La Nuova Sardegna

Intervista

Enrica Bonaccorti: «Sassari per me era come New York. Vorrei rivedere l’Azuni e piazza d’Italia»

di Alessandro Pirina
Enrica Bonaccorti: «Sassari per me era come New York. Vorrei rivedere l’Azuni e piazza d’Italia»

La conduttrice tv racconta la sua carriera e i tre anni trascorsi nell’isola: «Nevicò e mi misi a sciare in viale Dante: mi presero per matta»

31 maggio 2024
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Della televisione è stata una delle regine in un’epoca in cui il piccolo schermo contava quanto il Quirinale. Alla Rai come a Canale 5 Enrica Bonaccorti si è sempre contraddistinta per stile, eleganza, intelligenza. Per una tv mai banale o volgare, così lontana da quella che oggi imperversa nelle nostre case.

Conduttrice, attrice, paroliera, scrittrice: quale definizione sente più sua?
«In tutte queste definizioni il comune denominatore sono le parole, la comunicazione con il pubblico, è questo che mi ha sempre appassionato. Non canto e non ballo, ma con le parole faccio le capriole».

Cosa voleva fare da grande?
«Tante di quelle cose che avrei dovuto avere dieci vite per realizzarle. Scrivere fin da bambina, poi attrice di teatro, medico neurologo, giornalista, regista, documentarista. Ora direi: se rinasco voglio fare la soubrette! A quest’età si risponde con un sogno, la realtà è alle spalle».

A 13 anni da Genova arrivò a Sassari, che sarebbe diventata la sua città per tre anni: qual è il suo primo ricordo?
«Ero arrivata da un paio di mesi quando nevicò, un evento eccezionale per Sassari: io inforcai gli sci e mi buttai giù per viale Dante. Il giorno dopo già si diceva: la continentale macca è...».

Come era la Sassari di quei primi anni Sessanta?
«Per me era come New York! Fino ad allora avevo vissuto a Genova, nella caserma che mio padre comandava. Allora a quell’età non si usciva neanche di pomeriggio. A Sassari ho provato la mia prima libertà, andavo a scuola a piedi, frequentavo degli amici, passeggiavo con le mie prime emozioni su e giù per piazza d’Italia: sono diventata grande fra quelle quattro palme».

Ha mantenuto legami, magari ritrovati tramite i social, con compagni di scuola?
«Ero molto legata a Giangiulia Briasco che purtroppo non c’è più, seguo sui social suo figlio Tomaso Mura in giro per il mondo. Ma ricordo Anna Pilo, Giovanna Masia, Paola Chieffi, le prime amiche mentre crescevo».

Manca da Sassari da tanti anni: c’è qualche luogo della città che vorrebbe rivedere?
«L’Azuni dove studiavo e la Torres dove giocavo a tennis. Due luoghi del cuore, insieme a piazza d’Italia».

Quando ha capito che il suo destino era lo spettacolo?
«A 16 anni con la scuola ci portarono a teatro, in scena c’era Giancarlo Giannini. La mia reazione, la ricordo nettamente, fu: “ma perché sono qui? Io voglio stare in palcoscenico!”. Tutta la classe mi prese in giro, ma tre anni dopo ci riuscii e iniziai a recitare in una piccola compagnia».

Come arrivò a lavorare con Domenico Modugno?
«Fui chiamata a fare un provino per un piccolissimo ruolo, fui scelta, e per otto mesi girai l’Italia con lo spettacolo che vinse il Biglietto d’oro. Mimmo ha sempre detto che portavo fortuna».

In quegli anni nacque “La lontananza”, e in qualche modo ritorniamo a Sassari…
«In quei mesi, direi, durante la tournée, ma certo la radice era nata a Sassari per il mio primo amore, quello che non si scorda mai».

Film e sceneggiati, poi la sua carriera prese altre direzioni. Il cinema è un rimpianto?
«No, e non è mai stato neppure un sogno. Devo correggere: negli anni ’70 ho fatto soprattutto teatro, radio, e tv come attrice di sceneggiati. Cinema pochissimo, solo per ragioni alimentari: tre giorni sul set valevano come un mese in palcoscenico».

Come avvenne la svolta tv?
«Sempre tramite un provino, sia come attrice che come conduttrice».

Il successo di Italia sera convinse la Rai a sceglierla per sostituire Raffaella Carrà.
«Secondo me mi scelsero per disperazione: nessuno dei grandi nomi interpellati aveva accettato, a me non lo chiesero, me lo comunicarono mentre stavo preparando con la mia redazione il quarto anno di Italia Sera: “tu prenderai il posto di Raffaella Carrà”. Chi, io? Non volevo crederci e non volevo farlo, ero terrorizzata. Eppure...»

Il successo fu enorme, diventò una delle regine della tv e insieme a Baudo e Carrà cedette alla corte di Berlusconi: se fosse rimasta in Rai la sua carriera sarebbe stata diversa?
«Se la Rai mi avesse fatto continuare, credo proprio di sì».

In quella Canale 5 c’erano Mike, Corrado, Sandra e Raimondo, Costanzo. Come era la convivenza con i mostri sacri?
«Li guardavo con gli stessi occhi di quando li avevo conosciuti da bambina. Per Mike ancora mi emozionavo, mi sembrava impossibile che mi trattasse così affettuosamente come una collega! Con Costanzo poi c’erano amicizia e stima».

A Non è la Rai ritrovò Gianni Boncompagni: perché quel programma è diventato un cult?
«Per la genialità di Boncompagni, la gioventù, il ritmo, il disimpegno, l’allegria, la spontaneità e la diretta quotidiana, che fu la prima di Canale 5».

La truffa del cruciverbone: cosa prova quando rivede quelle immagini?
«Orgoglio per la mia reazione, vergogna per quella di altri, e una grande delusione».

A un certo punto, la sua carriera in tv subisce una frenata.
«Dopo il grande successo di Non è la Rai e quella truffa, l’atmosfera non era splendida... in più avevo incontrato “l’Ammore” con cui ho vissuto i tre anni più belli e spensierati della mia vita. La televisione neanche la guardavo più. E non avevo considerato la legge dell’autobus: se qualcuno scende, non è detto che si ritrovi lo stesso posto».

Un no di cui si è pentita?
«Dei no non mi sono mai pentita, di qualche sì…sì».

Le piace la tv di oggi?
«Non mi piace l’Oggi che viviamo e che la televisione rappresenta. È suo compito, certo, ma vorrei meno sensazionalismi e più insegnamenti di civiltà. Per esempio, imparare ad ascoltare, a dialogare senza interrompere, a difendere la propria idea senza offendere. La televisione è uno specchio che diventa esempio. Ci vuole tanta responsabilità».

Per quale programma tornerebbe a condurre?
«Tornerei a recitare piuttosto. In una fiction in costume come gli sceneggiati che ho fatto con la Masina in “Eleonora” o “La Baronessa di Carini” con Ugo Pagliai. Per tornare a condurre dovrei essere davvero sicura di poter condurre e non solo presentare: sono brava solo se sono convinta di quello che faccio».

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