Frane, la Sardegna non è al sicuro: ecco la mappa delle zone più a rischio
La geologa Stefania Da Pelo: «Eventi rari solo sulla carta, la prevenzione è vitale»
Sassari Vedere la voragine di Niscemi, con le case mangiate dalla frana e quelle che rimangono in bilico per pochi metri, fa paura. «Cominciamo col dire che in Sardegna al momento non abbiamo contesti di quel tipo», poi c’è un “ma” grande quanto una casa. Appunto.
Non si può stare tranquilli e per farlo intendere, Stefania Da Pelo, docente di Geologia applicata e Progettazione geologica all’università di Cagliari, fa un esempio con il calcolo delle probabilità: «Eventi importanti come l’alluvione del 2013 per Olbia e quella del 2018 per Capoterra hanno allagato aree che avevano tempi di ritorno di 200 anni». Fuori dal gergo tecnico, si tratta di aree dove per la pericolosità si calcola che lo stesso fenomeno potrebbe verificarsi ogni duecento anni. Ecco invece no, «non vuol dire che si è in sicurezza». Per nulla. Perché le alluvioni hanno colpito e hanno lasciato danni e vittime.
Prevenzione Si deve prevenire, e la Regione ha due strumenti per farlo. Uno è il Piano di gestione del rischio alluvione. Gli interventi strutturali e le misure non strutturali devono essere realizzate in un arco temporale di sei anni, poi il piano viene rivisto e aggiornato. Il primo ciclo di pianificazione si era concluso nel 2016, al 2021 risale la pubblicazione del secondo ciclo con le mappature delle aree a rischio nell’isola e gli scenari degli interventi. L’altro strumento fondamentale è il Piano di stralcio delle fasce fluviali, con cui l’Autorità di bacino regionale pianifica la gestione delle aree limitrofe ai corsi d’acqua.
Ciclone Harry «Stiamo diventando grandi», sorride la docente. Si riferisce al passaggio del ciclone Harry che ha portato tanti danni, ma è stato contenuto. «Questo perché è aumentata la consapevolezza della fragilità del territorio e la conoscenza dei modelli previsionali, che stanno diventando più raffinati». Secondo la geologa, è l’esempio di qualcosa che ha funzionato bene. Una macchina partita dalle «previsioni dei meteorologi, che ora riescono a essere molto attendibili anche tre giorni prima o una settimana prima». Situazioni che vivono di errori del passato, che hanno formato una consapevolezza «tecnica ed economica».
Comportamenti «Quando parlo con i miei studenti – racconta Stefania Da Pelo – dico sempre che la proprietà non è sinonimo del “posso fare qualsiasi cosa voglia”. La maturità della popolazione si vede nel momento in cui sappiamo di doverci affidare a professionisti per la garanzia della sicurezza», e rendersi conto del pericolo quando si fanno delle scelte. Come quella di costruire o andare ad abitare in zone a rischio.
La mappa La geologa prova a disegnare una mappa delle aree più sensibili nell’isola. Pensa alla stretta attualità e a «Capoterra e la strada 195. Lì la situazione è abbastanza critica, abbiamo visto i disagi generati dal ciclone», oltre al fatto che nel 2018 il rio Santa Lucia in piena portò al crollo del ponte, «le condizioni di erosione nella laguna di Santa Gilla sono evidenti». Da Pelo suggerisce perciò una revisione dei progetti e delle infrastrutture. Poi cita Bonorva, dove in questi anni alcune frane hanno interessato la strada 131. «Una delle zone seguite con molto attenzione», conferma. E ancora «fenomeni franosi» anche «al Montalbo, nelle zone costiere di Orosei, nel Supramonte», piccole frane che interessano la viabilità «nelle strade per Fonni, Sadali e Bosa». Non sono delle Niscemi sarde, ma senza monitoraggio sono aree dove le situazioni possono peggiorare in un attimo.
Il futuro Ma è possibile anche trovare delle soluzioni a medio e lungo termine. «Il sistema da migliorare è sicuramente quello dell’allerta – spiega la docente di geologia dell’università di Cagliari –. Per non rischiare di diventare inefficaci perché le chiusure totali potrebbero essere vissute come “al lupo al lupo”, occorrerebbe investire sull’identificazione delle aree critiche per limitare la circolazione su quelle attraverso sistemi intelligenti di early warning, e non perpetuare le chiusure totali in caso di allerta rossa».
