La Nuova Sardegna

L'intervista

Dalila Di Lazzaro: «Eravamo io, Minà, De Niro, Leone, Alì... Rinunciai a Bond per paura dell’aereo»

di Alessandro Pirina
Dalila Di Lazzaro: «Eravamo io, Minà, De Niro, Leone, Alì... Rinunciai a Bond per paura dell’aereo»

L’attrice si racconta e parla del suo legame con la Sardegna: «La adoro, ma ormai è sempre più isolata. A Olbia vidi Lady Diana salire sull’ultimo volo»

08 aprile 2023
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Quando gli occhi parlano, diceva un celebre spot degli anni Ottanta che la vedeva protagonista. E in effetti quando si parla di occhi Dalila Di Lazzaro ha poche rivali. Con il suo sguardo magnetico ha conquistato la moda, il cinema, Hollywood. La vita non le ha risparmiato nulla - su tutto la tragica morte del suo unico figlio 32 anni fa - ma lei continua a essere una donna combattiva. Anche per la Sardegna, a cui attualmente è ancora più legata visto il rapporto con il cantautore cagliaritano Manuel Pia.

Dalila, il suo rapporto con la bellezza?
«Non mi rendevo conto, ero timida, per nulla ambiziosa: ho avuto occasioni mostruose, altri si sarebbero buttati a pesce».

Che bambina era?
«Mia mamma comprava le riviste, io rimanevo incantata da Twiggy e le altre. Mi truccavo di nascosto e sognavo. Poi a 15 anni è nato mio figlio. In estate facevo la commessa a Lignano Sabbiadoro. Passavano in tanti: che ci fai qui? Devi fare cinema, moda. A furia di dirmelo sono partita per Roma con 30mila lire».

A Roma trovò il successo.
«Avventure e disavventure incredibili. Mi presero per uno spot dove incontrai un modello americano. “Hai una foto?”. Gliela diedi con il numero dietro. La foto arrivò nelle mani di Andy Wahrol che cercava la donna perfetta per un film di Paul Morrissey. Fui chiamata dalla Champion, pensai a uno scherzo. Ma era vero, andai al provino e c’erano Carlo Ponti e Wahrol».

Com’era Andy Wahrol?
«Sembrava uscito da un quadro di Pablo Picasso, con quel suo ciuffo biondo e la voce nasale».

Quel film le aprì le porte della America.
«La Champion mi mandò negli Usa per imparare l’inglese. I sogni erano triplicati, ma la testa restava quella di una ragazzina. New York era il mio luna park, facevo copertine per Vogue, mi strapagavano. Quasi quasi mi fermo qua, pensai».

La consacrazione con “Oh, Serafina!” di Alberto Lattuada.
«Dopo tanti provini per piccole parti finalmente un ruolo da protagonista. Avevo letto il libro di Piero Chiara. Mi chiamò la Rizzoli: “dobbiamo incontrarci con Lattuada”. E io: “gli dica di chiamarmi”. Mi telefonò: “quando ci vediamo?”. Ancora io: “Serafina sono io, quando viene lei?”. Lo presi in contropiede, venne a casa con Piero Chiara, gli feci un caffè e il ruolo fu il mio».

Un no che ancora le pesa?
«Erano gli anni della commedia che piace tanto a Quentin Tarantino. Volevano tutte le attrici nude, io non amavo questo genere. Io sognavo film da dark lady. Facevo i provini ma prendevano sempre altre e io ci rimanevo malissimo. Il mio aspetto li disorientava. L’Italia non è come l’America dove prendi Charlize Theron, le metti le lenti e la fai brutta».

In “Tre uomini da abbattere” affianca Alain Delon.
«Non volavo più dopo un incidente in cui l’aereo su cui mi trovavo era caduto alle Bahamas. Tanto che non feci il provino per James Bond e presero Kim Basinger. Quell’incidente mi ha stroncato la carriera. Ma a quel provino andai. In auto, da Roma a Parigi. Pensavo che mai mi avrebbe scelta e ripartii subito. A metà viaggio mi chiamò il mio agente: torna indietro, ti hanno presa».

Tanti amici a Hollywood, da Jack Nicholson a Richard Gere. Il numero uno?
«Jack: comico, simpatico, particolare, charmoso. Richard dolce, carino, simpatico. Ma Jack ha qualcosa in più».

Lei era al famoso pranzo da Checco er Carrettiere con Leone, De Niro, Garcia Marquez, Muhammad Alì e Gianni Minà.
«Che giornata eccezionale. Allo stesso tavolo c’erano la Cultura, lo Sport, il Cinema. Io ero seduta tra Robert De Niro e Sergio Leone, di una simpatia unica. Stavano girando “C’era una volta in America”. Mi disse: vieni che De Niro ti vuole conoscere. Andai, anche se mi aveva già detto che per il casting del film era già chiuso, lui parlava bene l’italiano. Davanti a noi sedeva Muhammad Alì. Mi accorsi che gli tremava la testa e gli cadeva sul piatto. Ancora non si sapeva della malattia».

In quegli anni veniva spesso in Sardegna. Che ricordi ha?
«Un costruttore, Giorgio Nocella, voleva farmi acquistare una villetta sul mare a Porto Rotondo. Che errore non prenderla: me ne pentirò finché campo. La Sardegna è un luogo meraviglioso. Mi dispiace venga gestito così male. Porto Rotondo, Porto Cervo, Villasimius sembrano presepi, in estate pieni, il resto dell’anno deserti. Tutto chiuso. Per non parlare degli aerei, pochissimi e costano un botto. Vergogna, vergogna, vergogna. Eppure io vorrei tanto prendermi una casetta vicina al mare».

Nell’isola ha girato “Kidnapping” con Luca Zingaretti nel ruolo di un bandito.
«È stato il mio ultimo film. Ricordo che una sera ero all’aeroporto di Olbia. Io ero in coda per salire sul mio aereo, quando vidi passare Lady Diana. La guardavo e fantasticavo sulla sua vita da principessa. Al mattino a Roma accesi la radio e appresi la notizia che era morta a Parigi».

Perché a un certo punto ha detto basta con il cinema?
«C’è stato un blackout. Mi proponevano solo film nuda. Sono stata quattro anni ferma, i miei agenti mi volevano uccidere».

Ancora oggi in Italia i single non possono adottare. Un tema su cui lei si è battuta tanto.
«Tante donne mi dicevano: vada avanti. Donne che non possono avere figli o non hanno trovato un compagno. Ci sono così tanti bimbi che hanno bisogno di affetto. Sono contraria all’utero in affitto, ma dico sì alle adozioni, anche da parte dei gay».

L’altra sua battaglia per il riconoscimento del dolore cronico: a che punto siamo?
«Sono migliaia le persone che soffrono. In Italia se non scrivevo “Il mio cielo” non esisteva il dolore cronico. Ho speso non so quante migliaia di euro all’estero, ma io sono italiana. Sono stata 11 anni senza potermi alzare neanche per andare al bagno».

Ha mai pensato alla politica?
«Lo avrei voluto tanto, ma con questo dolore cronico non ho più la possibilità di spostarmi».

Al suo fianco c’è Manuel Pia. Come vi siete conosciuti?
«A un suo concerto. Lui si avvicina e mi dice: ho letto tutti i tuoi libri e voglio farti un omaggio. Mi manda una canzone bellissima. Lo invito alla mia casa al mare in Francia. Ci mettiamo a scrivere e viene fuori una canzone bellissima, frizzante, tipo Gipsy King. Alla fine abbiamo fatto insieme 10 canzoni. Poi, piano piano col tempo e con la paglia maturano le nespole (ride, ndr)».

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