Low-Red, la stella del rap italiano parla sassarese: «Sanremo? Per ora no, però mai dire mai»
L’intervista a Mario Serra, classe 1998: è uno dei nomi più affermati dell’intero panorama urban
L’ascesa nella scena rap di Low-Red non sembra volersi arrestare. Sassarese, classe 1998, all’anagrafe Mario Serra, è uno dei nomi più interessanti dell’intero panorama urban italiano. Con più di mezzo milione di ascoltatori mensili su Spotify, il disco uscito oggi, “Mario III”, segna l’ennesimo passo verso la consacrazione nazionale.
Come sta vivendo l’uscita del disco?
«Tutto bene, siamo a mille. Veniamo da un progetto, il precedente disco, che è andato oltre le aspettative. Però vivo tutto molto serenamente, sia i concerti che le uscite degli album. Sono molto emotivo ma so bene come funziona la mia testa, riesco a gestire abbastanza bene la pressione».
Ci parli dell’album, Mario III.
«È un lavoro super trap. Ricalca le sonorità dei rapper americani, a cui io mi ispiro molto, ma è comunque molto più intimo e profondo. Ci sono diversi brani cupi ma anche altri che richiamano la dimensione dei club».
Nel disco ci sono diverse collaborazioni importanti, tra cui quella con Guè. Che effetto le ha fatto?
«È stato bellissimo. I Club Dogo sono stati tra i miei progetti preferiti sin da quando piccolo. Il primo concerto che ho visto è stato proprio il loro in piazza d’Italia. Il pezzo poi si presta molto perché ha una atmosfera cupa e notturna, Guè era l’uomo giusto».
Ormai il suo nome è tra quelli più affermati nel firmamento dell’hip hop, qual è stato il primo momento in cui ha pensato “ce l’ho fatta”?
«È difficile rispondere perché non c’è stato un momento preciso, è stato tutto graduale. Nel 2021, quando è uscito il singolo “Sensibile” ho iniziato a percepire qualcosa: condivisioni, like, la gente stava iniziando a mormorare il mio nome. Poi la collaborazione con Night Skinny mi ha dato una ulteriore spinta. Anche perché, paradossalmente, a Sassari c’è una mentalità che porta ad avere più credibilità a chi arriva da fuori, che non a chi nasce qui. Quindi aver collaborato con artisti nazionali ha aiutato parecchio».
Siamo in clima Sanremo, le piacerebbe salire su quel palco?
«Nella vita mai dire mai, soprattutto perché ogni mio progetto è diverso. Però ad oggi posso dire che non è il mio acquario, sento che quello che faccio sia un po’ fuori contesto al Festival. È una manifestazione importante, ma per ora non c’è spazio per il rap come lo intendo io».
Domanda dovuta, il vostro collettivo si chiama “Nuova Sardegna”, come vi è venuto in mente?
«Il nome era uscito a caso, da un commento su Instagram (ride, ndr). Un giorno una persona ha scritto “siete la Nuova Sardegna”, ha preso un sacco di like e da quel momento la gente ha iniziato a chiamarci così. Allora abbiamo deciso di adottarlo».
