La Nuova Sardegna

Prezzo in salita

Latte ovino, il paradosso della debolezza

Roberto Furesi e Pietro Pulina
Latte ovino, il paradosso della debolezza

A determinare l’aumento del prezzo è stata l’impetuosa escalation delle quotazioni del Pecorino Romano

09 maggio 2023
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In queste settimane, le cooperative casearie approvano i consuntivi 2022 e quantificano il conguaglio sul prezzo del latte da trasferire ai soci. Si parla di cifre definitive attorno a 1,70-1,80 euro per litro, con picchi che arrivano a 2 euro. Mediando con i valori delle industrie private - che pagano un po’ meno ma più rapidamente – si ha un prezzo nell’insieme non inferiore a euro 1,50. Se a rinfrescarci la memoria non fosse la cronaca di qualche strascico giudiziario legato alla “battaglia del latte” del 2018/19, di quell’Annus horribilis, con i pastori che incassavano meno di 60 centesimi per litro, non resterebbe oggi che un pallido ricordo.  

A determinare l’aumento del prezzo del latte è stata l’impetuosa escalation delle quotazioni del Pecorino Romano, le cui dinamiche di mercato restano condizionanti per tutto il sistema regionale. Uno dopo l’altro, il Romano ha bruciato ogni record di prezzo, sino ad attestarsi, quotazione all’ingrosso, sugli attuali 14 euro/Kg. Cosa ha determinato questa crescita e, soprattutto, si può pensare che permanga nel tempo?

Sulla forte espansione hanno agito elementi di natura congiunturale e strutturale. Innanzitutto, il recupero dalla crisi di quattro anni fa è avvenuto per una riduzione della produzione di Romano: il mercato si è decongestionato e le quotazioni sono tornate a salire. L’andamento favorevole del formaggio e il recupero del prezzo del latte non hanno però condotto a produrre più latte, che anzi si stima sia calato di almeno il 10%.

Un paio di annate non proprio ideali sul piano meteorologico e, soprattutto, il forte aumento dei costi associati a mangimi, sementi, carburanti, ecc. hanno impedito di tradurre la migliore remunerazione del latte in una sua maggiore produzione. Tuttavia, il dato più rilevante, perché può avere carattere strutturale e permanente, riguarda la consistenza della base produttiva. Mentre in passato le fasi espansive inducevano ad allevare più animali per produrre di più e far crescere i ricavi, questa volta si verifica il contrario: rispetto alla crisi risultano infatti persi il 5% dei capi e il 10% degli allevamenti. È probabile che, al riguardo, abbiano avuto un ruolo rilevante le difficoltà sul fronte del ricambio generazionale e quelle nel reperire la manodopera necessaria a gestire un maggior numero di animali.

Insomma, si verifica il paradosso di un elemento di debolezza, legato all’incapacità delle imprese di mettere a frutto i risultati conseguiti presso i mercati di destinazione attraverso un potenziamento della base produttiva, che diventa un punto di forza, dal momento che la ridotta disponibilità di volumi di latte contribuisce a mantenere alti i prezzi del prodotto finale. Tale contingentamento, come detto, è da attribuirsi più a circostanze congiunturali e strutturali che a precise scelte delle imprese. Anzi, una più attenta analisi dei flussi di prodotti lungo la filiera rivela che molte industrie casearie fanno fronte alla ridotta produzione di latte dirottando una quota maggiore dei conferimenti alla trasformazione in Pecorino Romano rispetto al passato.

Se questi sono i presupposti, riteniamo più che mai opportuno e urgente, ora e qui, a bocce ferme, senza la pressione di una crisi incombente, ritornare ai tavoli delle trattative tra le parti per condividere una prospettiva di competitività solida e duratura per il comparto. Del resto, alcuni segnali non sono affatto da sottovalutare. In attesa di conoscere contenuti e dettagli del Complemento Regionale per lo Sviluppo Rurale della Sardegna 2023- 2027, l’esclusione delle imprese ovicaprine dagli ecoschemi sottrae agli allevamenti un’utile e legittima fonte di entrata. Sui mercati, del resto, le dinamiche dei prezzi in atto rendono appetibile l’arena competitiva a produzioni alternative, e l’approvazione imminente della DOP del Cacio Romano non è per i sardi una buona notizia. È tempo che la politica e le parti sociali si sveglino dal torpore dei due euro e disegnino il comparto del 2030.


 

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