L’intervista a Gesuino Némus: «Ci siamo rotti di questa Sardegna sempre così magica e ancestrale»
Lo scrittore di Jerzu ha ricevuto a Sassari il premio alla carriera
Quando una risposta è semiseria, la nota del redattore tra parentesi precisa il tono (qui lo scrittore ride, o sorride, o scherza). L’indicazione andrebbe usata ogni due frasi, senza esagerazioni. L’ironia dilaga. Riconoscibile dalle copertine coloratissime dei suoi libri, l’ultimo di Gesuino Némus è “La donna che uccideva le fate” (Elliot, 2025) e il prossimo uscirà in estate. Prende in giro il genere del giallo, prende i giro i luoghi comuni sulla Sardegna, prende in giro anche se stesso nei soliloqui allegri con i lettori. Per alcuni è un autore di culto, di sicuro non è catalogabile. Lo vedi e, cappello in testa («ne ho più di cento») e sciarpa al collo sembra un distinto signore meneghino (ormai Milano è casa sua). Poi parla ed esce fuori la sua Jerzu. Ieri sera al teatro civico di Sassari ha ricevuto la targa speciale alla carriera dal Premio letterario internazionale “Città di Sassari”.
Némus, per lei cosa significa scrivere libri?
«Io vivo di scrittura, vivo solo dalle royalties dei miei libri. E posso assicurare che questo mi ha aiutato».
Per mantenere vivo il fuoco della passione?
«Quello che intendo è che la vivo come qualcosa di totalizzante. Scrivere per me è tutta la vita. Mi sveglio e scrivo. E quando ho avuto momenti negativi, dove il libro di turno andava male, sono andato in crisi anche io».
E poi?
«E poi ti dici che devi andare avanti e che non tutti i libri sono per forza dei best-seller».
Lei va particolarmente fiero della scelta di vita fatta, mi sembra.
«Sì, odio i dopolavoristi della scrittura. A parte che adesso sta diventando il secondo lavoro di tutti, la scrittura. Penso al mazzo che mi sono fatto per essere pubblicato, al delirio dei “no”, agli scritti che giacevano per anni, polverosi... l’editoria consiste in questo: non tanto nello scrivere bene, ma nell’essere letti».
Però lei ormai è un nome nel panorama italiano. Lei e la scrittura: ha un metodo?
«No, farei il figo a dirlo ma la verità è che non ho un metodo. Sono come la mia lettura: io credo nella lettura disordinata. E infatti consiglio sempre di leggere Dostoevskij e Tiramolla, Umberto Eco e Topolino. È dal disordine che nasce il cosiddetto stile originale. In Sardegna questo è un problema».
Cioè?
«Sembra esserci una gerontofilia letteraria. Non parlo di gente normale, ma autori e autrici che sono andati in testa alle classifiche! Poi sempre questi stereotipi sulla Sardegna... guarda, nel mio ultimo libro c’è una scena, un personaggio dice proprio: “Ci siamo rotti i coglioni di questa Sardegna magica, del maestrale e dell’ancestralità”».
A proposito di simboli, nel suo ultimo romanzo le fate, le janas, le vuole uccidere.
«Assolutamente sì. Sono legato alla casa editrice Elliot ma sono abbastanza indipendente, non ho un agente, e posso permettermi di dire qualche no; qualche editore molto importante ad agosto mi propose un libro sulla falsariga dei due successi che hanno spopolato nel 2025 (“Istella mea” di Ciriaco Offeddu e “La levatrice” di Bibbiana Cau, ndr) e lo capisco, cavalcano l’onda».
Insomma, l’isola come luogo misterioso e arcaico piace.
«Ho anche letto l’intervista alla Nuova della scrittrice esordiente a 82 anni (Maria Spissu Nilson con “Sinnada” per Feltrinelli), le faccio l’in bocca al lupo, ci mancherebbe. Però la mia spiegazione è facile: il mercato è composto per lo più da boomer e chi scrive si rivolge agli anni della loro giovinezza».
Dieci anni fa fece il botto con “La teologia del cinghiale”, ancora oggi tutti lo ricordano per quel romanzo. Sta diventando una condanna o ne va orgoglioso?
«Ho impiegato tanti anni a scriverlo... l’incipit è scritto da un bambino di dodici anni e non è mai cambiato fino alla pubblicazione. No, ne sarò sempre orgoglioso. E poi ora che ci penso ho esordito a 57 anni, quindi rientro anche io nella gerontofilia. La mia regola è: leggere il più possibile, scrivere il meno possibile, pubblicare il più tardi possibile. Spesso l’ho spacciata per regola di Borges, altrimenti nessuno me la filava».
Le sue storie si svolgono nel paesino dell’entroterra sardo “Telévras”, oggi lì come si sta?
«Si vive bene, anche senza turisti, a parte per le canoniche sagre del cannonau o della pecora in Montgomery, ché di quelle in cappotto ci siamo rotti».
Mi parla del giallo? È il genere con cui spesso la identificano, anche se per lei è più un pretesto.
«I gialli sono una sciagura! Tutte le case editrici cercano il giallista. Se è sardo, ancora meglio. Ci sono più giallisti che morti ammazzati. Ora pure i continentali li ambientano in Barbagia, vedi Roberto Costantini con “L’amore non basta” a Orgosolo, o i tedeschi: Vera Buck con “Buio”, ambientato pure questo in Barbagia. L’esotismo dilaga e diventa un fenomeno da studiare tipo Levi Strauss in “Tristi tropici”».

