La Nuova Sardegna

L'intervista

Lello Arena: «Scelsi Massimo Troisi per una recita e poi sparì nel nulla. Sul set con Sordi e Tognazzi: che fatica»

di Alessandro Pirina
Lello Arena: «Scelsi Massimo Troisi per una recita e poi sparì nel nulla. Sul set con Sordi e Tognazzi: che fatica»

L'attore napoletano premiato per la carriera a Cagliari si racconta: gli esordi, la Smorfia, il successo al cinema, in tv e a teatro

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C’era una volta una tv che sfornava talenti, professionalità, artisti. Una televisione che ancora oggi viene ricordata per la sua qualità. E tra gli esponenti di spicco di quella stagione d’oro c’è Lello Arena, che insieme a Massimo Troisi ed Enzo Decaro con la Smorfia, ma anche da solo, ha scritto pagine meravigliose di quella tv. Ma non solo, perché alla voce Lello Arena si trovano anche il grande cinema e il teatro d’autore.

Arena, ma lei cosa voleva fare da grande?
«In realtà, non ci ho mai potuto pensare, perché ho sempre fatto questo. Ho cominciato a 6 anni dalle suore quando durante la recita per il compleanno della madre superiora dovevo darle un mazzo di garofani. Sembra una cosa bella, ma ho fatto quello perché non potevo fare altro. La mia non è stata una scelta dettata dal sacro fuoco dell’arte. Io ho imparato a fare arte come un piccolo artigiano e piano piano è venuta anche la passione».

Con Massimo Troisi vi siete conosciuti da ragazzini: qual è il suo primo ricordo?
«Ogni anno a Natale facevamo una recita nel teatrino della parrocchia. Al ragazzino che doveva fare la parte di un salumiere era venuta la febbre a 40. Chi chiamiamo? “C’è quel ragazzino che viene in parrocchia, dice che fa molto ridere”, mi dicono. Quel ragazzino era Massimo, che però non aveva alcuna intenzione di fare questa cosa, il teatro non gli interessava proprio».

E come lo convinse?
«Io dovevo sovrintendere perché il suo personaggio interagiva con il mio. Ma lui non si presentava all’appuntamento. A un certo punto, mi giro e vedo questo ragazzino buffo, timido, impacciato, fuori dalla porta. Non faceva alcun cenno, ma aveva i fogli del copione tra le mani. Mi avvicino: “sei Massimo?”. E lui: “no”. E io: “hai il copione in mano”. E ancora lui: “ah!”. Come a dire: questa cosa mi ha tradito. A quel punto ha iniziato a tirare fuori scuse, che il padre stava male, che stava aspettando l’ambulanza, che poteva essere l’ultima volta che lo vedeva...».

Alla fine però su quel palco è salito.
«Sì, ma c’era il problema della lista dei salumi. “La devo dire in ordine? – mi chiese –, perché se la faccio la voglio fare bene”. “Imparateli a memoria”, fu la mia risposta. Invece, una volta in scena non ha retto a questa situazione e saltava di palo in frasca, ma ogni volta si ostinava a ritornare indietro. Tutto a vantaggio del pubblico: quella scena di 60 secondi è durata 6 minuti».

Tra voi è stato subito colpo di fulmine?
«In realtà no. Quando scese dal palco mi fece: “questo è il teatro?”. “Più o meno”, gli dissi. “Ti posso venire a trovare?”, ancora lui. Invece, era Natale e sparì nel nulla. Finché alla vigilia di Ferragosto, 40 gradi all’ombra, suona il citofono di casa mia. “Sono Massimo, quello della recita di Natale. Ti ricordi?”. E io: “che fai girando con queste temperature?”. Lui: “Posso salire un attimo?”. E fortunatamente per tutti è salito ed è entrato nella vita mia e nella vostra».

Con la Smorfia avete rinnovato il teatro napoletano: chi vi fece fare il salto a Roma?
«Avevamo cominciato a Napoli con il cabaret che non aveva nessuna tradizione. Le cose funzionavano. Enzo aveva parenti a Roma e trovammo questo teatrino, La Chanson. Ci presero per fare il primo tempo di una cantante ai tempi in voga, Giovanna. Lei in settimana non cantava e una sera ci chiesero se volevamo esibirci comunque visto che c’erano solo tre spettatori. Fortunatamente dicemmo di sì, perché tra quei tre c’erano Enzo Trapani e Giancarlo Magalli che stavano preparando “Non stop”».

Con “Non stop” avete fatto la storia della tv: lo sketch che ancora oggi la fa ridere?
«Vedere gli scambi che facevamo con Massimo ai tempi della Annunciazione: ero veramente fastidioso. Mi ero inventato questa cosa di battere i piedi, della trombetta. Lui mi pregava di fare più piano, ma era mio dovere non accontentarlo».

Sciogliere la Smorfia fu un’esigenza?
«C’era il cinema che spingeva, i film con la Smorfia nessuno li voleva fare e la nostra formula stava iniziando a mostrare i primi cedimenti: abbiamo chiuso al massimo del suo successo».

Troisi però la volle al suo fianco anche al cinema.
«Di cinema non ne sapevamo proprio niente. Per fortuna avevamo intorno dei mestieranti di gran livello che ci hanno assistito. La parola d’ordine era: fategli fare quello che vuole. Ma non era facile tradurre quello che Massimo voleva in cose utili sul set. Ma con l’assistenza di tutti è riuscito a raccontare quello che voleva. E in “Scusate il ritardo” Massimo ha anche fatto vedere che regista sarebbe stato».

Mario Monicelli la chiamò al fianco di Ugo Tognazzi e Alberto Sordi.
«Tra tutti loro c’era grande amicizia, familiarità. Per me e per il povero Nichetti stare su un set di questa portata fu un po’ scomodo. Ma era talmente gigantesca l’opportunità che si soffriva in silenzio senza troppe lamentele. Oggi ho un po’ il rimpianto di quel cinema che non si fa più».

Anche in tv si trovò ad affiancare i più grandi. A partire da Pippo Baudo.
«È stato il nostro primo vero mecenate. Insieme a Renzo Arbore è quello che più di tutti ha contribuito a far crescere la nostra carriera. Ancora oggi Renzo è sempre pronto a rimboccarsi le maniche e darmi una mano: non mi ha mai detto no e lo ringrazierò per sempre».

E poi Johnny Dorelli, Raffaella Carrà, Maurizio Costanzo e Fiorello, Striscia.
«Con Dorelli era uno sfottò continuo per la sua storia con Gloria Guida, icona del la nostra generazione. Quando con Raffaella ci spostammo su Canale 5 come primo ospite arrivò Jerry Lewis. Ho avuto la fortuna di trovarmi nell’età giusta proprio quando si faceva la grande tv».

Rimpianti?
«Non ne ho, perché mi sono tolto parecchi sfizi professionali. Non devo rimpiangere ma ringraziare, perché in tv, al cinema, a teatro ho vissuto esperienze straordinarie che sembrano remote ma mi appartengono».

A Cagliari ha ricevuto un premio alla carriera: se volesse aggiungere un tassello?
«Sarei un ingrato se dicessi che mi è mancato qualcosa. L’unica cosa che posso garantire è che anziché fare il vecchio sarò sempre pronto ad accogliere ogni progetto con lo stesso entusiasmo che avevo in gioventù».
 

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