Francesca Fialdini: «Amo i personaggi genuini, non il gossip. Ora vorrei intervistare Venier e Gruber»
La conduttrice reduce da un anno d’oro in tv da domenica guiderà “Fame d’amore” su Rai 3: «Temi difficili senza spettacolizzare il dolore delle famiglie»
La sua tv garbata è un marchio di fabbrica. Uno stile che Francesca Fialdini declina in ogni sua veste. Nelle interviste domenicali come nelle performance di “Ballando” o nei giudizi di “Canzonissima”. E ora, a partire da domenica in seconda serata su Rai 3, in “Fame d’amore”, la docuserie alla settima edizione in cui la conduttrice racconta i disturbi alimentari.
Francesca, un anno da incorniciare: quale aggettivo userebbe per descriverlo?
«Direi un anno bellissimo ma anche “intenso”. È stato un anno pieno di incontri, di programmi diversi tra loro, di sfide anche inattese. Mi sento fortunata, ho potuto attraversare mondi lontani. E quando il lavoro ti permette ancora di imparare qualcosa su te stessa, allora vuol dire che sei sulla strada giusta».
Ma lei quando era bambina cosa voleva fare da grande?
«Volevo fare tante cose insieme: maestra, cantante, giornalista... Ero molto curiosa, osservavo gli adulti, ascoltavo le loro conversazioni. Credo che il filo rosso sia sempre stato questo: il desiderio di capire le persone».
La tv era nei suoi piani?
«Non in maniera precisa. Non sono cresciuta dicendo “farò televisione”. È arrivata poco alla volta, quasi come conseguenza di altre esperienze. Prima la radio, poi il giornalismo, poi l’incontro con il linguaggio televisivo. Non era un sogno programmato, ma è diventata una casa».
Quando era più giovane quali erano i suoi idoli tv?
«Mi piacevano i conduttori capaci di ascoltare. Penso a Raffaella Carrà per l’energia e l’empatia, a Fabrizio Frizzi per la gentilezza, a Mara Venier e Maria De Filippi per la capacità di entrare nelle storie senza sovrastarle. a Milly Carlucci gran professionista. E poi i grandi intervistatori, ad esempio Lilli Gruber, quelli che facevano e fanno parlare gli ospiti davvero».
Inizia a Radio Vaticana: che ricordo ha di quell’esperienza?
«È stata una scuola enorme. Mi ha insegnato il rigore, il rispetto delle parole, il valore dell’ascolto. In radio non puoi nasconderti dietro l’immagine: ci sei tu, la tua voce e quello che riesci a trasmettere».
Per 8 anni è il volto di A sua immagine: ha mai avuto paura che il suo volto rimanesse cristallizzato a quella esperienza?
«Più che paura, avevo il desiderio di continuare a fare anche altre esperienze. “A sua immagine” è stata una parte importante della mia vita. Però credo che un volto televisivo debba avere il coraggio di mettersi in discussione, di cambiare pelle senza tradire se stesso».
Di Mare, Timperi, Liorni, Matano: ha un suo partner ideale?
«Ognuno di loro ha qualcosa di speciale. Timperi ha ritmo, Liorni eleganza, Matano una sensibilità contemporanea. Di Mare un maestro. Ma io credo nelle chimiche spontanee. Il partner ideale è una spalla: quello con cui puoi essere te stessa senza dover dimostrare nulla».
A Da noi… a ruota libera le sue interviste sono un’isola felice in una tv urlata. Ora esiste un modello Fialdini, ma ai tempi lei si è ispirata a qualcuno?
«Non so se esista un “modello Fialdini”, figuriamoci! Mi piace pensare, però, che ci sia ancora spazio per una televisione garbata. Ho amato molto il modo di intervistare di Maurizio Costanzo, la profondità di Enzo Biagi, ad esempio. Ma poi ognuno deve trovare il proprio tono, che spesso coincide semplicemente con la propria verità».
In tanti anni di interviste quella che porta nel cuore?
«Ce ne sono tante. Però porto nel cuore soprattutto le interviste in cui una persona, magari inizialmente chiusa, a un certo punto decide di fidarsi. Quello è un regalo enorme. Più dell’intervista “perfetta”, mi emoziona il momento autentico. Non amo il gossip, quindi, non vado molto a fondo al privato…».
E la più difficile?
«Le più difficili sono quelle in cui senti il dolore dell’altro molto vicino. Quando racconti la sofferenza, la perdita, la malattia, devi trovare un equilibrio delicatissimo tra rispetto e racconto. E non sempre è facile tornare a casa leggeri».
A Ballando con le stelle è stata una rivelazione. Ma si è mai chiesta: chi me lo ha fatto fare?
«Me lo sono chiesta eccome! Però Ballando mi ha divertita proprio perché mi ha portata fuori dalla mia zona di comfort. Ho scoperto una parte di me più istintiva, più autoironica».
A Canzonissima ha fatto parte della giuria: ma qual è la “canzonissima” della sua vita?
«Tante, ma forse “La cura” di Franco Battiato. È una canzone che ogni volta riesce a toccare qualcosa di profondo».
Ora ritorna con “Fame d’amore”. Possiamo dire che è un esempio di servizio pubblico?
«Sì, credo di sì. “Fame d’amore” affronta temi che riguardano tantissime famiglie e lo fa senza spettacolarizzare il dolore. Il servizio pubblico dovrebbe anche servire a questo: accendere una luce dove spesso ci sono silenzio, vergogna e solitudine».
Può anticipare qualche storia di questa settima edizione?
«Per la prima volta seguiremo anche storie di ragazzi che stanno male ma che non hanno ancora iniziato un percorso di cura. È un aspetto molto importante, perché chiedere aiuto è spesso il passaggio più difficile».
Un rimpianto?
«Più che rimpianti, qualche occasione mancata. Ma col tempo ho imparato che non tutto quello che non accade è necessariamente una sconfitta. Non era il momento giusto».
In questo anno magico manca Sanremo. Eppure, il suo nome circolava.
«Mai pensato a Sanremo. Il festival è un’esperienza che credo affascini chiunque. Ma non vivo di attese o inseguimenti. Se le cose devono accadere, accadono. E soprattutto devono avere senso nel percorso di una persona».
Ha affiancato la Gialappa in una puntata. Si è divertita?
«Moltissimo. La Gialappa ha un’intelligenza comica rara e lavorare con loro significa stare dentro un gioco continuo».
Ma qual è il suo sogno tv?
«Continuare a fare programmi che abbiano un’anima. Mi interessa fare una televisione che lasci qualcosa, anche piccolo, a chi guarda da casa».
E l’intervista dei sogni?
«Mi piacerebbe intervistare Mara Venier o Lilli Gruber. Mi affascinano gli esseri umani più dei personaggi. Quando qualcuno riesce a raccontarsi senza maschere, lì nasce sempre una grande intervista».
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