La Nuova Sardegna

L'intervista

Eva Robin's: «Il teatro è una sfida continua. Più che fluida io mi sento solida»

di Alessandro Pirina
Eva Robin's: «Il teatro è una sfida continua. Più che fluida io mi sento solida»

L'attrice è in tournée nell’isola con lo spettacolo Le serve

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Amore e odio per la loro padrona, la venerano ma la invidiano. Sono Solange e Claire, le “Serve” interpretate da Matilde Vigna e Beatrice Vecchione nella messa in scena del testo di Jean Genet. La loro vita ruota intorno a quella di Madame, la “Signora” a cui presta il volto Eva Robin’s, icona pop del transgender dall’originalissimo percorso teatrale. Un testo cult del Novecento che ora arriva sui palchi dell’isola sotto le insegne del Cedac. “Le Serve” sarà il 6 marzo alla Ama di Arzachena, il 7 al Teatro del Carmine di Tempio, l’8 a al Teatro Fallaci di Ozieri e il 9 al Centrale di Carbonia.

Eva Robin’s, lei è Madame. Cosa caratterizza questo personaggio?
«Rappresenta il potere, con tutti i suoi oggetti di desiderio, gioielli e vestiti, che le due serve bramano perché loro adorano interpretare la loro padrona. Questo rituale è l’incarnazione della frustrazione, ma l’azione di uccidere l’oggetto amato e invidiato non potrà essere compiuta nella vita di tutti i giorni, e così viene ripetuta all’infinito come un gioco che non raggiunge mai il suo apice, perché la messa in scena che le due sorelle compiono viene continuamente interrotta dall’arrivo della signora. Insomma, io rappresento la disparità sociale, perché questo modello ingolosisce ma toglie la capacità di inseguire un’autentica realizzazione».

I temi al centro dello spettacolo sono il potere e l’invidia sociale. Questo testo ha quasi 80 anni ma potrebbe essere scritto oggi?
«Certo, l’invidia è la stessa di adesso. C’è tutta una schiera di persone che si moltiplicano, gli invidiosi, gli arrabbiati, gli odiatori. Persone che adorano il lusso e il benessere, ma non sono in grado di raggiungere questi modelli e per farlo magari si trovano a compiere azioni malavitose».

È arrivata al teatro dopo il cinema e la tv: cosa è per lei il palcoscenico?
«È una sfida continua, una realizzazione. Ormai mi sento più me stessa in tournée nello scoprire tante città che come turista non ho mai visitato. Il teatro mi dà la possibilità di moltiplicare me stessa in tante sfaccettature che nel quotidiano non vengono realizzate. Essere dentro tanti personaggi è una sorta di realizzazione».

Sempre stata un’artista libera, un personaggio fuori dagli schemi: cosa significava esserlo nella società degli anni Settanta?
«Non ne avevo molta coscienza, me ne sono resa conto andando avanti. Ero un manifesto di me stessa e del fluido. Anche se io mi ritengo più solida che fluida».

Dario Argento, Damiano Damiani, Maurizio Nichetti, Alessandro Benvenuti: ha fatto tanto cinema. Chi fu il primo a credere in lei?
«Il primo fu Damiani che mi diede il ruolo di una transessuale in “Gioco al massacro”. Poi Benvenuti che mi scelse come protagonista di “Belle al bar”: venne a un festival dove portavo un testo di Jean Cocteau, con la regia di Andrea Adriatico, il mio pigmalione che quando non avevo molte capacità mi ha indirizzata verso questo mestiere».

Poi ci fu la tv: Antonio Ricci prima e Gianni Boncompagni dopo. Le sue presenze furono accompagnate da forti polemiche. Che effetto le fa ripensarci oggi?
«Quando ripenso a quella esposizione mediatica mi rendo conto che l’ho vissuta come una gogna. Tutti pensavano fosse il momento di maggiore espansione del mio personaggio, ma in realtà sono una persona un po’ fustigata da quella esperienza. Forse non avevo le capacità da conduttrice o forse aspiravo a qualcosa di diverso, ma quando un tal Boncompagni ti cerca, ti provina e ti sceglie tra mille ragazze che facevano la fila come fai a dire di no? Accettai con incoscienza. Ma dagli sbagli si impara molto più che dalle scelte azzeccate».

Musica, teatro, cinema, televisione: cosa vorrebbe aggiungere alla sua carriera?
«Continuare a essere oggetto di attenzione di grandi registi. Io voglio essere sempre in scena, per me il lavoro è vita».

E la politica?
«Sono a digiuno di informazione politica, non mi ha mai attirato. A volte mi arrabbio per questa mia ignoranza. E infatti su questo nuovo modo di sottolineare i nuovi generi sono un po’ indietro. È un linguaggio che ancora non mi sento di imparare».

Come le sembra questa Italia di oggi?
«L’Italia è un paese che amo, che ammiro. Anche se spesso sento cose brutte, che non funzionano. Ma questo passa in secondo piano quando c’è un grosso amore nei confronti di un Paese che ha dato spazio a una persona che magari non sarebbe riuscita a farsi conoscere, a lavorare, a essere libera. Sono troppi i luoghi in cui la libertà non viene rispettata, non viene esaudita e mortificano l’esistenza».

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