La Nuova Sardegna

Artigianato

«Il Tavolara, un nuovo spazio per la creatività senza steccati»

di Gabriella Grimaldi
«Il Tavolara, un nuovo spazio per la creatività senza steccati»

Appena sarà possibile verrà esposta la splendida collezione storica Isola di alto artigianato

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Tenersi stretti tutta la bellezza del passato con lo sguardo sempre rivolto a ciò che arriva dal futuro, alle idee contemporanee alle visioni rivoluzionarie. Questo l’approccio dei tre curatori che martedì scorso, allestendo la mostra “Faccio con la mente, penso con le mani” hanno reso possibile il miracolo della riapertura del Padiglione Tavolara. Sono Giuliana Altea, critica d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea all’università di Sassari nonché presidente della Fondazione Nivola, Antonella Camarda, anche lei docente universitaria e storica dell’arte e Luca Cheri, direttore del museo Nivola a Orani. All’indomani dell’inaugurazione fanno il punto sul presente del Padiglione Tavolara e sul suo futuro.

Come vi siete approcciati all’allestimento della mostra per la riapertura del padiglione Tavolara?
Altea: «Ci sarebbe piaciuto aprire il Padiglione esponendo la collezione storica dell’Isola, ma non è stato possibile perché stanno per partire i lavori di restauro di quella splendida raccolta. Essendo rimasta nei depositi per molto tempo, in condizioni di conservazione non ottimali, molti pezzi si sono deteriorati, l’obiettivo della Regione e del Comune è renderli nuovamente fruibili. Ci siamo quindi rivolti alla contemporaneità. La domanda che ci siamo posti è stata: dodici anni dopo “Domo”, la grande esposizione allestita a Sassari per la IX Biennale dell’Artigianato e premiata con il Compasso d’Oro, qual’è la situazione? Ci siamo guardati intorno e abbiamo scoperto un ricco ventaglio di esperienze, singole e di gruppo, tra le quali abbiamo fatto una selezione. Non l’unica possibile e non l’ultima, ovviamente. Ma quella che secondo noi rappresenta ciò che oggi in Sardegna si muove nel campo dell’artigianato».

Che cosa è venuto fuori da questa vostra “indagine”?
Camarda: «Un artigianato non limitato al settore “artistico” né confinato alla rivisitazione di motivi identitari. In mostra ci sono beninteso tappeti e ceramiche, ma anche moto da corsa, tavole da surf, pannelli fonoassorbenti, volanti per la Formula 1, il cui design sorprendentemente si armonizza benissimo con gli arazzi ricamati esposti accanto. Un tempo la produzione artigianale sarda veniva presentata come una manifestazione corale e collettiva; oggi è un mosaico di esperienze individuali, con alcuni temi e motivi ricorrenti e con tante contaminazioni tra la tradizione e i nuovi modelli espressivi. Accanto agli artigiani e ai designer ci sono gli artigiani-designer e i makers, cioè gli artigiani digitali, a comporre un panorama vario e articolato».

Una visione, quella della creazione artigianale che guarda anche “oltre confine”?
Altea: «Certo, molti espositori hanno esperienze di lavoro e di collaborazione in Italia e all’estero o risiedono fuori dell’isola. È il caso di Antonio Arcadu, cui si devono le due moto Honda (tra l’altro il presidente dell’azienda ha annunciato che verrà a visitare la mostra). E ci sono anche designer che sardi non sono, ma che con la Sardegna intrattengono un fertile rapporto».

E nel futuro cosa c’è?
Cheri: «Un programma continuativo di mostre e iniziative culturali che andrà avanti fino alla costituzione del Museo regionale per l’artigianato e il design. Al momento sta per partire la redazione del progetto museale, affidata all’Università di Sassari e nella fattispecie a Giuliana Altea e Antonella Camarda. L’idea che guiderà il progetto è quella di non creare steccati tra artigianato, design, arte e altre modalità espressive. Il museo, oltre alla collezione permanente e alle mostre temporanee, accoglierà una fitta serie di programmi pubblici fra convegni e presentazioni di libri. Gli oltre 800 ingressi registrati solo nella prima giornata di apertura ci dicono che la città è pronta per iniziative di questo tipo: ha fame di cultura, com’è del resto naturale per un centro che è sede di un’Accademia di Belle arti e di un’Università. E merita uno spazio e un gioiello architettonico come il Padiglione Tavolara».

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