L’intervista a Scialpi: «Rifiutai Monicelli, i miei jeans strappati ispirarono Dolce e Gabbana»
Con la sua musica e i suoi look, è una delle icone degli anni ‘80
Icona di un’epoca che gli stava un po’ stretta. Con la sua musica, i suoi look è stato un simbolo degli anni ’80. Le sue canzoni sono la colonna sonora di un decennio, di una generazione. Ma Scialpi, nella sua carriera, è voluto andare oltre la musica. Nel suo curriculum c’è il teatro, la televisione. Manca solo il cinema, che invece va annoverato tra i rimpianti.
Il suo sogno da bambino?
«Questo. Io già da piccolino guardavo estasiato, non sapendo chi fosse, Modugno che allargava le braccia. Cantava “Volare”. Erano filmati di anni prima e sognavo di essere lui. E, guarda caso, la mia interpretazione di Modugno a Tale e quale è diventata virale con picco di ascolti».
I suoi primi idoli musicali?
«Da ragazzino spaziavo molto, da Elton John a Paul Simon. Tutti cantautorali, ma se c’era un po’ di punk era meglio. Ero già abbastanza rivolto a quello che sarei diventato di lì a poco».
Com’è entrata la musica nella sua vita?
«Io già a 10 anni mi ero messo in testa che volevo fare musica, che volevo imparare. Mio padre aveva un amico che insegnava pianoforte, ma non mi piacevano gli esercizi con le mani. Verso i 13 anni mi comprarono la prima chitarra e, poco tempo dopo, da quella chitarra, da autodidatta, vennero fuori le prime note di “Cigarettes and coffe”».
Il primo a credere in lei?
«Feci un corso a RadioParma, dove venni notato da Mauro Coruzzi, che più avanti tutti avremmo conosciuto come Platinette. Mi propose di andare in radio a fare i jingle. Accettai a condizione di usare la saletta per le mie canzoni. Lì sono nati i primi provini di “Cigarettes and coffee”».
Una canzone incisa anche da Mina. L’ha mai incontrata?
«Mia mamma andava a fare le cure termali a Tabiano e lì c’era anche Mina con Massimiliano bambino. E dunque con le carrozzine si incrociavano e si salutavano. Tanto che io e Massimiliano diciamo di essere conoscenti di vecchia data. E quando mi ha chiesto la canzone per la madre la mia risposta non poteva che essere affermativa».
Il suo primo grande successo fu “Rocking rolling”: come fu vivere quel momento?
«Non ci ho capito più niente. O meglio ho capito tutto. Per tutta Italia ero Scialpi, ma io ero rimasto Giovanni e non potevo più uscire di casa, non riuscivo a camminare per strada. Ero un po’ traumatizzato».
È diventato un’icona.
«“Rocking rolling” è una canzone iconica. Al di là di me che l’ho portata in modo iconico. In qualche modo ho rappresentato una generazione. I miei jeans strappati hanno ispirato due ragazzi giovani allora alle prime armi. Erano Dolce e Gabbana che li fecero sfilare a Parigi. Da lì si è aperto il loro futuro».
Sanremo nel 1986, nel 1987 e nel 1992: l’Ariston fa parte dei bei ricordi?
«Diciamo che io ero più affezionato al Festivalbar che mi aveva scoperto. Nello specifico Vittorio Salvetti e soprattutto la moglie che dopo avermi sentito la prima volta volle conoscermi. A Sanremo, invece, una volta uscii subito. Nel 1992 non volevo andare, fu Pippo Baudo a volermi con “È una nanna”. Fui il primo eliminato dopo anni che non c’erano più le eliminazioni. Dopo di me toccò a Milva».
Ha provato molte volte a tornare a Sanremo?
«Ci ho riprovato all’inizio, e poi dopo “Tale e quale” su consiglio di Giorgio Panariello. Avevo presentato “Amore non sei tu”, scritta con Manuel Pia. Ma niente: i giochi erano già fatti».
Nell’88 vinse il Festivalbar con “Pregherei” con Scarlett.
«Quella è stata un’altra botta che non mi ha fatto più capire niente. “Pregherei” è nata da un amore più mio che suo. Notai Scarlett a Castiglioncello doveva faceva la vocalist. Dopo il concerto c’era un pianoforte in hotel e all’una e mezza di notte, in un quarto d’ora, è nata “Pregherei”. Il mattino dopo scesi di corsa per vedere se la ricordavo, anche perché ai tempi non c’erano cellulari né registratori. Ce l’avevo ancora in testa, siamo andati avanti ed è di ventato un successo. Quando vinsi abbracciai Salvetti e scoppiai in lacrime».
Con Scarlett siete ancora in contatto?
«No, ci siamo persi».
Nel 1990 Raffaella Carrà la volle con lei su Rai 2.
«Io ho preso tutta la mia vita come un allenamento, il ruolo del cantante mi è sempre stato stretto. Per stupidità avevo detto no a Monicelli per “Bertoldo Bertoldino e Cacasenno”, a Nocita per uno sceneggiato. Con un po’ più di maturità, quando Raffaella disse che mi voleva vedere non ho esitato. Lì ho capito che potevo ballare, presentare, che ero multitasking. È stata una esperienza bellissima».
Fece anche un episodio dell’ispettore Derrick.
«Mi chiamò il mio produttore: vuoi fare una scena nel telefilm, serve un gruppo musicale italiano? Arrivai a Monaco e il regista mi propose una piccola parte. E così anziché tre sono rimasto cinque giorni».
Quando ha capito che stava entrando in una fase calante?
«Dopo Raffaella sono uscito dalle multinazionali e ho cercato un’etichetta per fare un disco. C’è stata un’esposizione minore che mi ha portato a non avere più il successo di prima. Poi è stato male prima mio padre, dopo mia madre. Diciamo che c’è stata una coincidenza di energie non positive. Ma la vita è fatta di onde che fanno la cresta e poi si piegano».
Si è sentito tradito dall’ambiente musicale?
«Sicuramente è un mondo che si è trasformato e non mi piace, perché oggi a decidere non è più il pubblico».
Negli anni si è dedicato molto al teatro.
«Da Rodolfo Valentino a “Il pianeta proibito”. Anche ora sto preparando un recital cantato e parlato con supporti che non vado a specificare. Peccato che in Italia si tenda a minimizzare un po’ tutto. Forse io non sarei dovuto appartenere all’epoca degli anni Ottanta, sarei dovuto uscire un decennio prima, quando c’erano artisti come Milva o Massimo Ranieri che facevano di tutto. Io non volevo essere incasellato. Avrei dovuto dire sì a Monicelli e a tutti gli altri».
Oggi che musica ascolta?
«Non saprei fare un nome. Forse Annalisa, Arisa. Ma hanno deciso che i generi non esistono più. Solo rap, trap e frappè. Allora preferisco restare nel mio mondo, nel mio genere e continuare a proporlo a prescindere dal momento storico»
