La Nuova Sardegna

L'intervista

Giovanni Scifoni: «Il mio San Francesco giullare e performer, rockstar ante litteram di 800 anni fa»

di Alessandro Pirina
Giovanni Scifoni: «Il mio San Francesco giullare e performer, rockstar ante litteram di 800 anni fa»

L'attore romano nell’isola in tournée con il suo spettacolo sul Poverello di Assisi

3 MINUTI DI LETTURA





Chissà, oggi forse Francesco sarebbe un influencer, un tiktoker, comunque un personaggio a caccia di consenso. O forse lo era anche ottocento anni fa. È questo il ritratto che viene fuori da “Fra’/San Francesco, la superstar del Medioevo”, spettacolo di e con Giovanni Scifoni che farà tappa in Sardegna sotto le insegne del Cedac: domani a Olbia, sabato a Meana Sardo e domenica ad Alghero. Un inedito ritratto del Poverello di Assisi, con musiche originali di Luciano Di Giandomenico, eseguite da Luciano Di Giandomenico, Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli per la regia di Francesco Ferdinando Brandi.

Chi era San Francesco?
«Questo è il punto: non lo sappiamo. Esistono tante biografie, anche abbastanza contrastanti tra loro. Io non sono uno storico, ho fatto le mie ricerche da artista, da narratore. Io inseguo un sogno che era l’immagine che mi ero fatto di Francesco. Ne esistono tante versioni, ognuno lo ha visto in modo diverso. Il Francesco di Zeffirelli non è lo stesso di Dario Fo. Francesco ha questo di potente. Pensiamo anche a quante divisioni nel suo ordine. Francesco era una costellazione, non una persona».

Chi è il suo Francesco?
«Non farei mai come fanno alcuni cialtroni che sostengono: ora vi racconto il vero Francesco. Il mio è un artista, un giullare, un performer di straordinario talento ed ego smisurato. Un uomo a cui piaceva tantissimo piacere e ha combattuto per tutta la vita con il peccato della vanità. Era la sua tentazione più forte, anche più del denaro. Lui era ossessionato dalla povertà perché gli piaceva il denaro. Ancora più ossessionato lo era dal consenso. Ma combatteva ed era un santo vero».

In che senso?
«Ha combattuto per tutta la vita contro questa tentazione di essere il più figo di tutti. “Voglio essere il santo più grande della storia”, e ci è riuscito. Ma, ribadisco, era un santo vero e alla fine rinuncia anche all’unica cosa che possedeva: il suo ordine. “Basta, non sono più il capo”, e lascia tutto nel culmine del suo consenso. Nel Medioevo i francescani erano 15-20mila. Roba da Maneskin oggi. Insomma, era un uomo pieno di contraddizioni ma autentico».

Ci sono oggi dei novelli San Francesco?
«Chi lo sa? Mi vengono in mente amici non famosi, piccoli santi della quotidianità che affrontano la vita in un certo modo».

Il suo rapporto con la fede?
«Credente, ma sempre in ricerca, in conflitto. È un rapporto autentico, con tutti i dubbi che la vita quotidiana ci offre».

È anche Don Silvestro in “Aggiungi un posto a tavola”.
«Lì ci sono due anime, cattolica e anticlericale, ovvero Garinei e Giovannini. Forse in quella storia l’uomo è migliore del Dio che raccontiamo».

Il successo oltre vent’anni fa in “Mio figlio”: era il figlio gay di Lando Buzzanca.
«Era una delle prime volte in cui un personaggio omosessuale veniva raccontato in modo così esplicito, così liberatorio. Lavorare con Lando non fu facile, avevamo un rapporto un po’ burrascoso, ma era una brava persona. Quella serie mi diede tantissimo successo, ma poi per due anni non mi chiamò nessuno».

Gigi Proietti?
«Era una fonte di grande ispirazione da sempre. Uno dei punti di riferimento che imito maggiormente. Incontrare Gigi è stato un dono incredibile. Era un uomo molto generoso, era facile lavorare con lui...».

Oggi con chi le piacerebbe lavorare?
«Con tutti. La monnezza l’ho fatta anche io, quindi non dico no a nessuno».
 

Primo Piano
La rinuncia

Caos Forza Italia, Maurizio Gasparri si dimette da capogruppo: al suo posto Stefania Craxi

Video

Stintino, tempesta di maestrale alla Pelosa: le raffiche sono così forti che è quasi impossibile restare in piedi

Le nostre iniziative