Amanda Sandrelli: «Sono un’attrice per caso e una cantante mancata»
L’attrice è nell’isola con lo spettacolo Vicini di casa. «Nella vita, anche di coppia, un po’ di coraggio non guasta»
Marito e moglie come tanti, a metà strada tra la noia e la crisi, sessualmente assonnati, decidono di invitare per un aperitivo una coppia di vicini che, stando ai rumori che si sentono nel loro appartamento, non sembra conoscere né la noia né la crisi. La loro sarà una vera e propria irruzione nella vita di coppia che metterà a repentaglio quell’equilibrio, che per quanto precario, resta comunque un equilibrio. Questo è “Vicini di casa”, la commedia di Cesc Gay con Amanda Sandrelli, Gigio Alberti, Alessandra Acciai e Alberto Giusta, regia di Antonio Zavatteri, che arriva nell’isola sotto le insegne del Cedac, domani a Tempio, venerdì a Olbia, sabato ad Alghero, domenica a Macomer e lunedì a Sanluri.
Amanda, quanto si percepiscono le origini spagnole della commedia?
«Di commedie spagnole ne ho fatta un’altra e ne ho lette almeno una decina. Gli spagnoli hanno un modo di parlare così, sono un pochino più liberi di noi quando si tratta di cose scottanti. Da noi, forse per una cultura molto cattolica, per quella storia del senso di colpa, il sesso è sempre stato considerato qualcosa di proibito, di sporco. Ma, anche se in scena affrontiamo argomenti un po’ spinti, non siamo mai volgari».
Chi sono Anna e Giulio?
«Sono una coppia stabile, con una figlia. Lui è disilluso, incazzato con la vita. Io un po’ meno. C’è una battuta dello spettacolo che mi piace tanto: la quotidianità è faticosa, sopportare sé stessi è faticoso. Ed è verissimo, soprattutto dopo i 50 anni. In scena io e Gigio siamo una coppia in cui tutti si riconoscono. È un rapporto lungo, tra loro c’è noia, rabbia repressa. Hanno questi vicini che la notte fanno numeri a colori e lei decide di invitarli anche contro il parere di lui. Vuole aprirsi, come se sperasse di essere contagiata da questa allegria, da questa vivacità sessuale».
Qual è il messaggio?
«Innanzitutto, è una commedia in cui si ride dall’inizio alla fine. Ma il finale ti regala anche emozioni. Lo spettatore si identifica in noi, in me e Gigio - le crisi le hanno tutti, le famiglie del Mulino bianco esistono solo nelle pubblicità - ma con l’andare avanti magari non pensa che abbiano ragione gli altri, ma capisce che nella vita, senza fare per forza i numeri a colori, bisogna essere aperti. La chiusura, il giudicare gli altri non pagano. Forse il messaggio è proprio questo: non è detto che bisogna fare quello che fanno i vicini di casa, ma un po’ di coraggio, di voglia di rischiare non guasta».
Con Gigio Alberti per la prima volta a teatro, ma in passato vi siete incrociati al cinema.
«Io ho avuto la fortuna di fare “Nirvana” di Gabriele Salvatores. Lui è l’attore di Salvatores. Ci siamo sfiorati più volte e quando mi hanno detto che sarebbe stato il mio partner ero molto felice. Mi trovo molto bene professionalmente e umanamente. È un attore anomalo, non cerca mai di imporsi, come invece fanno spesso altri colleghi uomini».
Domani arriva in Sardegna.
«È da un po’ che non vengo. In passato la Sardegna era una tappa fissa, ultimamente sono venuta solo in vacanza. Sono felice di tornare. Amo Alghero. Vorrei venire a invecchiare da voi, non lo dico per piaggeria. Ma quando arrivo sento un’aria diversa. È un posto magico».
Quarant’anni da “Non ci resta che piangere”. Cosa ricorda di quella ragazzina catapultata sul set tra Roberto Benigni e Massimo Troisi?
«Mi sono divertita come una pazza, ero totalmente inconsapevole. Avevo fatto la maturità tre giorni prima e non avevo alcuna intenzione di fare l’attrice. Dicevo: non so fare nulla. E loro: non ti preoccupare, hai il physique du rôle. Non c’era nulla di scritto, la mia fortuna è stata che avevo una grande memoria d’orecchio. “Bisogna provare, provare, provare...”».
Come era quel set?
«Tutti avevamo la percezione che sarebbe stato un film speciale. Benigni e Troisi, due geni presi singolarmente figurarsi insieme, erano in uno stato di grazia. Ho vissuto il film come una avventura unica, pensavo sarebbe stato una tantum per poi iscrivermi all’università. Ma il successo è stato talmente clamoroso che subito hanno iniziato ad arrivarmi offerte interessanti. A quel punto ho cercato di imparare un mestiere che non avevo ancora in mano. Sette anni dopo mi è stata proposta la prima cosa a teatro. Lì ho capito che quello era il mio lavoro, nel cinema c’era qualcosa che non mi faceva sentire a mio agio. Io sono nomade, devo spostarmi. Mi piace questa Italia che vedo ogni giorno, molto più bella di quella che ci fanno vedere i media».
Sul set con sua madre Stefania Sandrelli: più facile come mamma o collega?
«Sul set è diversa, ma non più di tanto. Mi aveva scelto per il suo primo film da regista. E io: “ma sei sicura? Ti sarebbe più utile un’attrice più importante”. Ma lei aveva deciso: “voglio te perché sei giusta per questa cosa”. Sul set ogni tanto faceva cose da mamma, tipo mandarmi la spremuta d’arancia che io non avevo chiesto. “E questa?”. “La manda tua madre”. Ma al di là di questi sprazzi di maternità era molto concentrata sul film».
Nella sua carriera c’è una parentesi musicale, “La bella e la bestia” con suo padre Gino Paoli. Perché solo una parentesi?
«La musica fa parte della mia vita da molto prima del cinema e del teatro. A 15 anni cantavo in piazza a Trastevere, ero una fricchettona. Amavo il soul, il rhythm and blues. Avrei dovuto avere più coraggio, ma ai tempi in Italia non c’erano artiste che cantavano quella musica, per di più in inglese. La prima è stata anni dopo Elisa. Io però non ho mai pensato potesse diventare un mestiere, è sempre rimasta una passione. Ma ho sempre lavorato tanto con la musica. Quell’orecchio musicale che ho da quando ero una bimba mi ha aiutata parecchio».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
