Edoardo Vianello: «Ennio Morricone geniale ma che carattere, Renato Zero un amico, Ricchi e Poveri ingrati»
Il re dell'estate con 66 milioni di dischi venduti si racconta in una autobiografia: «Il mio primo tour in Sardegna»
Da più di sessant’anni l’estate fa rima con Edoardo Vianello. I suoi tormentoni sono la colonna sonora delle vacanze di più generazioni, anche di quelle nate a lustri di distanza dal suo successo. Trovare qualcuno che non conosca i Watussi, abbronzatissima, pinne fucile ed occhiali, vale una vittoria al Superenalotto. Ed è proprio a questo exploit da 66 milioni di dischi venduti - ma anche a molto, moltissimo altro - che il cantautore romano, 84 anni, ha voluto dedicare un libro avvincente, ricco di aneddoti, di ricordi, di vita, “Nel continente nero. La favolosa storia vera del re dell’estate”, edito da Baldini+Castoldi.
Una vita di salite e discese, cadute e risalite. Cosa resta oggi dell’Edoardo di fine anni ’50?
«La convinzione che ancora devo fare qualcosa, raggiungere un traguardo che non so qual è, ma con lo stesso impegno che mi ha permesso di raggiungere buoni risultati».
Che Italia era quella in cui mosse i primi passi?
«Era un’Italia diversa, in cui i valori erano all’opposto di oggi: rispetto per la famiglia, complicità con gli amici, solidarietà».
Parliamo di Teddy Reno. Lo tempestava di telefonate, oggi l’avrebbe accusata di stalking.
«Invece, fu molto paziente. Ma lui era sempre interessato ai giovani talenti, tanto che quando mi ricevette mi disse: “come cantante non hai possibilità, meglio come autore”. E fu lui a farmi fare l’altro incontro straordinario con il paroliere Carlo Rossi. Conoscerci fu la nostra fortuna, e Teddy si liberò di due scocciatori in un colpo solo».
Mina fu un altro incontro fortunato. Anche se in realtà lei fece di tutto perché accadesse.
«Il mio obiettivo era conoscere qualche cantante di successo per fargli ascoltare le mie canzoni. Poteva essere anche Nilla Pizzi o Claudio Villa, ma il destino mi fece incontrare Mina, la numero uno di quel momento».
1961, il suo primo Sanremo.
«Mi sentivo fuori luogo. Andai ai Sanremo perché avevo inviato la canzone, ero fuori dal giro delle case discografiche. E poi la canzone non era adatta ai gusti dell’epoca, e non la sapevo neanche interpretare bene».
Tornò al festival nel 1966 e a dirigerla sul palco, unica volta a Sanremo, fu Ennio Morricone: che rapporto avevate?
«Aveva un carattere particolare, che col tempo è peggiorato. Siamo stati amici per anni, abbiamo lavorato insieme dal 1959 al 1966, è stato mio testimone di nozze. Aveva un atteggiamento un po’ brusco, sempre permaloso. Ma era talmente geniale che mi fidavo ciecamente delle sue idee. Anche se qualche arrangiamento non lo azzeccò».
Morricone sosteneva che lei copiò “Abbronzatissima” da una sua canzone, “Ornella”.
«Questa cosa mi ha sempre fatto ridere: un uomo di talento, successo, due premi Oscar che si attacca a due note che secondo lui avrei carpito da una sua canzone. Questo cruccio, tra l’altro, gli è venuto verso la fine della sua vita. Ma la verità è che queste due note sono la caratteristica finale di tutte le sinfonie. Non le ho inventate né io né lui».
È vero che è stato scartato da Amadeus per Sanremo 2023?
«Amadeus mi aveva detto di preparare una canzone, qualcosa che richiamasse i miei tormentoni anni ’60, ma io non posso più propormi in quella veste. E non mi sono più fatto sentire».
Pinne fucili ed occhiali, Guarda come dondolo, Abbronzatissima, I Watussi: 60 anni dopo tutti, anche i giovani, le sanno a memoria. Che effetto fa?
«Non è facile fare cose allegre e soprattutto esserci riuscito senza banalità. Sono tutte canzoni che hanno un’idea geniale sia nel testo che nella musica. Ai tempi fui coraggioso a cantare brani che parlavano di pinne fucile ed occhiali o dei Watussi».
Nell’immaginario collettivo è il re dell’estate: le sta stretto?
«È un connotato che mi fa piacere, ho creato uno stile, una moda. Certo, mi sarebbe piaciuto avere una carriera più ampia, ma non si può avere tutto».
Nel 1968 fonda con Franco Califano la Apollo Records: la scoperta di cui va più fiero?
«Quelli che ho veramente lanciato sono i Ricchi e Poveri, con cui ci siamo lasciati in modo burrascoso. Con la nostra etichetta ci siamo ammazzati per portarli a Sanremo e loro come segno di riconoscenza hanno cambiato subito casa discografica».
C’era anche un giovanissimo Renato Zero.
«Era troppo avanti con i tempi. La nostra etichetta faceva capo alla Rca che aveva in società il Vaticano: come facevo a distribuirlo? Lui allora mi chiese di lasciarlo libero, aveva capito. Più che un produttore mi sono sentito un artista e ho rescisso il contratto. Ancora mi ringrazia».
È stato per anni assessore a Roccasecca dei Volsci: il suo rapporto oggi con la politica?
«Io sono un osservatore, anche se non ho mai nascosto di essere di centrodestra. La Meloni è preparata, determinata, ma credo che sarà ostacolata in tutti i modi, perché quando c’è la destra al potere si scatenano tutti».
Di suo cugino Raimondo Vianello nel libro scrive poco: che rapporto avevate?
«Molto sporadico. Lui era abbastanza chiuso, non era una persona affettuosa, perlomeno nei miei confronti. I primi tempi lo chiamavo spesso per avere consigli. L’unico che mi diede fu: “ma lascia perdere...”».
La Sardegna invece è molto presente, fin dal quella prima tournée nei primi anni ’60.
«Quella fu la prima tournée della mia vita. Ricordo ancora lo sbarco a Olbia, la nave arrivava davanti al municipio. C’era solo il pullman che ci venne a prendere. Era una Sardegna selvaggia, strade piene di curve, mi sentivo fuori dal mondo, ma nelle piazze una grande partecipazione di folla. E poi eravamo una comitiva talmente divertente che ne ho un ricordo bellissimo».
C’era anche un giovanissimo Lucio Dalla.
«Era un ragazzino, suonava il clarinetto e il banjo. Era introverso, non lo sentii mai cantare».
Segue la sua ex moglie, Wilma Goich, al Gf vip?
«Qualche flash. Ma non la inquadrano mai: mi chiedo che ci sta a fare».
Due anni fa ha subito il peggiore dramma che può capitare a un genitore, perdere un figlio. Come si fa a sopravvivere a una simile tragedia?
«Non lo so nemmeno io. So solo che bisogna farlo perché ci sono gli altri affetti, mia moglie, l’altro mio figlio. Ma è dura: Susanna se n’è andata all’improvviso, in un mese. È un dolore che mi porterò per sempre dentro».
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