La Nuova Sardegna

L'intervista

Ottavia Piccolo: «Alain Delon bellissimo ma soprattutto bravo. La Sardegna? Per me luogo di cultura e non di vacanza»

di Alessandro Pirina
Ottavia Piccolo: «Alain Delon bellissimo ma soprattutto bravo. La Sardegna? Per me luogo di cultura e non di vacanza»

La grande attrice in tournée nell'isola con lo spettacolo su Matteotti: «Oggi è tornata la voglia dell’uomo forte e i nostri valori non sono più ritenuti tali»

5 MINUTI DI LETTURA





Ha iniziato giovanissima, aveva solo 11 anni quando ha calcato il primo palcoscenico. Da allora è passato più di qualche lustro, ma lei, Ottavia Piccolo, una lunga carriera tutta nella serie A di teatro, cinema e tv, è sempre lì dove tutto è iniziato, su quel palco che ritornerà a calcare in Sardegna con “Matteotti – Anatomia di un fascismo” di Stefano Massini. Appuntamento, sotto le insegne del Cedac, il 4 febbraio ad Alghero, il 5 a Tempio, il 6 a Macomer, il 7 a Lanusei e l’8 a Nuoro.

Lei ha iniziato giovanissima: ha mai sognato di fare altro?
«La monaca e la ballerina, due cose in contraddizione, ma forse non più di tanto. Entrambe hanno un costume, una cosa ufficiale quando si presentano. Come, d’altronde, anche l’attrice».

Come arrivò sul palcoscenico che la consacrò a 11 anni?
«Abitavamo a Roma, mio padre maresciallo dei carabinieri, mia madre casalinga. Pur non essendoci mai stata perché non ne avevamo la possibilità, mia madre amava molto il teatro. Un giorno lesse sul giornale che cercavano una bambina per “Anna dei miracoli”. Il provino era al Quirino e lei mi disse: “andiamo, così vediamo come è fatto un teatro veramente”. Siamo andate e sono stata scelta».

Prima partner una star come Anna Proclemer.
«Allora non sapevo neanche chi fosse. Dicevano fosse molto severa, odiasse i bambini. Ero un po’ preoccupata. Invece, scoprii una donna straordinaria. Soprattutto una grande maestra di teatro. Grande professionalità, grande passione. Ho mosso i primi passi con lei e ancora porto con me alcuni suoi insegnamenti basilari: la puntualità, il rispetto per gli altri, la disponibilità».

Nella sua vita ha avuto tanti maestri: Squarzina, Strehler, Ronconi...
«Costa, Castri, Lavia. Sono stata molto fortunata. Dico sempre che nel nostro lavoro ci vuole una certa predisposizione, ma contano anche gli incontri. Certo, all’inizio è fortuna, poi ti crei qualcosa di più, ma posso dire di avere incrociato un periodo storico del teatro e del cinema».

In effetti, il primo set fu “Il gattopardo” di Luchino Visconti con Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale.
«Sono nella storia del cinema senza volerlo. Ero una comparsa o poco più, non posso dire che recitassi, ma sono rimasta dentro una roba che è appunto storia. In quel film c’era mezzo teatro italiano: Romolo Valli, Paolo Stoppa, Rina Morelli, Lucilla Morlacchi».

Pietro Germi la volle in “Serafino” con Adriano Celentano, ma non è il suo film preferito.
«Non ne ho un ricordo bellissimo. A rivederlo mi sono sentita fuori posto. E rispetto ad altri non è tra i più belli di Germi. Aggiungiamo poi che sentire parlare Celentano con un accento non suo, con quel finto romano, viene da tapparsi le orecchie».

Con “Metello” di Mauro Bolognini con Massimo Ranieri fece incetta di premi, vinse anche a Cannes, e venne adottata dal cinema francese. Ha mai pensato che Parigi potesse essere la sua nuova casa?
«Mai tentata perché avevo un marito e un figlio di difficile spostamento. Ma è vero che ho avuto grandi opportunità».

Sul set ritrovò anche Alain Delon. Che ricordo ha?
«L’ho conosciuto solo sul set, mai andati a cena insieme. Ma posso dire che era un super professionista, corretto, puntuale, attento agli altri. Cosa che non sempre si poteva dire di certi divi italiani, spocchiosi e impreparati. Delon era un bravissimo attore, che era anche molto bello».

A un certo punto al cinema preferì il teatro: è stata una scelta o un caso?
«In Francia feci un bellissimo film, “Mado” di Claude Sautet con Michel Piccoli. Piccolo-Piccoli poteva essere una bella fiche, ma il produttore italiano fallì e qui non è mai uscito. Chissà, forse avrei fatto più cinema, ma non è successo e sono tornata a fare teatro, che non avevo mai abbandonato. Se quel film fosse uscito magari avrei fatto un altro percorso, ma è andata così».

Oggi porta in scena il delitto Matteotti. Perché è importante non dimenticare?
«Il testo di Massini non racconta dell’assassinio di Matteotti, di cui già si sa molto, ma del Matteotti politico, chi era, da dove veniva, le sue motivazioni. Poteva essere un tranquillo e affermato professionista e invece a 14 anni si iscrisse al Partito socialista. Fu eletto deputato nel 1919 a Ferrara, allora la città più rossa d’Italia, e cominciò a lavorare proprio mentre nasceva il fascismo. Credo sia giusto fare conoscere alla gente i protagonisti di quella fase storica».

Quanta attualità c’è in quel momento storico?
«Quello che sta avvenendo nel mondo, quella voglia di un uomo o una donna forte, è una specie di taglio con quello che è avvenuto finora: la democrazia non serve più, il diritto internazionale è superato, il mondo è cambiato... Io non penso ci sia il rischio che torni il fascismo con le camicie nere, ma stiamo vedendo che certi valori non sono più ritenuti tali. Quando sento “la nostra nazione” mi si accappona la pelle. Oggi uno come Matteotti, uomo o donna, lo vorrei come mio rappresentante».

In passato è stata candidata, ha fatto i girotondi, fa parte di Articolo 21: oggi come esercita il suo impegno politico?

«Facendo il mio mestiere, ciò che il teatro deve fare. Non politica come impegno partitico, ma come espressione della voglia di raccontare cose che stanno intorno a te e discuterne».

Ora arriverà in Sardegna: qual è il suo legame con l’isola?
«Feci una sola vacanza in un villaggio 45 anni fa, ma sono venuta tantissime volte con il teatro. Per me la Sardegna non è un posto di vacanza ma un posto di città. Cagliari è una città meravigliosa, e poi Sassari, Nuoro, Alghero, Olbia, Tempio Pausania. Sono stata a recitare anche alla Maddalena. Io penso alla Sardegna come un luogo di cultura».

Ma ha un rimpianto nella sua carriera?
«No. Avrei voluto fare più cinema, ma non l’ho fatto perché stavo facendo teatro. E non ho neanche sogni nel cassetto. Ho un’età per cui posso stare tranquilla: non devo né farmi conoscere né dimostrare di sapere fare il mio lavoro. Mi interessa la libertà di inventarmi qualcosa di nuovo. Sono più di vent’anni che porto in scena i testi di Massini, ma sono pronta a tutte le esperienze. Anche se, vista l’età, dovrei lavorare un po’ meno».
 

Primo Piano
In tv

Masterchef, la gaffe dello chef Locatelli: «L’animale più diffuso in Sardegna? Il muflone» – VIDEO

di Francesco Zizi
Le nostre iniziative