La Nuova Sardegna

L’intervista

Chiara Civello: «Unisco musica e poesia per Patrizia Cavalli»

di Paolo Ardovino
Chiara Civello: «Unisco musica e poesia per Patrizia Cavalli»

A Porto Rotondo per “Time in Jazz” la prima tappa del nuovo tour “Sempre così”

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Chiara Civello vuole andare oltre. Oltre l’idea canonica di concerto, ha disegnato una «costellazione poetica» che gravita attorno alla figura di Patrizia Cavalli. E attorno ci costruisce una scaletta di canzoni, di versi e di immagini. La cantante e polistrumentista un po’ jazz e un po’ pop sarà in scena al teatro Mario Ceroli di Porto Rotondo questa sera, giovedì 8 agosto, primo grande nome del Time in jazz.

Debutta con il tour “Sempre così”, che concerto sarà?

«Sì, sarà un evento speciale perché rispetto alle altre date qui non ci sarà la proiezione del cortometraggio. Per me è la prima volta che mi confronto con questi tre registri, e parlo cioè della musica, della poesia e dell’arte visiva. Non sarei riuscita a farlo senza una regista come Céline Sciamma, la più talentuosa della contemporaneità»

Come è nata la sinergia e come ha preso forma questo grande omaggio a Patrizia Cavalli?

«Tutto è basato sul “kairos”, il momento magico: dopo la morte di Patrizia Cavalli, mi trovavo a Venezia e mi ha colpito vedere Sciamma, la sua delicatezza nei film, ma poi anche proprio la somiglianza fisica che aveva con Patrizia. Così è nata l’idea di un ritratto. La regista è rimasta intrigata ed è venuta a Roma, siamo state due giorni nella casa vuota di Patrizia, prima che la smantellassero».

Su cosa vi siete focalizzate?

«Cavalli era una grande collezionista, nelle sue stanze c’era di tutto. Dopo aver visto il montato ho avuto la forza di finire il brano scritto da lei. “Sempre così”, appunto. Aveva lasciato due strofe e una melodia. Voleva fosse una canzone che fa piangere e per questo, diceva, voleva la mia voce. Ho deciso di prendere coraggio e finirla. Però ho avuto anche un momento di ispirazione e ho cercato tra le sue poesie delle parole che entrassero nella metrica».

Il contributo della poesia, nel suo spettacolo, come si traduce?

«A lei piaceva leggere poesie, ho pensato perciò di metterla accanto a poeti che amava. Dickinson, Saba, Penna, Pasolini, Morante. La musica è attivatore di melancholia, e la poesia è presente in vari spunti».

L’incontro tra la parola scritta e quella cantata non è sempre facile.

«L’incontro perfetto è quando nessuno dei due registri viene sacrificato. Il bello della musica è la melodia, per esempio».

Con Paolo Fresu vi siete trovati sullo stesso palco pochi giorni fa.

«Sì, l’ho conosciuto quando ho iniziato la mia vita musicale, a 17 anni, mi feci accompagnare da mio padre a un suo seminario. Si stava configurando in me una giovane cantane ma ero ancora a scuola. Poi ci siamo visti molto più avanti. C’è un festival a Vieste in cui sono coinvolta ogni anno, e stavolta ho voluto con me Tosca e Paolo Fresu».

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