La Nuova Sardegna

L’intervista

Laura Efrikian: «Morandi non sapevo neanche chi fosse. Bobby Solo? Recitava davvero male»

di Alessandro Pirina
Laura Efrikian: «Morandi non sapevo neanche chi fosse. Bobby Solo? Recitava davvero male»

L’attrice si racconta: le vacanze a Porto Rotondo, il negozio a Palau, lo stazzo a Luogosanto

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Nella sua vita è stata attrice, annunciatrice, conduttrice, scrittrice, pittrice, arredatrice. E anche moglie di Gianni Morandi. Un elenco che potrebbe continuare, perché Laura Efrikian, 85 anni, non ha alcuna intenzione di fermarsi. È un vulcano di idee, entusiasmo, attività: un’ospitata in tv, un libro in uscita, un biglietto già fatto per il Kenya dove da 40 anni è impegnata in progetti di solidarietà.

Signora Efrikian, lei cosa voleva fare da grande?

«Non sapevo se avrei fatto la ballerina o l’attrice, ma il mio sogno era salire su un palcoscenico. Ho fatto per 10 anni danza classica, ma ricordo che la maestra mi diceva: sei bravissima, quando balli sembra che reciti».

Suo padre musicista, direttore d’orchestra: l’arte era in qualche modo una strada segnata?

«Mio padre a Torino aveva trovato le partiture di Vivaldi, era diventato un punto di riferimento per giovani musicisti. In casa si respirava molto Vivaldi, nel nostro salotto si creavano quartetti. Ma a me non piaceva, la musica mi annoiava. Rimanevo 10 minuti e poi me ne andavo in biblioteca a leggere. Leggevo tutto quello che riuscivo a prendere con la mia altezza».

Il suo primo palcoscenico?

«All’Istituto Manzato di Treviso per il mio primo saggio di danza. Avevo 5 anni. Alla fine del balletto cominciai a fare il saluto e un signore iniziò a dirmi: “brava, brava”. Io lo guardavo e non uscivo più di scena, fino a che la maestra non mi ha richiamato. Brava non era una cosa che mi sentivo dire ogni giorno».

Scuola al Piccolo di Milano. Com’era Giorgio Strehler?

«Lo vedevamo solo alle prove. Trattava malissimo gli attori, era terribile, avevo paura di lui, ma era fantastico quando spiegava come entrare nella parte».

Dal teatro lei finì subito in tv.

«C’era stata la possibilità di entrare in una compagnia per portare l’Arlecchino servitore di due padroni, ma non sono stata capace di accettare. Sono andata subito in Rai. Mi hanno messa sotto contratto come mimo per “Zurlì, il mago del giovedì”».

Nel 1962 è la prima della famiglia a calcare il palco di Sanremo: che ricordo ha del suo festival?

«Non ero preparata per fare la presentatrice. La prima serata feci la presentazione e corsi dietro le quinte. Telefonai a mia mamma: “come sono andata?”. E lei: “ho visto solo la coda del vestito, sei scappata subito”. Avevo accettato perché dicevo sì a tutto. Al festival come ai fumetti. Avevo un sogno: andare via di casa e mantenermi da sola».

Negli anni ’60 è protagonista dei grandi sceneggiati: quello a cui è più legata?

«David Copperfield».

Ma sono anche gli anni dei musicarelli.

«Come le ho detto, dicevo sempre sì a tutto. Me lo aveva insegnato Vittorio De Sica. Io ero amica della figlia e un giorno mi rivelò: “non dire mai no. Io ancora oggi quando suona il telefono dico di sì. Il mestiere dell’attore si impara facendo qualsiasi cosa”. E fu così che, dopo avermi vista nella “Cittadella”, mi proposero un film con Bobby Solo. “E chi è?”, fu la mia riposta. Sul set poi siamo diventati amici, era carino, simpatico, ma non sapeva recitare. Era un disastro».

I musicarelli hanno indubbiamente segnato la sua vita.

«Io non ne volevo più fare. Mi chiamò il produttore. “Un’altra storia con Bobby?”. E lui: “la storia è più o meno la stessa, ma il protagonista sarà Gianni Morandi”. “E chi è?”, fu la mia risposta. “Le ragazzine sono pazze di lui, ora è in Giappone, ma torna...”».

E lei accettò subito?

«All’inizio dissi no, ma il produttore mi raddoppiò la diaria. Dopo qualche giorno mi chiamò: “è tornato, glielo porto a casa”. Suonarono il campanello, aprii e mi trovai davanti questo ragazzino, sempre piegato da una parte come oggi. Era simpatico, ma era un ragazzo di Bologna, non certo Gary Cooper...».

Era più bravo di Bobby Solo?

«Sì, e in quel film in modo speciale. Li abbiamo fatti tutti: “In ginocchio da te”, “Non son degno di te”, “Chimera”. E siamo diventati i fidanzati d’Italia».

Perché a un certo punto ha smesso con la recitazione?

«Avevo divorziato da Gianni e non avevo voglia di ritornare in quell’ambiente. Non avevo voglia di fare sempre il solito personaggio, mi ero disamorata di fare l’attrice. Mi sono vista tutta la vita a fare la fidanzata e ho detto basta. Meglio scrivere, e oggi sono al quinto libro».

Rimpianti?

«Nessuno. Se prendo una decisione ci penso bene. Avevo bisogno dei miei spazi. Sempre i fotografi in giro, le foto con Gianni che adoravo, ma non riuscivo a stare chiusa in casa. Avevo fatto anche tre figli. Purtroppo la prima è morta».

Marianna e Marco sono i figli più famosi d’Italia.

«Io e Gianni eravamo i fidanzati d’Italia, ancora oggi ci sono donne che mi scrivono...».

Nella vostra vita c’è sempre stata la Sardegna.

«Quando arrivammo la prima volta a Porto Rotondo c’erano forse 12 case e un solo negozietto: per me resta il luogo più bello della mia vita. Andavamo in giro con un gozzo alla scoperta delle calette. Poi da Porto Rotondo mi sono spostata a Porto Rafael. A Palau ho aperto un negozietto di vecchi mobili. Con la mia socia abbiamo litigato un po’ e sono andata a cercarmi uno stazzo a Luogosanto».

Dalla costa alla campagna.

«Ho comprato sei ettari, li ho divisi in parti e le ho vendute ai miei amici. Io mi sono tenuta lo stazzo: l’ho sistemato da sola, io non ho messo soltanto i mattoni. Per 10 anni arrivavo a giugno e andavo via a settembre. Quante serate cantate, quante tavolate. Un giorno, poi, stavo partendo con mia madre, lei stava male e ho chiamato Marco: “vendo la Cultisia”. Non era più possibile tenerla. Da Civitavecchia a Olbia, a Luogosanto: era un viaggio infinito. Da allora sono tornata solo per togliere le mie cose».

Nella sua vita resta l’Africa.

«Da giovane andai a fare un lavoro allo zoo e lì nacque un amore per un piccolo scimpanzè. Che è diventato amore per gli animali e per l’Africa. E da quando ho smesso di fare l’attrice passo parte dell’anno in Kenya».

Dove si dà da fare per gli ultimi, per i più poveri...

«Lì ho una mia casetta. L’ultima cosa che ho fatto per i bambini è una scuola. Io scrivo, dipingo, faccio qualche ospitata in tv e quando il salvadanaio è pieno prendo l’aereo e parto. Mi chiamano la missionaria laica».

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