Teo Teocoli il 21 luglio ad Alghero: «I miei 60 anni da protagonista tra teatro e tv»
Con lo show in cui ripercorre la sua lunghissima carriera
«Avevamo appuntamento per l’intervista? Me ne ero dimenticato, ma sa a Milano ci sono 40 gradi...». Questo è l’incipit di una lunga chiacchierata con Teo Teocoli. Molto più di un’intervista. Un vero e proprio show telefonico ricco di aneddoti, imitazioni, frecciate neanche troppo velate ad amici e colleghi. Un piccolo antipasto di quello che sarà il suo show, “TuttoTeo”, in cartellone ad Alghero il 21 luglio nella piazza di Lo Quarter. Un viaggio in cui l’attore, cantante e showman - un pezzo pregiatissimo dello spettacolo made in Italy - ripercorre le tappe più importanti della sua lunghissima carriera tra palcoscenico e televisione. Uno show di musica e cabaret per una serata di puro divertimento. Sul palco l’artista, 78 anni, è accompagnato dalla Doctor beat band, composta da quattro musicisti e una corista.
Teocoli, pronto per il ritorno in Sardegna?
«Come no? Ne ho fatti parecchi di spettacoli nell’isola. Le serate più carine al Forte Village, pieno di turisti, una bella arena estiva in cui ho fatto una decina di show. Ma ho bei ricordi anche a Cagliari, Sassari. La Sardegna mi accoglie sempre bene».
TuttoTeo. Anche se forse tutto tutto è davvero impossibile.
«Altrimenti sarebbe una maratona di quattro giorni. Anche se è vero che io vado lungo, durante lo spettacolo se mi vengono in mente altre cose io le racconto. L’altro giorno lo show è durato 3 ore e 5 minuti senza intervallo. Mi hanno portato via a braccia. Io non forzo mai, sento l’umore del pubblico. Vedevo che continuava a divertirsi, che chiedeva le imitazioni. Anche se ora faccio giusto Celentano. Ormai Celentano sono più io di Adriano. Avrò fatto 7mila serate con le sue canzoni, lui ne ha fatto due. Verrà un giorno in cui si dirà: sai che Teocoli e Celentano si somigliano? Perché sono 60 anni che dicono che sono io che somiglio a lui. Ma a quel punto io divento cattivo, anche perché io ho i capelli e lui non più».
I suoi inizi musicali in quella che sarebbe diventata la Pfm. Quando pensa al giovane Teo cantante ha qualche rimpianto?
«Proprio un mese fa ho incontrato in treno Ligabue con il suo gruppo. Pensavo mi dicesse: “Teocoli, che forte il tuo Maldini”, o giù di lì. Invece mi fa: “cacchio Teo, la Pfm, mamma mia ragazzi”. Che poi io ero il più scarso tra i Mussidda, i Di Cioccio. Ma fui molto onesto e diedi una spolverata a questi ragazzi. Facevano il folk. Io, tornando dalla Francia, dissi loro: col folk non balla nessuno, qui servono i lenti. Loro continuarono a migliorare, io no. Decisi di andarmene, loro furono molto dispiaciuti, ma la mia carriera è più da zingaro, da solista. Anche se sono più di vent’anni che ho lo stesso gruppo, ho cambiato solo un batterista».
Con Adriano Celentano scoccò subito la scintilla?
«No. Io avevo 14 anni e lui 20. Io ascoltavo i suoi dischi nel juke box, mi informai e scoprii dove abitava, in via Gluck. Ogni sera andavo e aspettavo che lui tornasse dal militare. Un giorno mi fa: “ma vieni tutte le sere? Vieni su”. “Su dove?”, gli dissi. “A casa, dove vuoi andare?”. Io lo seguo in questa casa di ringhiera e lui: “aspetta qui”. Ma io ero talmente emozionato che entrai in bagno con lui. “Cacchio, esagerato”, mi fa. E poi incontrai la mamma, la signora Giuditta, che però non mi amava molto. Perché mi confondeva con Aldo Maccione dei Brutos. Era avvelenata con lui perché non aveva restituito una giacca ad Adriano. Ai suoi occhi ero quello che aveva rubato la giacca al figlio».
Cosa ha rappresentato il Derby per lei e per la comicità italiana?
«Per lo spettacolo fu una bomba, una pietra miliare. Molti artisti sono venuti da lì, e non solo Jannacci, Cochi e Renato. Cantanti, attori, showman hanno fatto sì che il Derby fosse una fucina. Io facevo monologhini, io venivo dalla commedia musicale, da Hair…».
Dove c’erano anche i giovanissimi Renato Zero e Loredana Bertè.
«Loro erano già amici. Renato quando mi vide mi disse: “mazza, quanto sei bello”. Mi presentai a Loredana. “Come ti chiami?”. “Saranno cazzi mia”, fu la sua risposta da finta aggressiva. Erano già avanti. La nostra era una generazione che rischiava. Furono due anni importantissimi per la mia crescita. E poi abitavo con Califano. Un giorno arrivai a casa con Veruskha. E lui: “ahò, hai portato il pennello?”».
Ritorniamo al Derby.
«Andai per curiosità. Avevo conosciuto Enzo in centro a Milano, che non era il centro di villeggiatura che è oggi. Ricordo ancora la scena. Jannacci mi vide in una via dietro il Duomo. “Sei Teo?”. E io: sì. Lui: “gjgjgjgjgjg”. E io: grazie. Ancora non ho capito se lo facesse apposta. Anche perché da normale parlava bene».
