La Nuova Sardegna

L'intervista

Donatella Rettore: «Ero una rompiballe, povero Elton John. I Maneskin? Trasgressivi erano altri»

di Alessandro Pirina
Donatella Rettore: «Ero una rompiballe, povero Elton John. I Maneskin? Trasgressivi erano altri»

La cantante ospite del Premio Ravera: «A Gianni piaceva la mia voce, si gasava a sentire i giovani. Tornare a Sanremo? Non lo escludo»

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Erano i primi anni Settanta quando sulla scena musicale italiana irruppe una ragazza bionda, voce e grinta senza pari, un look che fece antologia. Sono passati 50 anni o poco meno ma Donatella Rettore è sempre quella ragazza lì. Stessa voce, stessa grinta, stessi look unici. Domani l’artista veneta, 68 anni a luglio, sarà a Castelraimondo, provincia di Macerata, protagonista del Premio Ravera, ideato dal cantautore Michele Pecora con la supervisione artistica del manager Pasquale Mammaro e dedicato all’indimenticabile figura di Gianni Ravera, ideatore di Castrocaro e per anni patron di Sanremo. Una serata condotta da Carlo Conti in cui, oltre Rettore, saranno sul palco Fausto Leali, Iva Zanicchi, Marcella Bella e i Cugini di campagna.

Rettore, chi è stato Gianni Ravera?
«Il suo nome è legato alla musica degli anni ’60, 70, 80, anche ’90 tramite la sua famiglia. Gianni era Castrocaro, Saint Vincent, Sanremo. La cosa che a lui più interessava era la ricerca di giovani talenti a Castrocaro. I più famosi sono tutti usciti da lì».

Ma non Rettore.
«Io mi ero iscritta, poi invece mi hanno chiamata direttamente a Sanremo. Era il 1974, un festival pazzesco con Ravera, Vittorio Salvetti ed Elio Gigante, il produttore di Mina».

Che ricordo ha di Ravera?
«A lui piaceva molto la mia voce. Quando gli mandai i nastrini con le canzoni disse: “questa la voglio”. Era davvero un entusiasta, si gasava a sentire i giovani».

Lei ha sempre sognato di fare la cantante?
«Da quando ero infante. Cantante, ma anche attrice, ballerina. Un periodo anche il pompiere: da bimbi si vuole fare tutto».

Tra i primi incontri importanti Lucio Dalla.
«Facevo un concorso di voci nuove, Lucio era ospite insieme a Ron. Si mise ad ascoltare i ragazzi che si esibivano, io ero l’unica che cantava canzoni che lui non conosceva, perché scritte da me. Vinsi quella tappa, lui si avvicinò: “canti benissimo, chi ti scrive le canzoni?”. “Me le scrivo io, forse sono un po’ banali”. E lui: “non sei affatto banale, canti cose semplici che capiscono tutti, e non è facile”. Mi chiese di seguirlo in tour quell’estate, ma io avevo una madre che, pur sapendo della mia passione, non mi avrebbe lasciato andare. Ma aprii i suoi tre concerti in Veneto. Nei confronti di Lucio ho sempre provato affetto e riconoscenza».

Che effetto le fa oggi rivedere la Donatella di inizio carriera?
«Non è cambiato niente, sono la stessa da quando avevo 3 anni. La vita è una strada piena di buche, piogge, alluvioni, terremoti, ma alla fine quello che sei a un anno viene sempre fuori».

Negli anni ’70 due Sanremo, successi in Italia e in Europa. Poi nel 1977 la svolta.
«Quello era il momento del punk, dell’Europa. Tutti si sentivano di poter fare un nuovo Sessantotto, più vincente, perché in realtà il ’68 era stato un flop. E il ’77 è stato indubbiamente più vincente: ha portato gli anni Ottanta, i cambiamenti sociali, politici, musicali, imprenditoriali, la moda. Tutto è cambiato, salvo poi peggiorare di nuovo».

Cosa voleva dire essere trasgressivi in quell’epoca?
«Allora non ci si poneva il problema. Ci si tingeva i capelli di fucsia, verde. Punto. Forse più che trasgressione il termine giusto era protesta. La protesta dei giovani contro i grandi che non si accorgevano di loro. Ai tempi i giovani erano una forza. Oggi la gioventù è sperduta, non ama la politica, sta in solitudine ed è sempre attaccata allo smartphone. Reagiamo: buttiamo via questo telefonino! Anche se poi la società ci invita a fare tutto col cellulare. Tra un po’ pure l’amore».

Chi sono i trasgressivi di oggi: i Maneskin, Achille Lauro?
«Se penso a gruppi trasgressivi dico i Sex Pistols, i Doors. I Maneskin non possono essere paragonati, con tutta la simpatia per loro. Ma sono stati bravi a intraprendere la strada dell’estero, una mossa vincente».

Anche Rettore esplose oltre confine.
«Per me fu un caso. Io volevo avere successo in casa, volevo piacere ai miei familiari, poi agli italiani. Invece fu tutto il contrario: “wonderful Donatella!”».

Elton John ha scritto tre canzoni per lei: come nasce la vostra collaborazione?
«Non la chiamerei collaborazione perché Elton cercava in tutti i modi di mollarmi ai suoi autori, a sua madre. Non voleva questa ragazzina rompiballe in mezzo, aveva una sua vita. Io invece gli stavo sempre addosso come una zecca. Mi rendo conto che ero una scocciatrice».

Splendido splendente, Kobra, Lamette: cosa si prova a essere autrice di testi immortali?
«È gratificante, soprattutto quando penso al momento in cui le ho scritte, mi venivano così senza fare alcun tipo di ragionamento. Splendido splendente è come Azzurro, come Volare: mi sopravviverà sicuramente».

La rivalità con la Bertè?
«Creata dalla stampa. È come una quercia che fa la guerra a un ulivo. Siamo diverse nel modo di cantare, nell’approccio col pubblico. Io più glaciale, lei più carnale. È una rivalità che non sussiste. Se devo cercarla la trovo in Annie Lennox o Blondie».

Al Premio Ravera ritroverà Marcella Bella: con lei fu scontro in diretta tv.
«Non fu uno scontro tra artiste ma di caratteri. Mi provocò e risposi alla provocazione. Io sono schietta, se mi provocano non so contare fino a 10. Quando vedo Marcella le dico: tu sei l’Etna e io il Monte Grappa».

Era il Sanremo ’86, l’ultimo di Gianni Ravera.
«Fu un bellissimo festival, ma non lo sopportai perché mia madre stava molto male. Ero appena passata alla Ricordi, chiesi di sostituirmi ma la Ricordi mi impose di onorare il contratto. Lo vissi come un castigo, la mia testa era da un’altra parte».

Al festival è tornata nel 1994 con Baudo e due volte con Amadeus: ci sarà una settima?
«Non si può dire, ogni Sanremo ha una storia a parte. Il festival vive gli umori della società di quel momento. Ora bisogna vedere come si evolve con questa svolta a destra».

Ha ricevuto il Master universitario ad honorem in Management delle risorse artistiche e culturali. Che effetto fa?
«Molta responsabilità. In realtà di risorse ne abbiamo poche, ma la mia vena artistica non l’ho persa. Io ancora mi stupisco di quello che scrivo».

Una nuova Donatella all’orizzonte?
«La Rettore, ovvio».

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