La Nuova Sardegna

L’intervista

Giovanni Floris: «Il declino del nostro Paese figlio della sfiducia nella scuola»

di Alessandro Pirina
Giovanni Floris giornalista conduttore televisivo
Giovanni Floris giornalista conduttore televisivo

Il giornalista si racconta tra libri, politica e televisione

5 MINUTI DI LETTURA





Per chi mangiava pane e televisione il giovedì era il giorno di Mike, il venerdì di Enzo Tortora, il sabato di Pippo Baudo e la domenica (e lo è tutt’ora) di Mara Venier. Il martedì invece era uno di quei giorni anonimi, senza padri o madri nobili. Questo fino al 5 novembre 2002, quando su Rai 3 è andata in onda la prima puntata di “Ballarò”. Da quella serata di oltre vent’anni fa Giovanni Floris è diventato l’uomo del martedì, tanto che con il passaggio dalla Rai a La7 ha ribattezzato la sua trasmissione proprio “Dimartedì”. Oggi il giornalista sarà a Perdasdefogu ospite del festival “SetteSereSettePiazzeSetteLibri”, dove alle 22.30 nel cortile delle vecchie scuole elementari presenterà il suo ultimo libro, “Il gioco”, edito da Solferino”, insieme a Manuela Arca. Un romanzo capace di mettere insieme giallo e commedia in una storia incalzante e avvincente. Con la scuola sullo sfondo.

Floris, “Il gioco” è il suo quinto romanzo: cosa resta del giornalista quando diventa scrittore?
«Sono due prove molto diverse. Il giornalista sta ai fatti, il romanziere inventa. Questo libro però nasce da un’inchiesta, dal saggio “Ultimo banco”, sul mondo della scuola».

C’è un perché in questa scelta?
«Sono convinto che il declino economico, sociale, politico del nostro Paese nasca dal fatto che non abbiamo più fiducia nello strumento culturale. Non crediamo più che studiando i problemi possano essere risolti. Non crediamo più nella formazione scolastica, nei nostri docenti. E parlo di maestre e maestri, insegnanti di medie e superiori. Questo porta il Paese a non studiare, a non capire, ad affogare nei propri problemi. Mi sono chiesto: cosa succederebbe se i professori si ribellassero? Se passasse alle maniere forti chi intende opporsi al declino culturale, sociale, economico e politico di questo Paese? Non potrebbe succedere, ovviamente, perché usare le maniere forti vorrebbe dire essere la causa di un ulteriore declino. Ma il bello dei romanzi è questo: che si può inventare. I primi personaggi che mi sono venuti in mente sono una professoressa, un collaboratore scolastico e una studentessa molto arrabbiati, che vogliono cambiare il mondo con la letteratura».

La scuola e l’università sono le fondamenta di ogni Paese: da osservatore qual è oggi il loro stato di salute?
«Non crediamo più nel loro ruolo. Speriamo nelle scorciatoie, come studenti che sperano di cavarsela mettendo su due frasi appiccicaticce all’interrogazione. Pensiamo a quando scegliamo i nostri rappresentanti politici: non cerchiamo più qualcuno che sappia risolvere i nostri problemi, cerchiamo qualcuno che si lamenti degli stessi problemi che abbiamo noi. Non cerchiamo rappresentanza, cerchiamo empatia. Ci affidiamo di volta in volta alla persona che (per caratteristiche sommarie) ci sembra possa soddisfare la nostra sete di velocità. Un imprenditore “ghe pensi mi”, un ragazzo giovane che rottama, un comico geniale che sorprende, un uomo dal pugno duro, una donna che ha passato qualche anno all’opposizione. Come chi non studia: speriamo nello stellone».

Negli ultimi decenni si sono avvicendati governi, maggioranze e quasi tutti hanno messo mano alla scuola: quali sono gli effetti di questi continui cambiamenti?
«Non ci si rende conto che la scuola viene prima della politica: si studia per avere una cultura, poi si sceglie se essere di destra o di sinistra. Non esiste una scuola di destra o una di sinistra».

In questi giorni, anche alla luce del caldo record nelle isole e dei violenti nubifragi al nord, si sta parlando di emergenza climatica e spuntano i negazionisti. Perché oggi su ogni tema, il Covid su tutto, ci sono così tante persone che sposano teorie che vanno contro la scienza?

«Le persone insoddisfatte vanno contro il sistema, quale che esso sia: quello scientifico, quello economico, quello politico. I politici irresponsabili li inseguono dando loro ragione, invece di creare un contesto che li renda più soddisfatti, meno inclini alla contestazione purché sia. Se uno arriva a dire che la terra è piatta è perché la terra rotonda non gli offre nulla. Diamo loro occasione di tornare a scuola, e di poter contare su un futuro soddisfacente, e smetteranno di attaccare anche la scienza».

La luna di miele tra governo e Paese sta reggendo: quali potrebbero essere i primi scogli per Giorgia Meloni?
«Non puoi ridurre le tasse se non combatti l’evasione: hanno promesso sia un fisco debole sia tasse più basse, non credo che riusciranno a mantenere l’impegno. Sul fronte immigrazione se la sono cercata: ne hanno fatto un tema identitario, e non si sono mai visti tanti sbarchi. Paga sempre la competenza e la profondità dell’approccio, mentre qui mi sembra stiano inseguendo le proprie posizioni ideologiche, dimenticando la tradizione pragmatica del centrodestra».

È stato l’inventore del martedì televisivo. Che effetto fa vedere che oggi è diventato così ambito?
«È da venti anni la serata del talk politico. È naturale che gli editori vogliano esserci. E la concorrenza fa bene al prodotto».

Questa estate si è parlato molto di tv: Fazio, Littizzetto, Berlinguer, Annunziata, Gramellini, Merlino, D’Urso. È la rivincita della televisione generalista che sembrava avere perso un po’ appeal?

«Non credo lo abbia mai perso in realtà. Prendiamo il martedì sera: da quando eravamo in onda solo noi di Ballarò l’ascolto dei talk è molto cresciuto. Oggi sommando le persone che guardano La7, Rai 3 e Rete 4 arriviamo a un numero di telespettatori coinvolti molto maggiore».

A Dimartedì spesso partecipano Giacomo Mameli e Matteo Porru: cosa le piace di questi due personaggi della cultura sarda?
«Giacomo Mameli ha tutte le virtù! È colto, arguto, sarcastico e diretto. Matteo Porru è uno scrittore di valore assoluto, e ha un punto di vista sempre originale sulle cose. Ma è l’essere sardi l’arma in più. Ha visto come Geppi Cucciari ha fulminato il ministro che non aveva letto i libri? Solo una sarda poteva sistemarlo così!».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
L’allarme

Infiltrazioni mafiose, da Pippo Calò alla Banda della Magliana: da 50 anni le organizzazioni criminali investono nell’isola

di Francesco Zizi
Le nostre iniziative