Con Jannacci avevate un rapporto speciale.
«Enzo voleva che facessi una sua canzone, “Il dritto”, che poi incise Milva. Parlava delle case popolari al civico 3, il mio. Era una canzone personale, ma io avevo già preso la moto ed ero a Saint Tropez. Perché io amavo il mio lavoro, ma le ragazze di più».
In tv il successo arriva su Canale 5, da Drive in a Emilio. Che ricordo ha di Silvio Berlusconi?
«Berlusconi sembrava un impresario teatrale, avrebbe voluto fare lui il mestiere che facevamo noi: cantante, intrattenitore. Era un entusiasta. Era innamorato di “Emilio”. E poi ci fu la bomba di “Mai dire gol”. Ho visto l’altra sera la Gialappa’s. Mi ha un po’ deluso. Parlano solo loro, e poi manca signor Carlo».
La sua prima imitazione?
«Sergio Bruni. Zoppicavo anche perché lui aveva un difetto a una gamba. Ma le imitazioni vengono per caso. Cesare Maldini lo vidi che andava a raccogliere la palla all’idroscalo. Era lento. Gli urlai: “passa la palla!”. E lui: “chi ha parlato?”. Non gli sembrava vero di sentire la sua voce. Quando iniziai a imitarlo professionalmente era il 1998, lui era ct della Nazionale, l’uomo più famoso d’Italia. Mi chiamavano tutti, la gente mi salutava per strada».
Maldini, Prisco, Galliani, Albertini, Costanzo, Cuccia: c’era qualcuno che non amava le sue imitazioni?
«Prisco si incazzò: “quel deficiente milanista dice che io guido per Milano la Smart in piedi”».
Che pensa dell’addio di Fazio alla Rai?
«La questione è un po’ intricata. Fazio è double face. Buono, gentile ma fa solo quello che vuole lui. Bravissimo a fare domande ma non aveva contraddittorio. Qual è la trasmissione dove non ti rompono le scatole? Da Fazio. E così tutti vogliono andare lì. Perfino il Papa. E poi la cosa che mal sopportavo è la Lucianina che dopo 19 anni continuava a fare la Lucianina. Neanche i più grandi comici del mondo fanno così. Per di più per 19 anni tutte le settimane per 25 minuti-mezz’ora».
Nella tv di oggi Teo Teocoli non trova o non vuole trovare posto?
«Io non faccio più la tv perché gli ultimi con cui ho lavorato su Rai 1 sono stati due mostri di bravura come Gigi Proietti e Renzo Arbore. Ho fatto l’ospite d’onore da loro. Quella era la mia casa. Oggi faccio poco. Magari vado dalla Venier che mi chiama: vieni o non vieni? Poi vado e mi fa: e tu che ci fai qui? Le ultime cose le ho fatte da Mara e Fabio».
Il suo carattere un po’ difficile è una leggenda o è davvero così?
«Non ho un carattere facile ma non sono maleducato. Dico quello che penso. Ma in questo Paese se lo fai o vieni travisato o vieni preso come maleducato o vieni considerato un gasato. La prima volta che incontrai Berlusconi mi disse: “tu e Boldi dovete fare da contorno a Costanzo”. Gli risposi: non me ne frega niente. Costanzo mi ha odiato per vent’anni. In una intervista gli chiesero: di Teocoli cosa ne pensa? Si è rabbuiato e ha balbettato qualcosa. E di Paolantoni? “Bravissimo”, la sua risposta».
Al cinema le è mancata la grande occasione: ha qualche rimpianto?
«Avrei voluto nascere vent’anni prima ed essere nel gruppo della commedia all’italiana. Magari non sarei stato come Sordi ma mi sarebbe piaciuto fare cose come Giannini, Manfredi, Mastroianni. Quello era il mio sogno, lavorare in un gruppo tipo Amici miei. Quello per me era il cinema, l’altro l’ho rifiutato».
Oggi chi o cosa la fa ridere?
«Aspetti un attimo… ci sono tanti che fanno più che altro sorridere. Oggi è finito il periodo dell’artista che esce da protagonista, come fu Troisi o più di recente Zalone. O penso ad Aldo Giovanni e Giacomo. Fui io a volerli, erano ancora in due. All’inizio rifiutarono, poi tornarono tramite un altro al Palazzo dei cigni. Erano lì che aspettavano da un’ora nel bar - lo ha scritto Aldo nel libro - e se ne volevano andare, quando arrivai io: dai ragazzi, andiamo giù. E diventarono Aldo Giovanni e Giacomo. Tafazzi lo hanno creato perché io facevo Hulk Hogan e mi ero inventato tre avversari. Aldo che sveniva per terra, Giovanni a cui feci fare un volo di 10 metri e poi Giacomo a cui dissi: devi fare una cosa che deve sembrare una resa. E lui arrivò con la bottiglia».
Un’ultima cosa: Felice Caccamo come ha festeggiato lo scudetto del Napoli?
«Prima che finisse il campionato mi sono messo sul letto e ho dormito per 15 giorni. Ero in catalessi e non mi sarei mai potuto immaginare quello che era accaduto. Mi sono affacciato alla finestra: che è successo? Il Napoli ha vinto lo scudetto. Ma andatevene affanculo, Maradona (racconta con la voce di Caccamo, ndr). … ha iniziato a farfugliare. Era in stato confusionale, poi piano piano si è ripreso ma non totalmente. Ha ancora momenti di vuoto totale, non si capacita della cavalcata finale del suo Napoli».
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