Andrea Segre: «Il mio Berlinguer amato dai giovani di oggi»
Il regista a Carloforte per Creuza de Ma: «Ho voluto Iosonouncane grazie al suo disco Ira, Elio Germano? Ho pensato subito a lui»
Su di lui erano già stati realizzati dei documentari, ma nessuno si era avventurato a raccontarlo in un film biografico. Fino ad Andrea Segre che dopo un lungo lavoro di studio e di scrittura ha girato “Berlinguer - La grande ambizione”, uscito nelle sale nel quarantennale della morte del segretario del Pci. Uno dei lungometraggi più importanti dell’ultima stagione cinematografica che il festival Creuza de Ma propone stasera, con il regista ospite a Carloforte.
Il festival è dedicato alla musica per il cinema. Nel suo film la colonna sonora è del sardo Iosonouncane: com’è nata la vostra collaborazione?
«Quando inizio a concentrarmi su un progetto spesso scelgo dei dischi che mi accompagnino nello studio e nella scrittura. Il suo “Ira” mi aveva colpito, così già a metà sceneggiatura l’ho chiamato per proporgli questo lavoro insieme. Non lo conoscevo di persona e quando ci siamo incontrati abbiamo discusso di tante cose, poi piano piano abbiamo capito che la musica doveva essere nel film una voce che avesse a che fare con le sensazioni non solo di Berlinguer, ma soprattutto del popolo. Doveva raccontare le paure e le speranze legate alla grande ambizione, quel sogno politico così connesso con il senso dell’esistenza di milioni di persone».
Com’è stato il confronto con la famiglia Berlinguer nel momento in cui ha parlato ai figli del progetto?
«Un dialogo costante, costruttivo. Alla fine sono rimasti contenti, soprattutto del successo che il film ha avuto tra i giovani».
Nel film c’è spazio anche per la Sardegna, in particolare per alcune scene a Stintino.
«In sceneggiatura c’erano altre due scene a Stintino per raccontare meglio il suo rapporto con il mare. Ma non siamo stati fortunati con il tempo, dovendo girare in inverno perché in estate sarebbe stato impossibile. In ogni caso al di là di quanta Sardegna si vede, abbiamo studiato tanto il rapporto tra Berlinguer e la cultura sarda, in particolare sassarese, cercando di inserire qualcosa di quell’elemento esistenziale così rilevante nella sua identità. Non abbiamo girato a Sassari, ma siamo stati diverse volte in città. È stato importante anche per Elio, per entrare nel modo di parlare».
Ha pensato subito a Elio Germano per il ruolo di Enrico?
«Sì, assolutamente. Ci conosciamo da anni, ma non avevamo mai lavorato insieme. Gli ho proposto subito il progetto non solo per il grande talento, ma anche per la fisicità. Il viso è diverso, però il corpo piccolo, magro, era adatto. Inoltre sapevo di poter contare sul suo grande livello di concentrazione e di lavoro non sull’imitazione, ma sull’immersione nel personaggio. E potevo condividere con lui quello che per me era lo scopo principale del film: non celebrare Berlinguer, ma attraverso l’elaborazione di quella memoria riflettere sul rapporto tra la società e la partecipazione collettiva politica».
Una partecipazione, quella di allora così viva rispetto a oggi, che vediamo anche dal materiale di repertorio utilizzato in alcuni momenti del film.
«Volevo ci fossero immagini d’archivio sin dall’inizio, pur sapendo della difficoltà di far dialogare nel modo giusto messa in scena e materiale di repertorio. Serve un impegno lungo, di estrema attenzione, e per questo ho chiesto alla produzione di avere degli archivisti al mio fianco sin dalla scrittura. Poi c’è stato il grande lavoro al montaggio di Jacopo Quadri e dell’assistente Chiara Russo».