna sono arrivate altre 3 o 4 canzoni di successo in un paio d’anni».

Nel 1965, con la sua band, i Novelty, fece da gruppo spalla ai Beatles nelle tre date del tour italiano. Racconti, come erano i Fab Four?
«Noi avevamo già scelto di fare due loro cover, “Please please me” e “She loves you”. Eravamo così innamorati dei Beatles che ci vestivamo, ci pettinavamo come loro. In realtà, nella mia vita musicale erano arrivati prima Ray Charles e James Brown, ma quando sono venuti fuori i Beatles non potevo non inserirli nei miri live. Quando facemmo la prima cover andammo in tv da Mike Bongiorno che ci presentò come i Beatles italiani (ride). Ai tempi la televisione era una sola ma la guardavano tutti. Così quando i Beatles arrivarono in Italia ci ingaggiarono per fare loro da gruppo spalla. È stata una grande emozione».

Il più alla mano?
«Mica li abbiamo potuti avvicinare. Erano protetti, anche se non come i divi di adesso che sembrano tutti presidenti degli Stati Uniti. Ma alla fine dei concerti di Milano, Genova e Roma chiamarono noi e le altre band per fare una foto ricordo. Abbiamo tutti la stessa fotografia».

L’Italia degli anni ’60 era musicalmente molto prolifica?
«I generi ci sono sempre stati. In America dopo Glenn Miller arrivarono rock’n roll e blues. Poi sono emersi i gruppi inglesi che hanno cambiato il modo di fare musica e presentarsi sul palco. Già negli anni Settanta The Who spaccavano la chitarra sull’amplificatore e si mettevano a torso nudo. Dopo 50 anni tutto è cambiato, o forse niente».

Ogni riferimento ai Maneskin è puramente casuale.
«Io li adoro. Mi piace un casino il fatto che abbiamo raggiunto quel successo a livello internazionale. Sono appena rientrato da New York: lì sono tutti impazziti per i Maneskin».

Il 1967 è l’anno di “A chi”: la sua vita cambiò?
«Mi sono comprato la casa, vedi tu (ride)?».

Erano gli anni delle grandi rivalità: Morandi-Ranieri, Mina-Vanoni. Lei aveva un rivale?
«Non ho mai sentito antagonismo con nessuno, sarà che non sono un combattivo per natura. Ho partecipato a tante cose, se vincevo bene, altrimenti pazienza. A Sanremo sono arrivato quarto con “Deborah”, quinto con “Un’ora fa”, ancora quarto con “Io amo” ma poi ho sbancato nelle vendite. E ancora “Mi manchi”, poi la vittoria con “Ti lascerò”. Quel trittico di Sanremo di fine anni Ottanta ha cambiato la mia vita un’altra volta».

Le piaceva la definizione “negro bianco”?
«Adesso mi dà fastidio, spero non me lo dicano più».

Dopo anni di grande successo ci fu un momento di difficoltà.
«Negli anni Settanta non ho fatto granché. Dopo “Io camminerò” del 1976, che ebbe successo all’estero, ci fu un po’ di silenzio. Nel 1980 feci “Malafemmena”, che andò soprattutto tra il pubblico partenopeo. Ma poi fino al 1986 poca roba».

Il 1986 è l’anno del duetto con Mina: quanto è stata importante per la sua rinascita?
«“Via di qua” era la sigla dello show del sabato di Rai 1. I giornali scrivevano: Leali con Mina. E di conseguenza è stato un grande successo. Poi, dopo questa telefonata di Mina, ho avuto la fortuna di riceverne un’altra di Toto Cutugno per farmi sentire “Io amo”. E lì è nata tutta la storia».

Cosa è Sanremo per lei?
«È una cosa molto pericolosa a livello cardiopatico. Prima di salire sul palco ti si secca la gola. Ed è come se un calciatore prendesse una botta al ginocchio prima della partita».

Con “Ti lascerò” arrivò la vittoria. Oggi quel brano è considerato un evergreen.
«Fiorello mi raccontava che ai tempi del Karaoke quando arrivava una coppia voleva sempre fare la nostra canzone».

Come fu il rapporto con Anna Oxa?
«Io e Anna avevamo lo stesso management e lavoravamo per la Sony. Una sera mi invitò al Fantastico che conduceva con Enrico Montesano, dove venne fuori in maniera molto simpatica. Perché Anna è una alla mano, non se la tira come potrebbe sembrare. Da lì è nato un bellissimo periodo con lei: non solo Sanremo. Con la sua famiglia si trasferì vicino a casa mia in Brianza: quante domeniche passate insieme».

Giurato a X factor o un nuovo Sanremo: a cosa non potrebbe dire no?
«Sicuramente a un prossimo Sanremo... aspetta, giurato? Allora X-factor, è più duraturo».

Nel suo curriculum ci sono Music farm, Tale e quale, Ballando con le stelle, Grande fratello vip: cosa non rifarebbe?
«Se raddoppiano la cifra li rifaccio tutti».

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