L’uomo più ricco d’Italia "contro" 65 lavoratrici di Sassari, a rischio la sede locale della Cerved
Il proprietario dell'azienda di rating è il bolognese Andrea Pignataro
Sassari Da un lato c’è l’uomo più ricco d’Italia, dall’altro 65 lavoratrici sassaresi e i loro colleghi di tutta Italia che temono di perdere i diritti conquistati in anni di contrattazione e persino il posto di lavoro.
Al centro dello scontro c’è il futuro di Cerved, azienda il cui nome forse dice poco ai non esperti, ma che rappresenta un vero e proprio centro nevralgico della finanza italiana: «Cerved è il termometro dell’economia del paese, misura lo stato di salute delle banche e delle imprese ma, al momento, non si sta occupando dello stato di salute dei suoi dipendenti» spiega Maddalena Ruiu, segretaria generale della Filcams Cgil in provincia di Sassari.
La paura più grande delle 65 dipendenti della sede sassarese di Cerved (il 90 per cento sono donne) è quella di uno smantellamento aziendale che rischia di portare alla chiusura della sede, ma i guai non sono finiti: c’è la contrattazione integrativa ferma, il taglio delle ore di smart working, il mancato adeguamento dei buoni pasto al costo della vita e soprattutto un sistema di controllo e valutazione delle performance individuali che i sindacati ritengono ingiusto e poco trasparente.
Ieri, le bandiere del sindacato sventolavano in piazza d’Italia per un presidio indetto in occasione dello sciopero nazionale dei 2.700 lavoratori Cerved proclamato da Cgil, Cisl e Uil. Bersaglio della mobilitazione è il proprietario di Cerved, Andrea Pignataro, bolognese, classe 1970: qualcuno lo ha definito il Micheal Bloomberg italiano, ma diversamente dal celebre finanziere di Boston – che è stato a lungo anche sindaco di New York -, Pignataro è riservatissimo, quasi allergico alle luci della ribalta. Nel 2026, Forbes lo ha incoronato come l’uomo più ricco d’Italia, anche se Pignataro vive fra Londra e Saint Moritz e le sue aziende hanno la sede fiscale in Lussemburgo o in Irlanda. Ma cosa è Cerved? Detto in poche parole, è una società di rating. Ossia, valuta lo stato di salute delle imprese e assegna loro un voto e un giudizio che poi viene utilizzato da altre società per decidere se investire o acquistare. Questo giudizio viene formulato soprattutto grazie all’elaborazione dei dati di bilancio che Cerved estrae dalle banche dati pubbliche come quelle della Camera di Commercio.
Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, con i dati che rappresentano praticamente il nuovo petrolio, il valore di questa specializzazione è incommensurabile. E questo Pignataro lo aveva capito fin dal 2021, quando con il gruppo Ion, sua creatura, ha acquistato Cerved. La prima mossa del finanziere - che ha costruito il suo immenso patrimonio di 41 miliardi anche sui giochi di borsa a metà fra il genio, l’azzardo e la speculazione – è stata il delisting di Cerved, ossia il suo ritiro da Piazza Affari. E una società che non è più quotata deve sottostare a molti meno condizionamenti esterni.
È a questo punto che, secondo i sindacati, sono cominciati i guai dei lavoratori: «Le relazioni sindacali, fino ad allora improntate al dialogo, hanno subito un drastico peggioramento». Il timore dei sindacati è legato agli incontri che i vertici aziendali stanno svolgendo con i dipendenti: «L’azienda sta facendo proposte allettanti per incentivare l’uscita dei colleghi. Si parlava di lavoratori vicini all’età della pensione, ma in realtà sono stati convocati anche quarantenni – spiega Maddalena Ruiu -. Sono proposte difficili da rifiutare, con parecchie mensilità. Ma temiamo che servano soltanto a tagliare l’organico mettendo a rischio il futuro della sede».
Un problema che non riguarda solo i dipendenti e le loro famiglie, ma tutto il territorio. Perché sessanta lavoratrici, in una regione in cui l’occupazione femminile è ferma al 52 per cento, sono un patrimonio che non si può disperdere. «E parliamo di professionalità che difficilmente potrebbero trovare un’occupazione in questo territorio» sottolinea Ruiu. E sullo sfondo c’è tutta una serie di altre questioni. A cominciare dai Pip (Performance improvement plan). Dei piani in cui vengono valutate le prestazioni dei dipendenti. E che, denunciava nei mesi scorsi la Cgil, vengono stilati sulla base di criteri non trasparenti e soggettivi. «Il nostro valore e la nostra professionalità sono messi costantemente in discussione» hanno spiegato i lavoratori durante il presidio. Lo spettro è ancora una volta quello dell’intelligenza artificiale, strumento che potrebbe essere utilizzato per svolgere alcune delle mansioni svolte fino ad oggi dalle persone. Con grandi risparmi per l’azienda, ma a quale costo per i lavoratori e il territorio?
