La Nuova Sardegna

L'intervista

Stefano Fresi: «Finalmente in tournée nell’isola: sarà come quando tornavo a Luogosanto e raccontavo le novità romane a mio nonno»

di Alessandro Pirina
Stefano Fresi: «Finalmente in tournée nell’isola: sarà come quando tornavo a Luogosanto e raccontavo le novità romane a mio nonno»

L'attore di origini galluresi arriva nei teatri sardi con lo spettacolo “Dioggene”

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Stefano Fresi in Sardegna è di casa, le sue origini sono a Luogosanto, i suoi ricordi di infanzia tra gli stazzi e il verde della campagna gallurese. Eppure non era mai venuto in tournée nell’isola. Finora. Perché questa settimana l’attore romano sbarca in Sardegna con il suo spettacolo “Dioggene”, scritto e diretto da Giacomo Battiato, che, sotto le insegne del Cedac, sarà domani alle 21 ad Alghero, giovedì alle 21 a Tempio, venerdì alle 21 a Lanusei, sabato alle 20.30 a Nuoro e domenica alle 21 a San Gavino. Un monologo in tre atti in cui Fresi mette in scena l’attore Nemesio Rea in tre distinti momenti della sua vita.

Stefano, chi è Nemesio Rea?
«È un attore che ritroviamo in tre fasi della sua vita. Nel primo è un giovane Nemesio che, in un italiano volgare del 1200, fa uno spettacolo sulla battaglia di Montaperti. Nel secondo è un attore maturo ormai acclamatissimo, una sorta di Gassman, talmente pieno di sé da riscrivere Sartre, salvo che, poco prima di debuttare sul palco, la moglie lo manda a quel paese e lui, dunque, racconta al pubblico di questo litigio, rendendosi conto che lui è quell’uomo orribile che la donna descrive. Nel terzo atto Nemesio è in età matura, vive nell’immondizia come un novello “Dioggene” - con due g -. Ha rinnegato fama, successo e anche l’italiano forbito, vive alla Magliana e filosofeggia sui massimi sistemi. Una trasformazione in realtà attraversata sempre dagli stessi temi: la guerra, la stupidità umana, la necessità di recuperare la bellezza».

Cosa l’ha spinta a portare in scena questo spettacolo?
«Il fatto che in questo momento storico è necessario parlare di queste cose. Questo testo è stato scritto prima del Donbass, dell’Ucraina, di Gaza, delle cose che Trump dice quasi tutti i giorni. Mi ha convinto la fiducia totale in Giacomo Battiato, che ho incontrato sul set de “Il nome della rosa” e siamo diventati amici fraterni. In questi anni vedo l’ottima risposta del pubblico, sold out quasi ovunque, ma soprattutto mi colpisce quando le persone mi attendono fuori dal teatro e vogliono parlare, commentare. Un insegnante è venuto a vedermi e l’indomani ha portato tutta la classe».

C’è qualcosa che accomuna Stefano a Nemesio?
«Grazie al cielo non nella seconda parte. Ma sicuramente quell’entusiasmo del ragazzo che si innamora della campagna mi è assolutamente proprio. In particolare della campagna della Sardegna. E poi nel terzo atto la presa di posizione sulla importanza di difendere i ragazzi dai mali che abbiamo messo loro nella testa. Pensiamo ai social, ai telefoni. C’è una frase di Nemesio che amo particolarmente: “la colpa non è di chi crescendo non ha imparato, ma di chi, già grande, non ha visto, non ha capito e non è stato capace di insegnare”».

Cosa rappresenta il teatro per lei?
«Il primo film, “Romanzo criminale”, l’ho fatto a 30 anni, il successo è arrivato a 40 con “Smetto quando voglio”. A teatro ho debuttato a 18 anni. Nella religione del mondo dello spettacolo il teatro è il tempio dove si svolge il rito. Il teatro è tutti i posti del mondo: si spengono le luci ed è la giungla, la Francia del 500, lo spazio. Ogni sera sono due ore irripetibili».

I grandi ispiratori della sua carriera?
«Gigi Proietti, Vittorio Gassman, Gianrico Tedeschi, Tino Buazzelli, Ernesto Calindri. Totò, Alberto Sordi e Nino Manfredi al cinema. Ma più di tutti ricordo una volta che a 16 anni vidi il Misantropo di Moliere con Umberto Orsini. Lui, una sedia, un velatino e nient’altro in scena. Vidi tutto quello che lui descriveva: ne fui folgorato».

In Sardegna gioca un po’ in casa.
«È la prima volta che porto uno spettacolo in scena qui, A Tempio ho già 18 persone che mi aspettano».

Che significato ha portare questo spettacolo in Sardegna?
«Io venivo tutte le estati dai miei nonni e la cosa che mi piaceva di più era portare le novità. Tipo raccontare a mio nonno che mia sorella Emanuela non aveva più gli occhiali ma portava le lenti a contatto. “Siddu era moltu arimani no l’aia saputu” (se fossi morto ieri non l’avrei saputo), era la sua risposta. Mi piace portare a casa le cose concepite fuori di casa. Per me venire in Sardegna è tornare a casa, è il luogo che sento più casa mia. Ci verrei anche a vivere se potessi...».

Cosa c’è oltre il teatro?
«Un altro mesetto di tournée tra Veneto e Puglia. Poi un film diretto da Massimiliano Bruno, i “Delitti del Bar Lume” e in estate qualche serata con lo spettacolo su De André e un film di cui abbiamo appena iniziato a parlare. E poi in autunno si dovrebbe girare la seconda stagione di “Kostas”».
 

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