Vivian Lamarque in Sardegna: «I miei versi nati in treno»
La poetessa ospite del Lei Festival a Cagliari. Un mondo di passione nella raccolta “L’amore da vecchia”
Vivian Lamarque non parla di poesia. Parla con la poesia. Ogni volta che può, nelle risposte, di corsa verso l’aeroporto, intreccia le frasi ai versi di suoi componimenti. Ospite ieri del Lei Festival di Cagliari, lei che in poesia è un classico vivente, ha portato al pubblico riflessioni, ricordi, sensazioni tratte dalla sua ultima raccolta, “L’amore da vecchia” (Mondadori). «Finito, già finito / l’incantato tempo / dei rami in fiore? / Come quando / sul più bello del ricamo / finisce il filo da ricamo?» recita il testo in quarta di copertina. Ma la penna della poetessa non tocca mai troppo le corde della tragicità. Semmai, ha il gusto della scoperta.
Lamarque, lo hanno suggerito anche i grandi della letteratura: l’amore non corrisposto talvolta permette di aprire infiniti mondi. Nel suo caso, com’è diventato materia poetica e quali sono gli amori «inventati» con cui si è confrontata?
«Il libro si apre con la poesia “I nomi degli amanti”. Tutti dimenticati? / no i loro nomi ho ancora dentro / bene incisi…”. In 80 anni di vita - veramente sarebbero 76, ma a dire 80 mi fanno tutti maggiormente festa! - posso contare storie diverse, nessuna inventata intenzionalmente, ma l’innamoramento spesso amplifica al mille per mille, vede anche quello che non c’è. A differenza di quelli precedenti, gli ultimi due o tre amori nemmeno li ho comunicati all’amato. Chi mai vorrebbe essere corteggiato da una ottantenne? Mi festeggiavo da sola anche la data dell’anniversario della conoscenza. Robe da matti o da poeti».
In una recente intervista lei spiega come l’amore da vecchia sia un amore più diffuso, «che riguarda anche le piante, gli animali, il cinematografo, i nipoti, i treni», perché?
«È la sua giovinezza che formula la domanda. I miei coetanei lo provano tutti i giorni questo amore diffuso che trova appigli in tutto il creato, ultimi slanci prima di lasciarlo. Non meraviglierà l’amore “per la bella famiglia d’erbe e d’animali”, cito Foscolo, né quello per figlia e nipoti. Forse i treni? In treno ho scritto molte poesie guardando fuori dai finestrini. In questo libro una sezione è intitolata “Poesie Ferroviarie”. “Se sul treno ti siedi al contrario / con la testa girata di là / vedi meno la vita che viene / vedi meglio la vita che va”. Quanto al cinematografo, la sezione “Come nel film” è dedicata agli scomparsi cinematografi di Milano, erano 133, oggi sono 19. Da bambina assomigliavo un po’ al bambino di “Cinema Paradiso”, senza incendio però. Nei cinema ho trascorso gran parte della mia infanzia».
“L’amore da vecchia” parte da lontano, aveva cominciato a scriverlo alcuni anni fa. Come si è evoluto?
«Sì l’ho iniziato nel 2016, quando cominciavano a uscire le recensioni per il precedente “Madre d’inverno”. Tutte belle, ma molto centrate sulla mia biografia. Pensai: nel prossimo libro non darò spunti di questo genere. Quando poi mi innamorai, scrissi fiumi di poesie d’amore e pensai che il libro avrebbe contenuto solo quelle, ma gradualmente l’amore si è spostato anche in tante altre direzioni».
Una riflessione sullo stato della poesia attuale? E lei solitamente cosa legge?
«Se rispondo estesamente a questa domanda perdo di sicuro l’aereo. Le dico solo che in questi ultimi anni sono usciti ottimi libri di poeti e forse ancor più di... poetesse. Quanto alle letture, le mie preferite sono le biografie e le autobiografie. Sto rileggendone una molto bella scritta da Stefan Zweig su Balzac».
È tornata a Cagliari dopo essere stata ospite del Lei anche nel 2016.
«Sì e avevo un ricordo bellissimo, prima di tutto di una qualità alta di ospiti e altissima di temperatura di calore e accoglienza. E ovunque bellezza. E a proposito, proprio all’aeroporto di Cagliari ho scritto una poesia contenuta in questo libro, si intitola “Strano le era parso, delirio 3”».
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