La Nuova Sardegna

Laurea honoris causa

Ivano Fossati: «La musica ci mostra il cielo»

di Paolo Ardovino
Ivano Fossati: «La musica ci mostra il cielo»

Cerimonia all'università della sua Genova: «L’ispirazione non ha limiti, è sconfinata»

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Un sospiro. Poi uno sguardo al pubblico e le prime parole da dottore: «L’ispirazione non ha limiti, è un territorio sconfinato dove progettare il possibile e l’impossibile». Nell’aula della chiesa San Salvatore, in piazza Sarzano a Genova, Ivano Fossati ha ricevuto la laurea magistrale Honoris Causa in Letterature moderne e spettacolo dall’università della sua città. Cantautore, polistrumentista, produttore. È stata ricordata la sua «lunga e brillante carriera che ha scritto un importante capitolo della musica leggera – così il rettore di Unige, Federico Delfino – e per riflesso della nostra vita». Le sperimentazioni, le collaborazioni, l’importanza data alle parole dei testi e allo stesso modo alla musica delle canzoni: quelle che ha cantato personalmente, “La mia banda suona il rock”, “Il bacio sulla bocca”, “C’è tempo”, “Mio fratello che guardi il mondo”, quelle che ha fatto cantare ad altre voci, Patty Pravo con “Pensiero stupendo”, Loredana Bertè con “Non sono una signora”, i brani per Mia Martini. L’album con Mina nel 2019, una pietra miliare come il disco “Anime salve” scritto tutto con e per De André. «Un artista impegnato dalla parte dei più deboli e per i diritti umani – ancora durante la cerimonia –. Grazie a lui sappiamo che “di dolore in dolore il dolore passerà”», nel 2004 e nel 2012 venne insignito del premio Amnesty. Proprio undici anni fa, il ritiro dalle scene.

Da parte dei vertici accademici del dipartimento di italianistica, romanistica, antichista, arti e spettacolo, il riconoscimento di un simbolo cittadino divenuto nazionale, che occupa un ruolo di spicco nell’olimpo dei cantautori genovesi. Nella sua città, Fossati ha portato avanti negli ultimi anni un laboratorio universitario proprio sui linguaggi della canzone, e contribuito a un’importante mostra che confrontava Paganini ed Hendrix. Tra i legami evidenti e più impliciti con la Sardegna, invece, il suo ultimo concerto nell’isola è stato al Lirico di Cagliari, nell’anno della tournée di addio. La sua canzone “Una notte in Italia” ha dato il titolo all’ormai celebre festival del cinema di Tavolara, di cui fu anche ospite speciale nell’edizione del 1995. Entrato tra gli applausi in completo grigio, camicia e cravatta, Ivano Fossati per la proclamazione e il conferimento del titolo Honoris Causa ha indossato la toga accademica. Poi è salito in cattedra, nel vero senso della parola, si è tolto il copricapo e ha cominciato la sua lectio magistralis dal titolo: “Ispirazione, pensiero e sintesi nella musica discografica”. Cantautore studiato e studioso, dai toni accademici è passato a quelli poetici in un percorso temporale, «dal fonografo» di Edison nell’800 «che consegnava il miracolo della riproduzione della musica» passando per le prime registrazioni su disco e fino alla musica liquida di oggi. Eredità («dalla black music»), cambiamenti, ispirazioni della musica leggera. La scrittura che per lui vuol dire evocare, «tracciare un segno, fare un taglio. Scrivere pochissimo e lasciare immaginare molto», poi la canzone nell’era della sua riproducibilità tecnica: «Musica alta, leggera e leggerissima, ho amore per tutte – così Fossati –. Per quell'insieme rumoroso, chiassoso e incessante che ci ha cresciuto e ci spinge avanti. Musica e pensieri nati per essere commercializzati e fare soldi e che, tuttavia, sono in grado di mostrare cieli più grandi e mettere le anime a nudo. E senza l’aria di volerlo o poterlo fare. Se questa meraviglia è il risultato di un patto tra artista e industria, non sono certo che quest’ultima sia il diavolo. Sarebbe un diavolo perdente: perché l’ispirazione è ancora là, pronta per nuove generazioni di artisti visionari, mentre l’industria ha vissuto tempi migliori. Per questo, nel patto, la parte del diavolo astuto penso l’abbiano fatta inconsapevolmente autori e artisti, i grandi e i dimenticati. Ho il sospetto che quel lontano giorno, per una volta, forse il diavolo eravamo noi».

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